| TITOLO | |
| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno X - n. 30 - autunno 1999 |
| Claudia Peill
di Patrizia Mania | ||
L'estrema "discrezione" del loro apparire, del loro comporsi nelle strane scacchiere che le ospitano non rinuncia mai a richiamare alla memoria sensazioni o stati pregressi il cui ricordo, nell'impossibilità di ricomporsi integralmente, riaffiora per frammenti. Come ognuno di noi ben sa, è infatti la natura stessa del ricordo a frantumare l'immagine memorizzata, impedendoci nella reminiscenza la ricostituzione completa di una persona che ci ha colpito. Nel lavoro di Peill sono proprio questi particolari fissati dalla memoria che nel certosino lavoro di smontaggio e ricomposizione divengono gli eloquenti frammenti dello stato d'animo che li ha suscitati. Non so se sia solo conseguenza di una certa affinità, ma questi stati d'animo risultano familiari a chi li guarda, ciascuno di essi gli appartiene sebbene non abbia mai incontrato le persone chiamate ad interpretarli. Ma se gli sono così estranee cos'è allora che le fa tanto somiglianti a qualcosa di intimamente noto? Non certamente il loro "reclutamento", cioè il modo con cui vengono scelte dall'obiettivo dell'artista, visto che Claudia Peill le fotografa nelle sue peregrinazioni e, anche se i luoghi del suo reportage non sono mai del tutto casuali, quei ritratti appartengono a sconosciuti. Soggetti anonimi dunque ma tipologicamente interessanti. Tipi umani che più che corrispondere a determinate caratteristiche fisionomiche equivalgono a qualche stato d'animo ben presente all'occhio mnemonico di Peill che, al momento del montaggio, li ha tradotti in determinati atteggiamenti poi attribuiti ai singoli ritratti. È in virtù di questo transfert che in questi ritratti ci si riesce a specchiare ed ognuno di noi ritrova inevitabilmente qualcosa di sé. In definitiva è quindi proprio lo sguardo che li anima a richiamare alla memoria un déjà vu che appartiene al singolo ma che è anche di tutti. L'uso esclusivo del bianco e nero accentua la dimensione del ricordo sia soggettivo che collettivo. Così come concorre ad accrescere il potenziale mnemonico del lavoro nel suo complesso una messa a fuoco selettiva che dopo aver captato un frammento, lo isola con i tagli, le separazioni, e le cancellazioni. Queste ultime fatte di resine bianche che nel decontestualizzare il ritratto hanno il potere di accrescere l'energia complessiva di ogni singola immagine. Si tratta dunque di una "ritrattistica" sincopata che ama la sineddoche, la parte per il tutto, e che di essa si serve per enfatizzare puntualmente lo specifico stato d'animo evocato. Per l'artista è evidentemente un modo per far agire i suoi sensori sul mondo. Fotogrammi montati di un film che si sottrae all'incalzare della sequenza temporale per fermarsi su un particolare: quello più idoneo a restituire appunto un modo di essere perduto ma presente. Fa da contrappunto ad ogni lavoro un titolo che vive spesso in funzione estraniante, come se l'artista volesse ad ogni costo deragliare dall'attribuzione di un senso unilaterale moltiplicandone le possibilità. Si guardi al ciclo di lavori recentemente presentati nella galleria di Franco Riccardo a Napoli. Il comune denominatore di tutti i ritratti è il femminile e nonostante le fotografie siano state tutte scattate nel medesimo luogo - il mercato ortofrutticolo di Piazza Vittorio a Roma in cui convivono vecchi residenti con nuovi emigrati per lo più extracomunitari - ciò che emerge non è tanto il luogo specifico quanto piuttosto una società multietnica. Sono sufficienti un brandello di tessuto o una mano a tratteggiare tutto questo come un vissuto ai margini ed al contempo pienamente integrato. C'è accanto a questo motivo, il tema del lavoro femminile, un lavoro che pur adeguatosi alla frenesia contemporanea non perde nulla della sua ritmata atavica vitalità. Una complessità di significati a cui paradossalmente si accede grazie al sostanziale minimalismo di trattamento dell'immagine. Il titolo della mostra in questione recitava colors quasi a fare il verso ad una nota campagna pubblicitaria. In effetti niente più di queste immagini è diverso e lontano dallo stile glamour della pubblicità, da quei figuranti senza vita che impersonano un asettico edonismo da consumo. Questi lavori nascono al contrario con il desiderio di mantenere vivo un ricordo, di rifuggire gli stereotipi consunti e a rapida obsolescenza della società dei consumi. Sono l'esatto opposto delle figure che animano le facciate dei palazzi in restauro tanto in voga nei paesaggi dei centri storici contemporanei. Sono l'altra faccia di un mondo che si ostina pervicacemente ad ignorare che il rispetto della diversità nasce dalla sua consapevolezza e non dall'omogeneizzazione del: "ti riconosco come diverso perché mi assomigli". | ||
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