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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno X - n. 30 - autunno 1999 |
| Paolo Ravalico Scerri, navigatore dell'edonismo
di Sabrina Zannier | ||
Con Paolo Ravalico Scerri assistiamo a una sorta d'introspezione tesa alla relazione con l'altro, che annuncia un territorio ambiguo, un'atmosfera al limite tra realtà e finzione, corpo e anima, individuale e sociale. In questo stare - in prima linea da parte dell'artista - con il fiato trattenuto sopra il precipizio della precarietà, si tocca il terreno della discrezione, che in tempi di fibrillante metamorfosi del corpo, di clonaggio molecolare, di alterazioni genetiche che sfaldano i limiti biologici e di intensa trasformazione del sé, echeggianti in altri artisti con enfasi declamatoria, significa proporre un margine ulteriore della diversità. Significa anche, considerata la volontà di manifestarsi linguisticamente quasi in sordina, stare ai margini di quel flusso inarrestabile di eccessi che, pur pulsando di vita e forse di entusiasmo, calcano troppo la mano sul senso del morboso. Il solo morbo, il solo virus dal quale Ravalico si fa contaminare è, invece, quello di una perseverante e profonda ricerca del sé e dell'altro da sé, capace di oltrepassare la cortina del patologico e dell'orrido, per scoprire sotto l'epidermide contemporanea una rinnovata piacevolezza del sentire e del vedere, un nuovo modo di stare, di porsi, di esserci. Un esserci che nella sua valenza poetica non è evasione perché non implica la negazione dell'orizzonte sociale contemporaneo bensì un suo attraversamento, fondato sul prelievo di un'essenza, fragile e incerta proprio in quanto contemporanea. È il riaffermarsi di questa piacevolezza a contenere il principio del piacere sotteso all'edonismo, e ad attualizzare quella problematica identitaria che da qualche tempo può apparire inflazionata, ma che in realtà, dopo aver segnato l'intero secolo, si appresta a ripresentarsi nel nuovo millennio per tracciare il profilo dell'uomo del 2000. Un profilo non necessariamente clonato, geneticamente o esteticamente alterato. Quello propostoci da Paolo Ravalico Scerri è un uomo fisicamente integro, apparentemente ordinario, la cui straordinarietà risiede nel modo di porsi innanzi alla presunta banalità delle cose e delle azioni. Nei lavori dell'artista triestino, l'atto di lavarsi, di stirare, di cucinare, di scopare subiscono una sorta di liberazione: non sono più azioni relegate nella quotidianità occultata e inghiottita dall'indifferenza, bensì pratiche tese ad esaltare l'identità, a definirla nella sua più intrinseca essenza. È questa la nuova bellezza; è questo l'edonismo che palpita dall'intero processo creativo. Mentre in alcuni casi le azioni quotidiane sono riprese in modo frontale nella loro semplicità, come si trattasse di un reportage sulla banalità traslata in straordinarietà; in altri lavori Ravalico Scerri calca la mano sul processo di creazione del proprio set compositivo. Nascono così delle scene che paiono rifarsi alla classicità di un genere pittorico, quello della natura morta, sul quale si aziona una sottile componente ironica nel momento in cui il soggetto della ripresa è sempre dato da un corpo umano. Si tratta di persone scelte dall'artista come protagonisti anonimi di immagini in cui l'afflato vitale pulsa in sordina, teso, per l'appunto, fra l'immobilità della natura morta e il movimento lieve, quasi impercettibile, ma senza soluzione di continuità, del ritmo toracico dettato dal respiro, o della vibrazione delle palpebre che concede agli occhi del soggetto la facoltà di catturare lo sguardo dell'osservatore. Paolo Ravalico Scerri navigatore dell'edonismo compie un viaggio per il quale la "terra promessa" è data dal compiacimento del proprio sé. Una terra che, prima di essere approssimata, lo spinge alla circumnavigazione dell'altro da sé, alla scoperta del principio di relazione, poi catapultato nell'approccio diretto con il proprio corpo. Ecco, allora, che gli ultimi lavori enfatizzano il valore intrinseco dell'edonismo riabilitando l'idea della propria immagine riflessa nello specchio. L'ambiguità che si delinea è sottile e sottesa, non si manifesta nell'impatto diretto con l'opera; è ben diversa da quella rintracciabile nei lavori che assumono le mutazioni del corpo, dove si urla la simbiosi degli opposti da sempre codificati: uomo/donna (ambiguità sessuale), salute/malattia, fino a vita/morte (ambiguità esistenziale). Propone una riflessione che oltrepassa tali virtuosismi per affondare nel vivo di ciò che questi stessi portano in nuce. Al potenziamento fisico e cerebrale, ottenuto con il ricorso a protesi tecnologiche, affiancano un potenziamento della capacità sensoriale e riflessiva non indotta da corpi estranei bensì motivata dalla coscienza della loro esistenza. Allo spettacolo eclatante fa da contraltare lo spettacolo discreto, al modo impattante il "modo sottile", alla tempesta psichica coesiste il sereno-variabile: un'atmosfera solo apparentemente monocorde, in realtà sottilmente ambigua, che corre nella dimensione sottocutanea, oltre la carne del corpo, sotto la pelle dell'opera. Domina il linguaggio video, a volte inserito in un contesto installativo, anche tradotto in immagine fotografica; in ogni caso considerato a partire da una specifica presa di coscienza dell'universo comunicazionale. Paolo Ravalico Scerri lo fa tenendo presente la frontalità dell'immagine televisiva, con particolare riferimento a quella che emerge nei talk show, dove la persona ripresa in primo piano subisce l'enfatizzazione di ogni suo gesto e di ogni sua specifica caratterialità. Del talk show, però, censura la parola, catapultandolo così in un gesture show, dove non esistono protagonismi individuali ma solo attitudini collettive. Ravalico ci parla della televisione, ma poi ne nega alcuni assunti: si oppone all'utilizzo di tale media come fonte inesauribile di ritmi accelerati che conducono la comunicazione sul fronte opposto dell'incomunicabilità, che ci impedisce di trattenere le immagini e i messaggi. Il silenzio e la decelerazione proposta dall'artista gioca invece sul tasto di una rinnovata leggibilità, che porta con sé la necessità di uno sguardo sgranato sulla realtà, di un vedere sotto il dinamismo frenetico della contemporaneità. Negli ultimi lavori, al video, alle foto e alla videoinstallazione si è aggiunta anche la performance, sempre attuata dall'artista, che sembra così uscire dalle quinte di quel set al quale accennavo sopra, per dare effettiva corporeità al raggiungimento della sua "terra promessa". La terra di un edonismo in perseverante mutazione, come quello azionato in Scopando, dove durante la presentazione del video, l'artista performer si aggira tra il pubblico per catturarne gli sguardi nel tentativo di dilatare l'incontro con l'altro nella profondità del fermo immagine che connota tutto il suo lavoro. | ||
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