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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno X - n. 30 - autunno 1999 |
| La critica edonistica della società di Lamberto Pignotti
di Giorgio Bonomi | ||
Pignotti infatti è un artista e un intellettuale che ha contribuito allo svecchiamento della cultura e del costume italiani, essendo sempre stato in prima fila nei movimenti di avanguardia, dal Gruppo 63 alle riviste alternative e militanti, dal '68 all'introduzione di discipline poco curate in Italia quali la semiologia o la teoria della comunicazione, dalla sperimentazione poetica a quella visiva. Siamo convinti che l'arte di Pignotti abbia avuto ed abbia tuttora la stessa incisività che, in altro campo ma poi non così lontano dal suo, ha avuto la teoria critica della Scuola di Francoforte, troppo presto e facilmente liquidata dall'establishment culturale italiano che è passato, senza batter ciglio, da un marxismo ottusamento un po' troppo dialettico al nichilismo o al relativismo del peggior pensiero liberale. Questo forse spiega quella che abbiamo chiamato situazione curiosa, cioè non approfondire uno degli aspetti più innovativi del pensiero e dell'arte del Nostro. Ed è su questo aspetto che vogliamo soffermarci, sentendoci anche esentati dal ripetere quelle analisi puntuali e precise di molti critici circa i linguaggi visivi e verbali, la decontestualizzazione delle icone di massa, la comunicazione, i codici e così via. Ripetutamente nelle opere di Pignotti compaiono donne bellissime, in abbigliamento succinto e in posizioni ammiccanti; la composizione ironica, il linguaggio verbale - sia quello diretto della mano dell'artista sia quello con caratteri tipografici - che spiazza ma induce anche ad un pensiero che non può essere disgiunto dalla seduzione dell'immagine della bellezza, rafforzano la sensazione erotica e ci comunicano un forte senso di piacere. E' forse un edonismo più cirenaico che epicureo, infatti il primo esalta il piacere in movimento, quello goduto attimo per attimo perché la speranza in un piacere futuro e più duraturo è legata all'incertezza del destino, mentre il secondo esalta i piaceri stabili, quelli che consistono nell'assenza di dolore, nella atarassia. In alcune opere di Pignotti è la frase che ci dà la chiave per comprendere la sua concezione del tempo: Favorisca aspettare, Visibile e invisibile, Aspettava forse un segnale?, così, se la bellezza dell'immagine femminile è li e non può non esserci, se dunque è una totalità in sé mancante di nulla, come l'essere di Parmenide, le frasi testimoniano invece l'attesa di un evento che può essere ma può anche non essere, cioè possono indicare la mancanza, l'assenza, l'indeterminatezza, un tempo quindi che eraclitamente scorre e in cui non possiamo immergerci due volte. Ma il tempo non può non essere legato alla società in cui si esplica, cioè una società che sicuramente non lavora per il bene (e il piacere) dell'individuo e della massa. Pignotti rovescia la critica femminista circa l'uso del corpo della donna nei mass media, elevando quell'immagine ad arte, a oggetto di piacere (e quindi di bene). Ci sembra straordinario che talvolta Pignotti "accresca" l'ammiccamento di un volto di una donna sensualissima, coprendole con il colore o con lo scritto un occhio, quasi che così quel volto ci faccia l'occhiolino - un classico della seduzione. Il piacere - come ha acutamente notato Lorenzo Mango - lo ritroviamo nella desemanticizzazione delle parole, con le quali l'autore gioca liberamente, determinando "un'energia libidinale non più finalizzata che si traduce in un piacere di tipo estetico". Pignotti è come Don Giovanni, ama le donne che rappresenta (e le fa amare allo spettatore), ma, proprio perché le ama tutte con eguale trasporto e con tutto se stesso, deve sempre rinnovare questo approfondimento. "È forse triste Don Giovanni?", si chiede un grande autore, Albert Camus, troppo presto anch'egli dimenticato dalle mode letterarie, che risponde: "Non è verosimile. (...) Coloro che sono tristi hanno due ragioni di esserlo: essi ignorano e sperano. Don Giovanni sa e non spera. Fa pensare a quegli artisti che conoscono i loro limiti, non li trapassano mai e entro il precario intervallo, in cui il loro spirito si pone, posseggono tutta la meravigliosa disinvoltura dei maestri. Ed è appunto questo il genio: l'intelligenza che conosce le proprie frontiere" (Il mito di Sisifo, ed. Bompiani, Milano 1962). Allora la critica sociale che Pignotti fa non avviene solo per operazioni semiologiche - le quali avulse dal concreto della situazione rischiano di ridursi a mera metodologia - ma con la proposizione di un contenuto corposo quale è quello di una visione edonistica dell'uomo e della vita. Concezione, non a caso, combattuta tanto da tutti i dogmatismi religiosi quanto da tutti quelli politici totalitari, come ben ci ha insegnato anche il vecchio Marcuse. Dogmatismi che hanno sempre separato eros, piacere, bellezza, e nella scissione condannano ora questo ora quello, ma soprattutto l'accostamento di due dei tre concetti come, per esempio, la bellezza con il piacere, in nome di finalità altre. Pignotti riunifica i tre momenti, che così, dopo aver svolto la funzione destruens, si offrono come parte construens dandoci un'indicazione di vita positiva. Questo è estremamente importante perché ci suggerisce un valore, che ovviamente può o non può essere accettato, e ci obbliga, quindi, a una scelta, alla riflessione sulle differenze; cosa che nella maggior parte dell'arte attuale non avviene, creando incredibili situazioni e confusioni: si confonde il pornografico con l'erotico, il quotidiano con l'eterno, l'orrido con l'entusiasmante, la volgarità con l'estetico. Orbene, guardando le opere di Pignotti, non possiamo non "giocare" con le sue stesse parole e possiamo dire "ecco dell'arte eccezionale" che aiuta, se non a sperare - I'ironia e la consapevolezza ce lo impediscono almeno ad immaginare "una straordinaria Italia del futuro". | ||
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