TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno X - n. 30 - autunno 1999

Please, don't eat my mother. Elena Cavallo
di Maurizio Sciaccaluga
Opus 3003a
Senza titolo, 1998
ferro, guaina

Opus 3003b
Senza titolo, 1998
ferro, guaina

Opus 3003c
Senza titolo, 1998
ferro, guaina

Esiste una generazione di creatori, nata artisticamente nella seconda metà degli anni Ottanta, che non ha avuto il tempo di rielaborare i miti e i credo, le convinzioni teoriche e le cognizioni politiche che avevano impregnato e condizionato ogni manifestazione del pensiero durante i due decenni antecedenti. Per quella generazione Marilyn, il Che, il concettualismo, la guerra fredda, le pantere nere, la beat-generation, la bomba H, il minimalismo, la Coca Cola e l'LSD sono soltanto logoi e icone di rimando. Per ragioni anagrafiche o perché giunti all'impegno creativo quando quei fuochi erano già stati masticati e spenti, gli artisti di tale leva non riuscirono più a ripensare e a credere in quelle problematiche e in quella cultura per immagini che oramai apparivano appannate e usurate dal tempo. Nella seconda metà degli anni Settanta - quando, adolescenti o già maturi (comunque appena incantati dall'idea dell'arte), costruivano come in puzzle il loro immaginario di riferimento - Kerouac e le road-stories cedevano il passo al primo master d'economia finanziaria, i figli dei fiori e le comuni si arrendevano allo sconsiderato boom edilizio, l'avvento del cinema porno cancellava quelle pruriginose e sollecitanti fantasie che avevano procreato le maggiorate di Russ Meyer e i fumetti di Li'l Abner. Non era più il tempo dell'impegno politico e non ancora quello della lotta ambientalista. E se in America l'interventismo delI'Amministrazione e la conseguente disastrosa guerra vietnamita favorivano la proliferazione di nuove convinzioni politiche (il pacifismo), nuovi look (Hair) e nuovi stili espressivi (Apocalypse Now), in Italia la strategia del terrore dapprima e il pentapartito successivamente, la paura cattolica della svolta a sinistra e la progressiva banalizzazione della comunicazione via etere assopivano ogni coscienza ancora desiderosa di trovare ragioni per cui valesse la pena pensare.

Collocatisi, artisticamente e socialmente, tra una progenie d'idealisti e una di pragmatici, tra i sessantottini che chiedevano l'impossibile e i paninari che vedevano nelle auto e nel gallismo gli unici motivi per i quali vivere, molti artisti si trovarono nell'impossibilità di predisporre e analizzare tematiche pesanti, che potessero fondare una poetica stimolante ed esaustiva. Finché, mentre gli eskimo diventavano bomber e al maggiolino succedeva la Tigra a trazione integrale, molti si resero conto - quelli che ebbero il coraggio di vivere fino in fondo le contraddizioni e le poche sollecitazioni del proprio tempo - che almeno l'immaginario da edicola, quello a dispense settimanali, quello cinematografico e infine quello televisivo, per quanto in prima istanza poveri e popular, gli appartenevano veramente. Ovvero un universo che andava da Carosello ai b-movie, dai primi pupazzi animati in TV alla fantascienza della serie Urania, dal successo editoriale di Linus ai racconti pseudo-scientifici di Asimov.

Quando questa generazione di creatori ha cominciato a elaborare teorie e opere, a esporre i propri lavori, sono tornati in cartellone gli spettacoli su cui si erano formati anni prima: Spazio 1999, la Linea, Ufo, Calimero pulcino nero, Goldrake, fino a prodotti decisamente più profondi come Arancia Meccanica, 2001 Odissea nello Spazio, Frigidaire, Corto Maltese.

L'arte può essere espressione delle istanze di una società. Non necessariamente le più evolute o profonde, sicuramente alcune tra le più condivise. Tra dieci anni le opere rispecchieranno questa illusione di globalizzazione che stiamo vivendo oggi. Quelle concepite quindici anni fa (proprio nel senso di inseminate, dunque poi attese da una lunga gestazione) non possono che prendere le mosse da quel momento storico e da quelle sollecitazioni.

Elena Cavallo appartiene, per nascita artistica anche se non anagrafica, a questa generazione. Il suo lavoro, dopo una fase sofferta, dedita alla ridiscussione di taluni assunti tipici dei movimenti di ricerca dell'ultimo dopoguerra, è naturalmente approdato in quella terra di mezzo che attualmente ospita gran parte della sperimentazione più interessante. Terra di mezzo che unisce, deglutisce, macina, smembra e riassembla forme e idee generate da fonti diverse e variegate, quali il cinema di cassetta, la letteratura tascabile, il format televisivo. Cavallo pratica il territorio dell'innaturalità, mettendo in scena quel difficile dualismo - e la conseguente paradossale sintesi - che vige oggi tra produzione spontanea e progettazione industriale, tra ambiente e progresso, tra evoluzione genetica e cultura transgenetica forzata. I suoi lavori sono certo mutuati dal minimalismo e dallo spazialismo degli scorsi decenni, ma per sposarsi presto con quella cultura pop d'oggigiorno che sta riscoprendo gli stimoli visivi del gore, dell'exploitation, dell'hard boiled. L'artista raccoglie risultati e stimoli di un'analisi strutturale durata anni, costata fatica, e li impasta con talune delle più eclatanti pratiche del contemporaneo. Non che adoperi o erediti fisicamente modi e tempi del fashion, della moda, del pulp, della psichedelia; ne cita lo stile, lo fonde con il passato, lo studia per creare quel prodotto sintetico che - memore della riflessione trascorsa e testimone della moderna aggressività - sia realmente consono e adatto ai tempi. Le sculture di Elena Cavallo trasformano il ferro in materia organica, gli donano una vita naturale, lo cooptano all'interno di una logica d'accrescimento ed evoluzione che non è quella propria al metallo ma alle specie vegetali. Ecco dunque l'indotto di quella formazione artistica giocata sull'estemporaneità della cinematografia e della televisione, sulla leggera evanescenza di libri quattordicinali Mondadori tipo I Paria dell'atomo di tal Max-André Rayjean o L'uomo che veniva dal futuro di Wilson Tucker. Nelle opere torna lo stupore - provocato da uno sviluppo imprevisto e angosciante - tipico di La Meteora infernale (The Monolith Monsters, 1957), si rinnova la minaccia insieme accattivante e inquietante di Please, Don't Eat My Mother! (1972), si ripresenta il sarcasmo devastante di La piccola bottega degli orrori (Little Shop of Horrors, 1960). Del racconto fantascientifico sviluppatosi tra la seconda metà degli anni Cinquanta e la fine degli anni Settanta il lavoro di Cavallo conserva peculiarmente questa duplice connotazione minacciosa e ironica insieme. Le sue sculture sono "materia che sembra crescere", corpi senza organi che hanno del metallo la resistenza e passività e della forma vegetale la fascinazione e l'arcano. I colori iridescenti non celano, piuttosto elevano a potenza, la natura predatrice di questa inusitata presenza: come le piante carnivore, come gli esseri extraterrestri (dalla forma chiaramente vegetale) dei due film di Carl Monson e Roger Corman sopra citati, queste opere vivono vampirescamente dell'ambiente che le ospita, ne simulano la forma, attraggono con quei tipici colori che, nella cultura pubblicitaria e psichedelica, simbolicamente evocano e promettono divertimento e bellezza. Ogni forma, perfettamente inseribile sia in una classificazione naturale che in un ordinamento meccanico, è amplificata e passata attraverso il megafono di un cromatismo roboante e stupefacente. Nel caso della Cavallo l'esagerazione dell'arte, ereditata dai b-movie e dal fumetto, da testi fantascientifici visionari e da quella paura collettiva che aiutò Orson Welles nella finzione radiofonica di un attacco alieno alla terra, svela l'assurdità della vita reale, anche intesa secondo quell'accezione naturalistica che molti oggi nuovamente inseguono. L'artista - non senza un pizzico di malignità - scava in quel timor panico che ci accomuna, contesta le certezze assolute di una scienza acritica e integralista che pensa di aver compreso ogni possibile sviluppo della vita. E viaggia anche tra icone di sommi capolavori messi in ridicolo dalla cancellazione della connotazione storica e da una contestualizzazione volutamente ed esageratamente popolare e massificante. Elena Cavallo attraversa le abitudini e le passioni di più generazioni di spettatori abituati a praticare la realtà e la finzione, il vero e l'esasperazione, la concretezza e l'immaginazione convinti di poterne sempre individuare chiaramente limiti e confini. Mostrando però come questi limiti siano incerti, come naturale e innaturale sappiano perfettamente mimetizzarsi e confondersi, quanto il mondo degli eventi sia vicino e affine a quello della follia inventiva, piuttosto che a un'organizzazione comprensibile e morale.


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