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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno X - n. 30 - autunno 1999 |
| Editoriale
di Giorgio Bonomi | ||
Abbiamo trovato assai stimolante questa collaborazione e l'intreccio di pensieri, di opere, di scritti: è l'unico modo per cominciare ad agire, anche in arte, da Europei, senza presunzioni o tendenze egemoniche, con il solo scopo della crescita comune, capace di iniziare a contrapporsi a quell'imperialismo americano che è globalizzante anche sul piano culturale. La tematica è, poi, di straordinaria attualità. L'edonismo, inteso nel suo senso più proprio di filosofia morale che dai Cirenaici arriva agli Utilitaristi, è sempre stato frainteso o condannato senza possibilità di appello o strumentalizzato per altre finalità. Si pensi al recente "edonismo reaganiano", sotto il cui nome si celava un tristissimo pensiero reazionario, imbellettato di tutte le idiozie che la produzione consumistica offriva. Più sottile e pericolosa è la filosofia postmoderna che, pur partendo da alcune giuste esigenze, finisce per essere l'alibi per la licenza, l'amoralità, l'avalutazione, ecc. In arte la libertà postmoderna ha significato accettare il peggior decorativismo, la futilità, l'imperizia, l'ignoranza: si pensi a un Jeff Koons, tipico campione dell'inutilità e vacuità di certa produzione di oggetti che solo il sistema imperialistico americano delle mode dell'arte e tutti i suoi servi sciocchi potevano accreditare come arte. Si pensi come il corposoggetto-oggetto di tanta arte degli anni '70 che rifletteva su tutta una serie di problemi e rivendicava un'altrettanta serie di libertà-dagli anni '80 diventa, invece, la palestra per le peggiori volgarità e le più imbecilli prove di non si sa bene quali trasmutazioni. Eppure l'edonismo è una delle due facce dell'arte (l'altra è quella del dramma, della tragedia, del dolore), e grazie ad esso abbiamo molti artisti e molte opere assai seri nella loro serena felicità o ludicità: si pensi ad un Matisse, per restare ai grandi maestri storici. Ma dietro la serenità non si cela certo l'inutilità, se pensatori e governanti di tutti i tempi hanno condannato e represso l'edonismo in nome di un'etica eteronoma, che doveva rispondere sempre all'Altro-Dio o Stato che fosse. L'edonismo è tanto poco la filosofia del piacere sfrenato e immorale quanto è invece la filosofia dei diritti del soggetto, della consapevolezza razionale dell'inutilità dei miti (religiosi o politici che siano), data la finitezza invalicabile dell'uomo al quale non resta, per trovare, se non un senso, almeno l'accettabilità della vita, che il piacere più duraturo possibile: e la durata non è che una successione irreversibile di attimi i quali, appunto, vanno goduti come tali. E ben comprensibile come questo orizzonte sia fondamentale per l'arte che deve produrre sensazioni di piacere, le quali non si limitano all'estetismo ma coinvolgono la conoscenza stessa: e qui si comprende, altrettanto bene la complessità del concetto di "piacere". Allora l'oraziano "carpe diem, quam minimum credula postero", va corretto in "carpe diem, quam maxime credula postero", ma forse è più incisivo il goethiano "allora potrei dire all'attimo fuggente: -arrestati, sei bello-", ove quel "potrei"- corretto dall'autore stesso che, in prima stesura, aveva scritto "posso" - su cui sono stati versati fiumi d'inchiostro, indica proprio la condizione umana: nella sfida tra l'uomo e l'Altro le condizioni di vittoria o di sconfitta sono al cinquanta per cento per ciascuno. Forse è poco, ma sempre di più e meglio a fronte degli odierni becchini della storia e dell'uomo o degli sciocchi e beoti esaltatori della superficie e del già dato. | ||
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