 Veduta della mostra Entre centre et absence. Sculture en Italie, 1987
 Veduta della mostra di Remo Gaibazzi, 1993
 Veduta della mostra di Vasco Bendini, 1996
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Giorgio Bonomi: Nel panorama delle gallerie italiane d'arte contemporanea la tua è certamente "anomala". Anomala nel senso che, pur non seguendo le mode del momento, non può definirsi "tradizionale". In sintesi: mi sembrano quattro le caratteristiche delle tue scelte e del tuo lavoro, di cui la prima è quella relativa al rapporto con il sistema delle gallerie. Nel passato hai partecipato alle fiere d'arte contemporanea, ti sei battuto con proposte serie e rigorose all'interno dell'Associazione dei galleristi italiani, ora dopo alcune delusioni, sembra che tu viva in una sorta di "splendido isolamento" o, se vuoi, che guardi gli altri dantescamente con "gran dispitto".
Giorgio Mazzocchi: Sono molto contento che questa intervista viva sulla base di una grande amicizia nata tanti anni fa a Perugia, una amicizia fatta di sintonie, di emozioni comuni e di rapporti contrastanti con il cosiddetto "sistema dell'arte": tu con la tua rivista che mi ha sempre affascinato sia per le scelte tematiche, approfondite con coraggio in ogni numero, sia per la volontà di dichiarare onestamente posizioni normalmente controcorrente, io legato ad una realtà di gallerista - come tu mi definisci - "anomalo", soprattutto nel senso di voler vivere in simbiosi con il mio "modo" di intendere da sempre la convivenza con il "sistema dell'arte". Io credo che il problema oggi di operare in questo sistema si traduca in una difficoltà di sopravvivenza: riuscire ad avere voce in una certa dimensione. Dagli anni '80 in poi, la permanenza di un certo "mercato" è così forte che annulla iniziative che vogliano parlare un linguaggio differente: quindi la scelta obbligata era inserirsi in un sistema forte per avere visibilità. Sono anni che vedono un proliferare di fiere, di case d'asta, di sistemi di comunicazione sempre più informatizzati (P.C., Internet, ecc.): tutte opportunità in cui solo chi possiede le strutture adeguate, o tratta prodotti che passano attraverso questi strumenti, riesce ad imporsi.
Creare una seria alternativa, più legata alla qualità ed alla cultura di un certo livello, potrebbe nascere da una nuova complicità e collaborazione tra gallerie: cosa in cui ho creduto e portato avanti qualche anno fa a Parma, ma che, dopo qualche riuscito tentativo, è naufragata su una realtà di concorrenza e chiusura. È indicativo che da tre anni non sono più iscritto alla Associazione galleristi (di cui sono stato per qualche tempo presidente), perché credo che queste associazioni, come altre strutture istituzionali, debbano contribuire a rafforzare un sistema che dia credibilità alle gallerie, attraverso una tutela sul collezionismo (oggi sempre più improvvisato), un rafforzamento della collaborazione fra galleristi, una forte presenza in un sistema dell'arte; da tempo, invece, questa assenza porterà un certo "mondo" di gallerie a scomparire. Quindi lo "splendido isolamento" di cui mi parli è purtroppo un forzato isolamento da una realtà fatta di "masse" attirate da fenomeni di mode e mondanità, senza un segnale forte che indirizzi nuovamente il settore su temi di spessore culturale. Ecco perché ormai dal '96 mi sono allontanato e chiuso da sistemi lontani da una realtà economica inesistente: l'Associazione vive nella sua intoccabile immobilità, e le fiere sono appunto fenomeni di moda, tutti movimenti estranei a quella che dovrebbe essere la vera vita delle gallerie nel mercato dell'arte; e sono tante purtroppo le gallerie che "lottano", piccoli giganti con la voce che è un bisbiglio, come tale, arriva a pochi metri di distanza...
Giorgio Bonomi: Il secondo punto che ti caratterizza è quello per cui non segui il giovanilismo di maniera, quello cioè del "sistema della moda dell'arte" ma curi sempre, quando presenti giovani artisti, aspetti particolari, U poni obiettivi precisi, ben definiti: vorrei, allora, che tu spiegassi come idei e realizzi le mostre con i giovani.
Giorgio Mazzocchi: Ho iniziato la mia attività nel 1987 proprio con alcuni giovani artisti, pressoché sconosciuti, creando una mostra estiva Estate ad Arte e ho proseguito l'anno dopo con questa attenzione verso il mondo dei giovani: nell'estate '88 infatti, ho riservato al mondo delle Accademie (Bologna e Milano) la facoltà di selezionare alcuni promettenti studenti per organizzare una grande esposizione di nuove proposte.
Ho continuato a lavorare con alcuni di loro, che hanno iniziato una frequentazione in galleria; una intesa nata non solo dall'interesse per il loro lavoro, ma soprattutto da una qualità intellettuale: è difficile trovare un lavoro giovane già "autonomo", quindi il criterio di affidabilità diventa la conoscenza dell'artista, nata sempre da una iniziale intesa professionale e seguita da una onestà artistica e da una coerenza intellettuale. Mi vengono in mente due giovani studenti con cui ho continuato a lavorare: Manuele Araldi e Alberto Reggiani. Oggi, purtroppo, vivo un momento di pausa nel lavoro con i giovani, diventa necessario, infatti, per la galleria, recuperare e creare nuovi rapporti di scambi con altre gallerie, un tentativo che porto avanti più a livello internazionale con alcune gallerie in California, a Los Angeles, cercando di allargare i confini di una realtà italiana ancora troppo chiusa verso iniziative del genere.
Giorgio Bonomi: Il terzo punto del tuo modo di essere gallerista in una città media di provincia, Parma, ricca di storia e di cultura, ma un po' sorda al contemporaneo, è quello per cui non ti senti, giustamente "provinciale" a presentare artisti della città e del territorio. Confesso che hai fatto conoscere artisti o anche solo alcune opere straordinarie di personaggi che poi hanno intrapreso vie diverse dall'arte visiva, ma che proprio per quella qualità indiscutibile è bene far conoscere.
Giorgio Mazzocchi: lo gioco spesso con il termine "provinciale", proprio perché è poco significativo normalmente per quello che fa (o potrebbe fare), la provincia.
Sono convinto - e tu lo sai bene - che la galleria dovrebbe essere per il territorio una memoria, una realtà, una crescita. Io ho sempre creduto fermamente nel lavoro con il territorio, è da sempre una delle strade che ho percorso: la produzione di "cose" per la potenzialità del territorio. Ti porto come esempio un artista che tu conosci bene: Emanuele Araldi, che è nato a Parma, ma che attraverso il suo lavoro non ha assunto una connotazione geografica (potrebbe anche non essere italiano); non esiste il bisogno di collocazione territoriale, esiste invece la volontà di abbattere il luogo comune di sminuire ciò che è nato e si è sviluppato in provincia indipendentemente dalla valenza del lavoro. La provincia, invece, ha una sua dimensione culturale molto forte, proprio perché più circoscritta, ma deve comprendere che fondamentale non è mai il luogo, ma come si vive il luogo! Il futuro delle attività culturali non è sminuito dalla collocazione territoriale ma dalla mancanza di iniziative, dalla "concorrenza" fra gallerie e soprattutto dalla carenza di progettualità: far nascere mostre o eventi culturali dove convivano altre "forme" d'arte come la poesia, la danza o la musica, creare iniziative più dedicate agli "addetti ai lavori", muovere quindi un sistema rigeneratore di economia. Bisogna rinnovarsi sempre, indipendentemente - come ho già detto - da dove si opera: il problema è come si vive il luogo, la propria attività. Ancora oggi, ad esempio, nutro un grande interesse ad approfondire il labile confine fra arte "classica" e le cosiddette arti "minori" come il design; organizzare nuove mostre di confronto, come nel '92, quando ho proposto - con successo - in galleria la mostra La casa di Alice: dove oggetti di design vivevano una realtà espositiva di generazione artistica, assumendo nuove connotazioni e abbattendo superati "confini". Vedi è fondamentale creare sempre nuovi stimoli, oggi mi piacerebbe far nascere (ad esempio negli spazi sotto la galleria) un "Centro di servizi" per la città, un Centro che diventi luogo di incontri in cui trovare nuovi stimoli, creare un certo ambiente dove ci si possa confrontare su una base comune, per una crescita culturale che allarghi i confini del territorio.
Giorgio Bonomi: L'ultima caratteristica che individuo nella tua metodologia di lavoro è quella, ricollegandoci alla seconda domanda, per cui ospiti spesso artisti non più giovani e importanti ma che il sistema dell'arte sembra aver dimenticato o, per lo meno, a cui non dà il rilievo che meriterebbero. Penso a Bendini, a Gianquinto o a certe opere di Schifano, a torto ritenute "inferiori" a quelle degli anni "ruggenti".
Giorgio Mazzocchi: Riproporre, dar voce e spazi ad un certo mondo di artisti oggi meno considerati, o che purtroppo non ci sono più, fa parte di quella mia volontà testarda di parlare un diverso linguaggio culturale: l'attenzione ad un confronto fra artisti che sono al di fuori di un certo tipo di "mercato", come Bendini o Gianquinto, o ancora Gallizio o Nanni Valentini. Se ti ricordi, ho inaugurato la mia galleria, tanti anni fa, con Remo Gaibazzi: un artista parmense molto particolare, che "parlava" di realizzare una mostra in cui non vendere, ma regalare i suoi lavori a chiunque condividesse con amore la sua attività e la sua filosofia artistica, ovviamente un artista controcorrente, un grande uomo che ha influenzato molto le mie scelte. Gaibazzi è scomparso nel '94 a circa 80 anni, ma mi ha lasciato una grande lezione di vita: l'amore per il proprio lavoro e la volontà di condividere questo amore con le persone che riescono a parlare il tuo stesso linguaggio, sempre fuori dalle comuni leggi del "sistema dell'arte", troppo lontano da queste condivisioni di emozioni.
Su questa filosofia di vita mi sono sempre orientato, come sai, in tutte le mie scelte - sicuramente sofferte - continuando la mia attività con artisti appunto come Bendini, Gianquinto o come Schifano. Su Schifano - che ho conosciuto bene e che amo molto - la mia attenzione è però concentrata intorno al lavoro degli ultimi anni (ecco perché amo i lavori dei "vecchi" artisti) e dove esprime al massimo la sua libertà; Schifano è uno degli artisti che, come pochi altri, rappresenta totalmente l'amore per la libertà, libertà da tutti gli schemi, libertà di rapportarsi alla stessa maniera con chiunque avvicinasse il suo lavoro e sempre con una velocità intellettiva rapida quanto il suo gesto nel creare.
Mi piace ricordare questi artisti, percorrere il loro cammino è un po' come riavvolgere il film della mia vita di gallerista che oggi, come ieri, vive "tra le pieghe": continuando ad osservare quello che le pieghe nascondono, con la convinzione di trovare "presenze" straordinarie, quasi sempre più belle dell'evidenza.