TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno X - n. 29 - primavera/estate 1999

Il Gesù di Alberto Gianquinto
di Gianni Cavazzini
Opus 2909a
Gesù entra a Gerusalemme, 1998
olio su tela cm. 200 x 200

Opus 2909b
Il Padre nostro, 1998
olio su tela cm. 195 x 97

Opus 2909c
Il trasporto del Corpo, 1998
olio su tela cm. 195 x 130

Era il 1964 I'anno in cui Alberto Gianquinto presentò a Parma, nei bianchi spazi della Galleria La Ruota, il suo quadro più grande per significati e dimensioni: Ventata.

E fu un evento memorabile per la pittura italiana. In quella tela grandiosa, tutta percorsa da trafitture e da allarmi, il pittore enunciava i cardini della sua poetica: guardare alle forme colorate del mondo con gli strumenti di una visione critica sempre contesa fra le tenere carezze della luce e l'ingombro fisico degli oggetti che popolano la scena dell'uomo.

Da quell'incontro sono passati molti anni (trentacinque, esattamente) ed ora mi trovo nello studio di Gianquinto, nella casa di campagna di Jesolo, per vedere da vicino i diciannove quadri eseguiti su un tema nuovo: Gesù (saranno esposti, a partire dal 29 maggio, 1999, negli spazi, anch'essi bianchi, della galleria Mazzocchi, ancora una volta a Parma).

Le tele sono allineate lungo le pareti dello studio, cos' da formare una sequenza narrativa sugli episodi cruciali di una presenza mitica per la storia umana. E poiché il mito è, al tempo stesso una realtà esteriore e una risonanza delle interiori vicissitudini dell'uomo, si può capire come Gesù sia entrato, senza ostacoli, nella dimensione figurativa che Gianquinto viene esplorando, con intima, quasi eroica coerenza, in un tempo che si estende, si può dire, lungo l'intero arco della sua esperienza creativa.

E c'è un quadro, un capitolo, del racconto per immagini costruito da Gianquinto nel corso del 1998, che può essere messo quale porta di ingresso al mondo in cui si materializzano le varie stazioni di un viaggio, quello di Gesù, lungo il quale si cristallizza il destino, antico e moderno, dell'uomo.

La coscienza laica di Gianquinto pone, subito, da questo quadro (al quale ha posto il titolo Asolo come Gerusolima), i sintagmi che guideranno le scelte iconografiche all'interno di un ciclo, quello di Gesù, da cui si distillano parole di pietra incise sulla storia del mondo (come testimonia l'estratto dalle Beatitudini inserito nel catalogo edito da Allemandi con testo critico di Lionello Puppi).

Le memorie di Asolo si proiettano dunque su Gerusalemme, luogo elettivo degli eventi che segnano il racconto dei Vangeli. Ecco la scena del Battesimo nelle acque del Giordano: con il Battista che è l'alfiere di un'epoca imperiosa e barbarica e con Gesù che si sottomette (con il corpo reclinato, in orizzontale) alla chiamata del Padre.

Il dramma si accende poi negli episodi canonici destinati a incidere sull'immaginario collettivo nei secoli a venire: la preghiera nell'Orto degli Ulivi, la presentazione al popolo, I'entrata a Gerusalemme, il passaggio del Giordano, la lavanda dei piedi, Gesù cammina sulle acque, il trafugamento del corpo. Sono alcuni di questi episodi che Gianquinto raffigura al di fuori di qualsiasi regola cronologica o narrativa. Per lui ogni scena, ogni stazione, è un problema pittorico.

E' per le vie della pittura che l'artista riconduce a verità presente le figure e i fatti di un passaggio, quello di Gesù su questa terra, che ha sconvolto le regole del mondo. C'è un'opera, intitolata La fine del tempo dei profeti, che enuncia, con il dissidio fra luce e ombra che è uno dei sintagmi del linguaggio di Gianquinto, i caratteri della svolta: con gli ultimi che per Gesù sono i primi, con la fratellanza di tutti gli uomini, con l'aiuto ai poveri, con il distacco dalle ricchezze e con la ricerca della giustizia.

Nel grande studio di Jesolo, con le finestre che lasciano filtrare i verdi timbrici della campagna veneta, il ciclo pittorico costruito da Gianquinto nell'arco del suo intensissimo 1998 assume il significato di un evento cruciale nella storia dell'artista: come lo fu, nell'ormai lontano 1964, il discorso di Ventata, con i suoi premonitori allarmi sulla condizione dell'uomo.

Il messaggio di Gesù proviene dai tempi lontani della storia, dalla soglia - come già si è detto - della barbarie. Perciò le figure appaiono vestite e denudate nella cifra prosciugata che è uno dei tratti distintivi della pittura di Gianquinto.

All'interno del suo sistema di spazio e di tempo il pittore colloca i segni del suo linguaggio: con il taglio reciso degli elementi compositivi ma anche con la misura raffinatissima delle forme. Le grandi tele allineate lungo le pareti scandiscono le stazioni di una narrazione visiva che porta in primo piano i valori specifici del dipingere. Ad esempio quel Gesù "in mandorla" della Presentazione al popolo con gli stendardi che sventolano contro il cielo azzurro; oppure quella spinta ascensionale del Padre nostro, proiettata a toccare la frontiera estrema del visibile. Sono, queste ed altre, le testimonianze che Gianquinto seleziona ponendosi, anche in questa occasione, in un rapporto di coerenza con le ragioni del proprio sentire. Il lungo "sguardo" del pittore trascorre, con la fluidità narrativa che gli proviene da una sorvegliatissima consuetudine critica con gli strumenti delI'espressione, dalla abbacinante solarità di Gerusalemme alI'oscurità misteriosa del Sepolcro: poli estremi di un transito terreno. Il bianco e il nero, si può dire, per ricordare i colori elettivi di Alberto Gianquinto: i registri primari di un'esperienza poetica che tocca, in questo ciclo, Gesù, le ragioni profonde di una durata della pittura: nel passato, nel presente e, senza alcun dubbio, nel futuro del mondo.


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