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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno X - n. 30 - autunno 1999 |
| La cognizione del dolore nelle opere di Sgubin e Jerone
di Giorgio Bonomi | ||
Entrambi assumono una figura "tipica" che simboleggia quel sentire tragico: Sgubin il "barbone", Jerone un'individualità scarnificata e urlante. L'uno cela sempre il volto del soggetto, lo nasconde, lo copre, l'altro lo evidenzia nella sua essenzialità giacomettiana e nella bocca munchianamente gridante, ma entrambi emblematizzano servendosi di una figura di donna che, tuttavia, tende ad annullare le caratteristiche di genere nella semplice, ma più pregnante, figura umana indistinta. Se il barbone di Sgubin non ci guarda, avendo il volto avvolto in un panno o chino su se stesso, il volto di Jerone è anch'esso "senza sguardo" con i suoi occhi infossati, quasi strappati, e anche quando un bambino - l'innocenza - protende le braccia verso la madre, questa resta con lo sguardo perduto all'infinito, al nulla, e con le braccia immobili, pendenti sui fianchi. Questa solitudine totale, questa impossibilità assoluta di aiuto e di salvezza è speculare alla solitudine del barbone accovacciato nei sottoscala delle stazioni di Sgubin. Non si tratta certo di denuncia sociale, perché questa richiede una contestualizzazione di tempo e di luogo, mentre i personaggi dei due autori sono, come abbiamo detto, "tipici", cioè emblematici di una condizione umana ontologicamente caratterizzata dal tragico e, quindi, non sono testimonianza di una situazione contingente bensì di una visione metafisica. Ma, contemporaneamente, in entrambi non cogliamo alcun compiacimento neoromantico di fronte alla "cognizione del dolore" né disperazione: in una visione di assoluto dolore la stessa speranza non solo non può essere l'ultima dea ma non può, di necessità, esserci. Siamo in presenza di una filosofia esistenzialistica che, di fatto, supera la visione giudaico-cristiana della caduta e della redenzione (salvezza) per, semmai, ricollegarsi al grande pensiero delle origini espresso nella tragedia greca. Così i personaggi di Sgubin e di Jerone, consapevoli della vera condizione umana, l'accettano virilmente: in un caso, il barbone, dimostrando la propria accettazione rifugiandosi in se stesso, in una sorta di isolamento e di totale silenzio che "grida" agli altri la loro inconsapevolezza e la loro illusione; nell'altro, la figura urlante, evidenziando il proprio credo con quel grido "silenzioso" che forse nessuno sentirà perché gli altri sono sordi alla voce autentica dell'uomo - e con la stessa inquietante presenza del soggetto - non a caso l'autore titola le sue opere "presenze". Il barbone e la presenza che urla: l'emarginazione e la follia, cioè la diversità. Ma, sembrano dire gli artisti, chi misura questa "diversità"? Quale è l'indice di misura della "normalità"? Dietro al sipario dell'illusorietà o, se vogliamo, dell'ipocrisia, appare il mondo nella sua più profonda sostanza, e i parametri di verità e illusione si invertono. Tutto questo in una sorta di sinfonia eroica in cui la ripetizione dei soggetti artistici cadenza un ritmo drammatico, e la duplice presenza - di pittura e scultura - può ingenerare, alternativamente, un dialogo quale quello che si aveva, nel teatro greco, tra coro e personaggi. Il parallelismo tra i due artisti potrebbe continuare anche sul piano stilistico poiché entrambi lavorano, l'uno la tela e l'altro il cemento, su una sorta di bidimensionalità: l'uno evitando l'illusione prospettica e optando per un primo piano - il barbone e per un secondo di sfondo - la parete, la scala, la lamiera -; l'altro riducendo, soprattutto nei lavori recenti, a volumi semplici, che impongono la frontalità, la composizione dei corpi. E ancora: Sgubin usa colori mai sfavillanti, anzi sempre un po' smorzati, con una sorta di sottrazione della luce come si conviene per i luoghi dei suoi personaggi, usando tutta la tavolozza ma tendendo alla resa bitonale, e per questo l'artista predilige la tempera all'olio o all'acrilico; così Jerone alla linearità dei torsi o degli arti aggiunge, in cadenza fortemente contrastante, il vuoto della bocca che urla o il vuoto degli occhi sbarrati, creando un'intensità, prima che concettuale, visiva ed emotiva. Un'arte, allora, quella dei due artisti, che non si presenta come "realistica", anche se a prima vista potrebbe sembrare il contrario, bensì come rappresentazione tutta mediata e concettuale, tesa alla conoscenza del profondo della vita - in questo senso sì "reale" - e al suggerimento etico per lo spettatore che, di fronte a queste opere, può prendere maggiore coscienza con il conseguente impegno etico alla virile accettazione di sé e dell'altro. | ||
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