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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno X - n. 30 - autunno 1999 |
| I presupposti filosofici dell'edonismo postmoderno
di Giovanni Stelli | ||
Se ci mettiamo poi dal punto di vista della produzione delle idee, delle merci che vengono portate nel bazaar per essere vendute, è evidente che non ha senso preoccuparsi di una loro presunta "verità", ma piuttosto badare a che esse siano "nuove" e originali. Nella filosofia e nella scienza dobbiamo abbandonare l'ideale arcigno del rigore, parente stretto della "verità", e mirare invece al "trionfo del vago", della "metafora"[2]. La metafora, lungi dall'avere una funzione meramente ornamentale, sta sullo stesso piano della percezione e della inferenza, anzi è la fonte di credenze più importante, perché non lascia inalterato il repertorio del nostro linguaggio, ma lo trasforma e lo modifica di continuo in modo creativo. Le immagini di Rorty descrivono perfettamente il postmodemo, categoria che, per quanto discussa e discutibile, resta indispensabile per comprendere la situazione spirituale del tempo presente[3]. Alla luce dell'impostazione postmoderna perdono di senso e si dissolvono le classiche distinzioni di tipo gerarchico che la tradizione filosofica occidentale, dai Greci all'illuminismo, ha in vario modo codificato. Le distinzioni gerarchiche, si badi, non vanno confuse con le differenze, sulla cui essenziale irriducibilità i postmoderni insistono in polemica con la ragione moderna e la sua assolutistica pretesa di reductio ad unum. Propri l'esaltazione delle differenze è coerente con la negazione qualsiasi distinzione di valore tra di esse e con la orizontalizzazione senza residui di tutti gli aspetti della realtà e della vita Particolarmente interessanti sono le conseguenze derivanti dalla dissoluzione postmoderna di tre distinzioni di tipo gerarchico: tra i valori, tra le facoltà umane e al livello dell'ordine sociale Sul piano dei valori dobbiamo prendere atto senza rimpianti, secondo i postmoderni, della impossibilità di un punto di vista "oggettivo", del punto di vista "dell'occhio di Dio": ogni convinzione morale e politica è situata e prospettica, sempre "locale' e mai "universale", vincolata ad un vocabolario tra i tanti esistenti e possibili, radicalmente contingente insomma, come contingente è il linguaggio che non rappresenta alcuna realtà in sé, ma è proliferazione polisemica, disseminazione incessante di giochi linguistici. Una situazione del genere evoca però inevitabilmente, per dirla sempre con Rorty, "lo spettro del relativismo" morale. L'aspetto inquietante di questo spettro fu già descritto a suo tempo perfettamente da Sade: come può il sostenitore conseguente del relativismo morale respingere le pretese dell'assolutista che intende affermare una visione intollerante e per di più con mezzi violenti? Se egli si appella al carattere prospettico e situato dei punti di vista (l'unico argomento di cui dispone), cade nella trappola costruita da lui stesso! E tuttavia lo spettro può essere esorcizzato, secondo Rorty, non con argomenti, ma ricorrendo alla decisione di assegnare uno speciale privilegio alla comunità e al sistema etico-politico a cui apparteniamo. In questa formulazione estrema l'equivalenza postmoderna di tutti i valori si capovolge in etnocentrismo, nella asserzione, frutto di una semplice decisione pratica, della superiorità di una particolare visione (l'occidentale nordatlantica) sulle altre. Se questo esorcismo possa essere considerato anche la soluzione di un reale problema è dubbio e resta comunque una difficile questione aperta. Il rifiuto generale di qualsiasi distinzione di valore porta anche alla dissoluzione delle distinzioni di tipo gerarchico tra le diverse facoltà umane e tra i diversi sensi, tra l'organico e la ragione, tra l'inorganico e l'organico. Va così respinto il primato classico della vista, tradizionalmente connesso, dalle similitudini platoniche del Sole e della caverna al luminismo del paradiso dantesco, alla celebrata supremazia della razionalità. Vanno riscattati i sensi "inferiori", soprattutto il tatto con cui ci assimiliamo ai corpi e alle cose. L'arrogante "io penso", che progetta affannosamente nel tempo lineare e teleologico, deve essere spodestato dall'impersonale "si sente", che nega il tempo nella passiva ripetizione caratteristica dell'inorganico. Tutte le classiche distinzioni di valore sono abolite in nome di un ritorno all'inorganico, alla passività cosale eppure senziente, che non è affatto un romantico ritorno alla natura preumana, poiché riconosce e accoglie in sé l'artificialità tecnologica: la cosa artificiale ripete infatti la cosa originaria a cui restituisce dignità ontologica[4]. Ci si può chiedere tuttavia se non sussista una contraddizione dirompente tra ciò che afferma la tesi in questione - ossia l'equivalenza dei sensi e delle facoltà umane - e il fatto che essa sia appunto una tesi, consista cioè di argomenti, di cui si presuppone, o almeno si auspica, la lettura, tramite il senso della vista, e la comprensione, tramite la ragione! E non vengono in tal modo inevitabilmente riaffermate proprio quelle distinzioni di tipo gerarchico che il postmoderno intende negare? Al livello dei rapporti sociali, infine, nei confronti della società moderna - dominata da Prometeo ossia dall'energetismo produttivistico, che è il corrispettivo economico-sociale dell'ansia progettuale dell'individuo moderno, e caratterizata dalla dicotomia tra individuo e società - i postmoderni rivalutano Dioniso ossia lo "stare insieme" primordiale, affettivo e agerarchico, sistematicamente indebolito dalla tradizione razionalistica[5]. Nella socialità postmoderna assume un ruolo centrale il sentimento, inteso come partecipazione affettiva conglobante non razionale, come esplicita regressione alle forme più elementari radicate "nello slancio vitale della vita vegetale". In questo nuovo ordine confusionale il soggetto tradizionale, fondato sul principio di individuazione, si dissolve per confondersi nel tutto e nell'indiviso: il nuovo "soggetto" non domina se stesso, non progetta nel tempo e non progetta il tempo, ma vive l'istante e in esso si esaurisce in un ciclo senza fine. Si tratta di una nuova etica sociale fondata sul godimento improduttivo, che rifiuta l'utilitarismo e il linearismo storico di tipo teleologico, le separazioni artificiose e limitatrici stabilite dalla logica amministrativa della ratio e che tende, viceversa, all'autopienezza, all'unità contraddittoriale delle origini, che ha come segno emblematico la bisessualità[6]. Che questa nuova socialità postmoderna sia necessariamente positiva e liberatoria, che il nuovo stare insieme si manifesti inevitabilmente come erotismo generoso e aggregativo, cemento comunitario, è tuttavia puramente postulato. Non potrebbe il nuovo ordine confusionale generare, invece, un immoralismo asociale e distruttivo, un erotismo sado-masochista replicante, a livello di esplicita violenza, i tradizionali rapporti di dominio? E forse l'ombra di Dioniso nasconde a malapena la maschera inquietante del Divino Marchese. [1] R. Rorty, Scritti filosofici, Laterza, Roma-Bari 1994, I, pp. 281-282. [2] Ibidem, p. 59. [3] Nella discussione sul "postmoderno" sembra d'obbligo riferirsi ad una serie di autori francesi come Lyotard, Derrida, Deleuze, ecc. Ad una chiara definizione e comprensione di questa categoria hanno però contribuito, a mio parere, in modo insostituibile le analisi sobrie e rigorose di alcuni filosofi di area anglosassone, come Rorty, a cui perciò preferisco rifarmi. [4] M. Perniola, Il sex appeal dell'inorganico, Einaudi, Torino 1994, p. 44 e passim. [5] M. Maffesoli, L'ombra di Dioniso, Garzanti, Milano 1990, pp. 27 e 94. [6] Ibidem, pp. 45, 98 e passim. | ||
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