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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno X - n. 30 - autunno 1999 |
| Il troppo stroppia. Appunti sui limiti del piacere
di Lutz Ellrich | ||
Volontariamente o involontariamente siamo costretti a vivere in una società piena di rischi. Questo fatto è innegabile e le prove sono schiaccianti. Coscienti di questo fatto, viene enunciato da persona esperta che si tratta in verità di una società del divertimento. Questo non è un motivo per non rimanere in guardia, anzi, al contrario, è allarmante. "Non lavoriamo o non ci arrabbiamo fino a lasciarci la pelle", ma "ci divertiamo da morire". La voglia di divertimento non è soltanto un fatto rischioso è persino "rovinoso". Non sorprende nessuno che a questa diagnosi sono seguiti appelli alla ritrattazione. Nel corso della storia in ogni epoca l'edonismo è sempre stato bacchettato. Chi oggigiorno vuole drammatizzare dovrà inventarsi una tesi particolarmente originale o tirar fuori le solite vecchie armi a disposizione. Alcuni si dilettano a rifarsi a vecchie teorie, come quella di Danie Bell. Questo signore conservatore e così fantasioso ci propone un "grande racconto" sulla crisi e la decadenza del tempo moderno. Siamo partiti con il capitalismo del rendimento e dell'ascesi ed ora siamo arrivati a essere stati rovinati dal capitalismo del consumismo. Come è potuto accadere? Arrivata all'apice dello sviluppo dell'era moderna, mentre l'economia e la politica erano al massimo, l'arte come un bambino viziato dopo aver affrontato tante battaglie per l'autonomia, ha improvvisamente abbandonato la sua gabbia dorata, per penetrare nella società. Ha instillato il suo veleno edonistico nelle turgide vene del circuito di scambio di merci e finanze, ma dopo questo atto di forza si è accasciata, distrutta e moribonda. Si cercò di "comporre" la defunta e si riportò la sua salma nei musei e nelle biblioteche, dove ancora oggi giace ottimamente conservata, e può essere ammirata. La grande arte è morta, ma i suoi piccoli satelliti girano instancabili nel circuito del sistema. Ora si congiunge con l'estetica, dal canone del sublime e scioccante nasce un breviario per maestri nell'arte di vivere. Designers della vita e stilisti dell'esistenza. Il capitalismo, ormai segnato, è sull'orlo del precipizio, guarda verso il basso e riconosce nella religione "pluralizzata" il suo salvatore. L'economia del prodotto ed il settarismo si sposano qui ed adesso e servono tiepide virtù secondarie al loro pranzo di nozze. Gli ospiti non sono propriamente entusiasti, ma imparano ad apprezzare il cibo sano e digeribile. E così tutto finisce bene. Chi vorrà inventarsi un'altra storia superando questa, con le sue innumerevoli varianti, dovrà impegnarsi molto. Liberi pensatori accettano la sfida e ci fanno sapere che siamo incastrati in un congegno "che prova piacere a trastullarsi nel liquame del suo stesso piacere". Ammettiamolo; un quadro orribile. Ma niente paura, esistono ricette per trovare una scappatoia da una edonistica via senza uscita. Dobbiamo soltanto riuscire ad apprezzare ed a "riscaldarci" al pensiero del "sex appeal che esprime l'inorganico" (Perniola). Ma tutti coloro che non hanno intenzione di abbandonare l'organico ed il suo sistema nascosto, non si faranno dissuadere e sonderanno la situazione con altri mezzi. Facciamo un tentativo. II
Il protonormalismo che lavora con differenze rigide del normale e dell'anormale, ed il normalismo flessibile, che propaga valori medi, statisticamente determinati come linee guida dell'agire. Questo doppio programma è molto promettente, perché ammette diverse mescolanze delle sue componenti a seconda delle situazioni concrete che si possono avere. Nelle nazioni industrializzate occidentali si configura al momento una netta tendenza: il normalismo flessibile diventa il dispositivo dominante, il modello protonormalistico viene adottato soltanto parzialmente ed in modo effimero, ma in compenso in maniera più drastica. Questi dati di fatto però sono incompleti. Non dobbiamo perdere di vista il seguente sviluppo. Attraverso la dinamica sociale pian piano le norme giuridiche vengono portate ad estinguersi ed in questo modo sistemi di regolamentazione che hanno un certo grado di peso storico assumono importanza. Appartengono a questa categoria esempi di reazioni che sono state impresse dal tempo nei corpi delle persone. Vari indicatori testimoniano che oggi viene a crearsi una combinazione data da strategie normalistiche e modi d'orientamento dettati dal corpo. Tra questi ultimi le sensazioni di pudore o disgusto sono le più efficaci. Nella loro struttura mostrano una natura difensiva, ma prima che il pensiero riflessivo dell'uomo possa inserirsi, esercitano un'inesorabile competenza in fatto di linee di comportamento da seguire. Il corpo permette che la sua carne venga trafitta dalla leggendaria "spina del comando" (Canetti). Il corpo diventa così soggetto ed oggetto del comando e raggiunge un livello d'attenzione e slancio operativo estremamente importante nella nostra epoca di vita febbrile. Quando il tempo è ristretto e la pressione sale, le persone devono stare sul chi vive. Cosa può esserci di più confortante in questa situazione che poter contare su risorse che ci danno la possibilità di trovare una soluzione a delle condizioni che si presentano mano a mano? Ma il pudore e il disgusto non sono forse delle sensazioni arcaiche che vanno perdendo il loro significato nel mondo sociale di oggi così tecnicamente avanzato? Non perdono forse la loro ragion d'essere, riuscendo a esplicare il loro compito psico/igienico soltanto alla periferia sociale? Nient'affatto: entrambi sono meccanismi organici, perciò strani complessi ibridi che a fronte dei continui eventi che non riusciamo più a seguire, ci preservano dall'irrigidimento. Ma siamo veramente up to date? Non siamo forse in balia di ben altre emozioni? Già negli anni Cinquanta veniva sostenuta la tesi che viviamo in un'epoca di "paura diffusa" (Riesman). Dicevano che non funzionavano più la combinazione di emozioni e norme sociali che si erano venute a creare nei diversi contesti storici. La paura della vergogna che faceva agire la persona guidata dalle tradizioni di arcaiche società secondo le conformità delle norme ed il senso di colpa che legava l'uomo delle prime società di classe protomoderne hanno perso la loro forza. Cosi nacque "l'uomo guidato dall'esterno" della moderna società industriale. E proprio questo homo novus preso da una angoscia diffusa sviluppa dei meccanismi di percezione o meglio processi di controllo che somigliano ad un impianto radar. La diagnosi di David Riesman, messa in piedi quasi cinquanta anni fa, sicuramente ha la sua validità. Una certa dose di paura che rimane sempre sotto il limite del senso di paralisi mantiene svegli e ci preserva da decisioni troppo rischiose. Al contempo però limita la voglia del piacere dei consumatori e con ciò l'allegro consumo. Senza questo permanente stimolo l'economia non trarrebbe buoni profitti. Con la paura si può costruire uno stato, ma non si fanno profitti. Per questo motivo la paura non è di aiuto né all'uomo né al sistema. Se la paura supera i livelli di guardia dovrà essere mutata in voglia di paura 0 in retorica della paura. Mentre l'arte ed i mass media risolvono egregiamente il primo postulato i movimenti di protesta si prendono cura del secondo aspetto. il livello di guardia di paure collettive ed individuali controllato a vista da sociologi e psicologi non dà adito a preoccupazione. Il bisogno di paura supera la produzione di paura. Nelle metropoli occidentali le emozioni artificiali sono richiestissime. La nuova povertà e la miseria psichica non le influenzano in modo considerevole. Entrambe al momento non rappresentano un problema che potrebbe minare il sistema, ma è soltanto un compito in più per il malpagato personale d'assistenza e per gli statisti dotati, che calcolano le curve del normalismo e comunicano a tutto il mondo quanti emarginati la società potrà ancora sopportare. Potrebbe sembrare che oggi ci sia meno paura diffusa che negli anni Cinquanta e "l'uomo radar" di Riesman sicuramente non avrà il certificato storico antropologico del "prototipo 2000". Si cercherà inutilmente nel campo della paura la necessaria compensazione social-strutturale delle norme ormai indebolite. Anche la colpa come potenziale guida, dipendente da valori fatti propri nel tempo, ha perso il valore mediatico di forza orientativa, dato che è collegata alla morale corrente e nella sua scia perde conseguentemente di valore. Inoltre le particolari pratiche di socializzazione, alle quali deve la sua nascita, sono sempre più in disuso. La logica della colpa perde il contatto con la realtà. Il suo rendimento si basa sulla possibilità di carpire gli eventi come azioni dirette e di attribuirle a persone o gruppi di persone in situazioni di alta complessità e di rapporti causali non proprio trasparenti; lo schema della colpa ci porta soltanto a correlazioni qualsiasi. Questo difetto è però anche del capitale, il quale può ancora proliferare e mostrarci una fioritura immaginaria. Proprio con le condizioni del presente il modello di spiegazione di colpa rimane attraente perché dà la possibilità ad ogni individuo estremamente irritato di atteggiarsi a soggetto autonomo che crea da sé le cause e ne sopporta le conseguenze. Solo due emozioni come il pudore ed il disgusto, così vicine al nostro corpo e che sono così efficienti grazie ai loro segnali prereflessivi, possono compensare il degrado delle norme che si va delineando. Entrambe completano l'imperante normalismo con le loro definizioni del solito ed insolito, dell'adatto e dell'inadatto, in parte esatte in parte flessibili. Il pudore ci manda due messaggi: 1. Ci comunica che veniamo osservati permanentemente, e conseguentemente possiamo sfuggire solo per poco alle istituzioni che tramutano tutto in dati e nozioni.
Il disgusto invece ci mostra il percorso ripido del piacere e le frontiere di un piacere che si finge illimitato. Con il suo linguaggio del corpo, lucido ed incontrollabile, ci dice quello che non riusciamo più a sopportare, inghiottire e digerire. Ma il disgusto ci impartisce questa lezione senza denigrarci, ma mutando il materiale o i settori che ci attirano o ci incalzano in modo lascivo in fenomeni che possiamo espellere o rifiutare. Forse il senso del disgusto è tanto importante (e a differenza del pudore viene analizzato così raramente), perché riviviamo il momento del distacco - come afferma Julia Kristeva - dalla madre o dalla prima persona che ci ha assistito. Il disgusto crea orrore e conseguentemente crea un senso di sovranità che cerca un suo simile. Poco fa eravamo ancora prigionieri del nostro corpo che ci scuoteva e vomitava; ed appena è stata eliminata questa delicata materia assumiamo un comportamento quasi inattaccabile. Assumiamo una posizione dalla quale giochiamo addirittura con il pensiero, quale fascino potrebbe avere avvicinarsi di nuovo all'oggetto infame. A differenza dell'odio che cerca di distruggere l'oggetto, il disgusto non si toglie il gusto di far continuare a esistere l'oggetto disgustoso, per poi forse riaffrontarlo in una prossima occasione. Cosi si crea una tensione tra il riflesso di distanza e la tentazione per la vicinanza, tensione che reca in sé molte possibilità di aumento o di riduzione. Il disgusto ha una buona memoria, si ricorda degli oggetti che aveva respinto. Li evita li accerchia, li controlla, ma non cade ai loro piedi. Senza la memoria del disgusto non potremmo sviluppare il piacere. Senza i suoi energici interventi saremmo disinibiti, e non avremo nessuna chance di inventarci procedure raffinate per aumentare il piacere. Il disgusto segna i limiti al piacere per tenerlo in vita: ha qualcosa di molto terreno in sé, perché non si fa mettere le redini dal desiderio che evita l'avverarsi, perché teme la delusione. In un mondo che sospetta di tutto e di tutti, il piacere vuole raggiungere il reale, senza obbedire agli immaginari disconoscimenti o cadere nella rete di rinvii eterni. Ma non possiede sensori che potrebbero avvisarlo se sta diventando una semplice vittima di semplici simulazioni. Soltanto il disgusto è forte abbastanza da marcare con il sigillo di autenticità il piacere. E un prezzo alto. Il divertimento è passato quando viene letta la sentenza favorevole. Il soggetto conosce ora i propri limiti e se vuole può cambiarli. Nessuno lo trattiene dal mutare il duro lavoro in un gioco lasciandosi coinvolgere dagli esperimenti della "abject art" o vestendosi secondo l'ultima moda che per i clienti più coraggiosi propone sempre articoli più o meno improbabili. La prova del disgusto serve come rituale per la upper class, ma trova la via per il discorso - normalismo della cultura attraverso la rappresentazione e diffusione mediale. Nessuno vorrà mettere degli abiti al limite dell'orrendo ma tutto questo serve perché tutti possano essere disgustati e possano misurare il grado di decadenza del comportamento della classe benestante. Una volta faceva parte dei compiti delle belle arti idealizzare il corpo bello. Quando questi "affari" non rendevano più e non portavano né gloria improvvisa né onorari orrendamente alti, sopravvenne la moda che svolse il suo compito talmente bene, tanto che la moda da confezione promuoveva il pensiero hegeliano dell'apparire. Anche la moda tardo-moderna, affine al disgusto, vela il corpo minacciato dal decadimento, ma mostra la caducità dei tessuti. Ci fornisce immagini del vero decadimento e avanza la pretesa di autenticità. E là dove rinuncia a tali simbolizzazioni eccentriche, ricerca i tagli ed i materiali normali da munire però di una nuova dignità del repellente. Su grandi cartelloni vengono riprodotte fotografie scabrose che dovrebbero fare assurgere a media la moda, apponendoci semplicemente il marchio della ditta. La moda libera da vincoli fa da parodia alla statua antica intrisa com'è dalla sua voglia di disgusto. Per la statua invece la rappresentazione del bel corpo riuscì soltanto perché il corpo vivente venne trasformato in freddo marmo senza vita. Ma un corpo depurato di ogni traccia di disgusto non è nient'altro che il segno della sua morte. Questo gioco della moda con il disgusto serve apparentemente a scopi commerciali, ma non si esaurisce in questo. Contemporaneamente ci fornisce un segno per la fiducia che pone il nostro pensiero edonista nel disgusto come limite ai piaceri. Non è più concesso quello che piace. Nei tempi del normalismo flessibile è concesso e permesso tutto quello che ha a che fare con i sacramenti del disgusto. Non dobbiamo però fidarci del disgusto che riesce a bilanciare il rifiuto ed il fascino che esercita quest'ultimo assicurandoci una porzione di piacere. Contro l'avidità di piacere però il disgusto è impotente, perché la smania di piacere è senza limiti. Anche se il piacere conosce e oltrepassa il potere della misura che rappresenta il disgusto, la smania opera simile al disgusto con una memoria impeccabile. Viene sempre scelta la stessa sostanza (o un gruppo di sostanze che hanno lo stesso effetto) per poter raggiungere un senso di superiorità, per far sentire il pieno piacere ad un io ormai vuoto e privo d'emozioni. Gli oggetti del piacere vengono privati della loro individualità, diventano elementi di una serie che non ha fine. In questo modo di procedere la tossicodipendenza somiglia al processo di appropriazione che precede la reazione di disgusto. Ma nel circolo della dipendenza gli oggetti, per quanto simili essi siano, non perdono mai il loro carattere auratico. Emettono una forza magica, mentre il soggetto viene privato di ogni potenzialità creativa. Coloro che definiamo dipendenti sono convinti di raggiungere un senso di onnipotenza e di pienezza del piacere nel momento nel quale si appropriano o incorporano l'oggetto desiderato. Coloro che sono dipendenti non seguono l'insegnamento che ci viene dato dal disgusto. Non riescono a discostarsi dall'oggetto in questione. Il loro io non risponde e non riconosce il senso della misura. Il soggetto dipendente diventa alleato dell'oggetto e combatte a fianco della droga contro il suo io, ormai diviso. Le sensazioni di malessere del giorno dopo o la dura esperienza dell'astinenza non bastano a fare vincere il senso del disgusto e a fare discostare il soggetto dipendente dalle sostanze stupefacenti. Se il tossicodipendente non raggiunge il pieno piacere, non dà la colpa alla particolarità dell'oggetto ma all'efficacia più o meno forte della sostanza. Per questo motivo aumentano le dosi fino a quando il rapporto tra il desiderato e l'impegno per raggiungerlo assume forme grottesche. Uno dei punti problematici del normalismo flessibile lo troviamo appunto nel fenomeno della dipendenza. Anche le dipendenze vengono catalogate. Ognuno può informarsi sui consumi medi degli alcolizzati e dei sessodipendenti, degli anoressici e de bulimici, dei tossicodipendenti e di coloro che giocano in borsa. I limiti tra uso normale e uso smodato sono molto flessibili. Ma proprio questo fa irritare i dipendenti latenti, una classe alla quale appartengono molti di noi. Non sono pronti ad affrontare il gioco a carte scoperte del limite di normalità. O si arrendono totalmente alla dipendenza, o cercano appoggio, aggrappandosi a rigide categorie che riescono a scindere ancora tra il bene ed il male. Se il disgusto per la dipendenza non è aumentato, speriamo che ci possa scuotere nel momento che ci immettiamo sulla cattiva strada.
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