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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno X - n. 29 - primavera/estate 1999 |
| L'Ideologia del Traditore di Achille Bonito Oliva
di Giorgio Bonomi | ||
Nel lontano 1976 avevamo letto questo libro come un libro di storia dell'arte; Bonito Oliva allora, sebbene avesse curato già due tra le più importanti mostre d'arte contemporanea del secondo dopoguerra - Vitalità del negativo e Contemporanea - non era ancora il "personaggio" che poi tutti abbiamo conosciuto e che, inconsciamente o consapevolmente, ci ha fatto mettere in secondo piano le sue qualità di studioso. Questa riedizione è anche l'occasione per un giudizio più complesso sull'Autore, soprattutto in un momento in cui le mode dell'arte vogliono solo critici managers e in cui i giovani critici - spesso inefficaci imitatori proprio di Bonito Oliva - pretendono spazi e riconoscimenti senza aver scritto più di tre o quattro pagine per volta. Oggi la rilettura de L'ideologia del traditore viene fatta, e pour cause, alla luce di quanto avvenuto nel corso di questi ventitré anni e del presente, così cogliamo gli aspetti premonitori del libro, che è sì uno studio di un periodo storico ben determinato (la seconda metà del '500) ma che, come tutti i veri libri di storia, rispetta l'assunto del vecchio Benedettò Croce per il quale "ogni storia è storia contemporanea". Infatti, pur senza che sia nominato un solo artista contemporaneo, Bonito Oliva, analizzando le caratteristiche del Manierismo, coglie ed esamina i sintomi, gli indizi, la situazione che subito dopo, negli anni '80 ma anche nei '90, sarà chiamata postmoderna (termine che, per altro, non compare in questo testo). Possiamo dire che il Manierismo sta al Rinascimento come il Postmoderno sta al Moderno. "Il Rinascimento accetta di star tutto dentro la realtà con una sorta di coscienza felice, perché l'intelletto si volge sul versante della conoscenza e della prassi risolta. (...) Il secondo Cinquecento rappresenta, rispetto ai modelli rinascimentali, all'esser dentro della ragione rispetto alla realtà, I'esser fuori di un linguaggio che sa, con coscienza infelice, di non poter parlare altro che se stesso. Un linguaggio che si pone come doppio e specchio della realtà, già di per sé dissestata, ambigua. Un linguaggio i cui codici sono quelli dello stile o della follia, costituiti e tutti rivolti al significante più che al significato. Di fronte al ricatto dei contenuti non può che rispondere col sogno, I'autoinganno, l'ironia. (...) L'immortalità critica della ragione si trasforma nel senso della morte e del lutto, nell'estenuata ricerca di infinite rappresentazioni della morte, quanto più grande è l'ansia di starci dentro e di evitarla al tempo stesso. (...) Se al Rinascimento è riservato lo spazio della metonimia, come possibilità del linguaggio di parlare stando accostato ai segni adoperati, al Manierismo corrisponde invece il luogo sublimato della metafora, come impossibilità del linguaggio di parlare se non se stesso attraverso tautologie. Il postulato matematico assicura al Rinascimento la circolarità felice della norma, la tautologia, invece, offre al Manierismo solo la possibilità di tradire e di tradirsi attraverso le immagini e le parole. (...) Alla profondità della prospettiva rinascimentale, s'oppone, nella visione manieristica, la superficie, non soltanto per il forte senso di limite e di soglia che pervade tutte le formulazioni linguistiche dell'epoca, ma proprio nel senso della contrapposizione di uno scenario allo spazio organizzato". Ci sembra che la lunga citazione dia sufficientemente conto delle tesi e delle analisi di Bonito Oliva, ma va aggiunta una annotazione su come il testo è costruito perché non è affatto secondario, anzi rende lo scritto stilisticamente originale e facilita l'attenzione del lettore: i quaranta capitoli, infatti, che strutturano il libro hanno, tutti, per titolo tre sostantivi che sono altrettante connotazioni del Manierismo - da Tradimento, lateralità, citazione a Sogno, supplizio, frode -: abbiamo, così, ben centoventi categorie che, con un andamento a Reigen, spesso sono singolarmente anticipate o riesaminate in capitoli successivi e che contribuiscono ad una definizione minuziosa e precisa del fenomeno manierista. Un libro, dunque, di estrema attualità, i cui segni del tempo possono solo rintracciarsi nell'apparato bibliografico usato: psicoanalisi, filosofia francese degli anni '70, semiologia, cioè gli strumenti metodologici allora molto in uso. Ma questo non è certamente un limite, al contrario potrà essere utile a qualche giovane lettore, che conosce solo Heidegger e l'ermeneutica, a scoprire che i supporti per la storia e la critica d'arte sono molteplici e non solo quelli forniti dalle recenti scelte delle aziende editoriali. Infine ci sembra importante constatare che, contemporaneamente a L'ideologia del traditore, Einaudi editava La linea analitica dell'arte moderna di Filiberto Menna che pure partiva dalle considerazioni sulla "superficie" e sul "significante" piuttosto che sul "significato", ma che sviluppava l'indagine in tutt'altra direzione di quella di Bonito Oliva; eppure oggi, a ben guardare, i due testi - che il tempo ci permette di definire "fondamentali" - sono complementari e un'analisi profonda, che qui non possiamo fare, forse ci mostrerebbe più assonanze che dissonanze e una situazione, mutatis mutandis, similare a quando nella critica "imperavano" Longhi e Venturi. | ||
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