TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno X - n. 30 - autunno 1999

Staccioli al Castello di Pergine
di Giorgio Bonomi
Opus 3011a
Ponte levatoio, 1999
cemento rosso e ferro
cm. 80 x 2600 x 70

Opus 3011b
Traccia, 1999
cemento colorato
cm. 175 x 155 x 55

Opus 3011c
Stollo, 1997
ferro e cemento rosso
cm. 1200 x 85 x 60

E' curioso constatare che le cose migliori per l'arte contemporanea vengano realizzate proprio dai non addetti ai lavori. Ci riferiamo a Verena Neff e Theo Schneider, una coppia di svizzeri tedeschi che da vari anni gestisce un albergo e un ristorante situati in un luogo da sogno, il Castello di Pergine Valsugana. Le sobrie stanze dell'antico maniero, situato in mezzo ad un bosco incantevole, accolgono il visitatore con tutto il fascino del passato ma anche con una straordinaria calma del presente che rinvigorisce per i progetti futuri. La raffinata cucina, con una cantina specializzata in vini e acquavite trentini "cult" si raccomandano quelli Pojer e Sandri -, aumenta il senso di piacere di una sosta al Castello di Pergine.

Ma c'è di più. I due coniugi amano istintivamente l'arte contemporanea, così ogni anno il Castello si trasforma in luogo espositivo per sculture. Dopo un avvio di apprendistato, gli ultimi due anni ci hanno offerto due bellissime mostre: lo scorso anno Lorenzetti, quest'anno Staccioli.

L'artista espone, in un'ampia antologica, lavori del passato e lavori eseguiti appositamente per il luogo - le stanze, i cortili, le mura, i sentieri, il bosco del Castello - realizzando un connubio di storia, natura ed arte di estrema bellezza tale da suscitare grande emozione.

Abbiamo sempre affermato che Staccioli è uno scultore che non sbaglia mai una misura, né un centimetro di più né uno di meno, e qui, in questi spazi grandiosi, l'artista ha realizzato sculture grandiose non solo per dimensioni ma soprattutto per l'effetto ottico della collocazione. Ponte levatoio è una scheggia di 25 metri che è appoggiata diagonalmente tra i merli della cinta esterna delle mura, in quell'equilibrio instabile che è la cifra del Nostro e che provoca un forte senso di tensione. Ugualmente Stollo - anch'essa come la precedente in ferro e cemento rosso svetta, come un obelisco, da un cortile interno il cui suolo è costituito da un verdissimo prato, acquistando un'altezza ben superiore ai suoi effettivi 12 metri.

Oltre alle note sculture a forma di ruota o triangolari, Staccioli ha lasciato dei segni - Traccia le ha intitolate - alla base del muro di cinta o lungo un sentiero o su un rialzo del terreno nel bosco. Sono forme non molto grandi di cemento colorato con colori non usuali per l'artista, giallo, verde chiaro, rosso tendente al rosa: queste tracce si inseriscono nell'ambiente senza mimetismi eppure appaiono come forme naturali che il tempo ha collocato li da sempre. Qui più che altrove, forse, Staccioli dimostra come siano assurde le contrapposizioni tra naturale ed artefatto e come sia vero l'assunto di Mondrian che con i pochi segni della geometria ortogonale rintracciava i ritmi profondi dell'universo.

Fortuna volle che potemmo osservare Stollo anche in una notte di luna piena: la scultura appariva quasi come una scala per l'universo, un tramite tra il finito e l'infinito, e la sensazione non si caricava di quella malinconia che pure la luna provoca— basti pensare a quella leopardiana -, al contrario si espandeva in un pensare fiero ed ottimistico, un po' come di fronte alla chiusura della seconda Critica kantiana: "il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me".

Questa è, infatti, un'altra caratteristica della scultura di Staccioli, il rigore, l'assoluta determinazione a non concedere nulla a chicchessia, l'estremo nitore dell'opera che si presenta sempre nella sua ferma purezza: qui, appunto, etica ed estetica coincidono. Pur seguendo da vari anni il lavoro di Staccioli - che abbiamo anche esposto in varie situazioni - crediamo sia difficile trovare un'altra occasione dove l'atmosfera ambientale e le opere si fondano così naturalmente.

Come è difficile trovare chi, solo grazie alla propria sensibilità e gusto istintivo, rischia operazioni di questo genere - si ricordi, per altro, che la mostra è un vero e proprio evento annuale, durando da aprile a novembre - che, va denunciato, una stampa d'arte servile e succube delle mode, come quella italiana, trascura o ignora, non comprendendo che l'avvenimento è di portata non solo nazionale ma internazionale. Ma questi critici forse preferiscono i pupazzi di legno, degni del migliore artigianato sudtirolese, quello di Biancaneve e i sette nani, souvenirs della nostra infanzia, che nella scorsa estate piovosa facevano bella mostra di sé nella vicina civica Galleria d'arte contemporanea di Trento*.

Ma tant'è. In questa società massificata nel cattivo gusto e priva di memoria e di progetto per il rapido esaurirsi degli avvenimenti, il Castello di Pergine e le sculture di Staccioli offrono non un'oasi per tirarsi fuori dal mondo, bensì proprio l'indicazione forte per andare avanti, dentro e, se necessario, contro il mondo, attuando quello che diceva uno dei padri del pensiero contemporaneo, troppo presto dimenticato in favore degli autori alla moda: "occorre il pessimismo dell'intelligenza e l'ottimismo della volontà" (A. Gramsci).


[*] Cogliamo l'occasione per segnalare, sempre a Trento presso il Museo d'arte moderna a Palazzo delle Albere, la bella mostra di Gastone Novelli, artista di grande importanza ma trascurato e troppo dimenticato, curata egregiamente da Pia Vivarelli e Gabriella Belli; e la mostra Le vie della costruzione. Pratiche della scultura in Italia, a cura di Claudio Cerritelli, che si è svolta a Riva del Garda ed a Arco e su cui torneremo più ampiamente nel prossimo numero.

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