TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno X - n. 29 - primavera/estate 1999

Gianni Asdrubali. La pittura ha un corpo
di Lorenzo Mango
Opus 2905a
Scatanide, 1999
acrilico su tela, 175 x 145

Opus 2905b
Scatanide, 1999
acrilico su tela, 120 x 100

Opus 2905c
Zuscanne, 1998
acrilico su tela, 240 x 190

Opus 2905d
Zuscanne, 1998
acrilico su tela, 160 x 130

Opus 2905e
Zuscanne, 1998
acrilico su tela, 175 x 145

Introducendo i suoi lavori più recenti, ad un certo punto Gianni Asdrubali scrive : "Zuscanne è la concreteza, è reale , è lì davanti ai vostri occhi. (...) Non c'è più niente da dire c'è solo da godere dell'abbaglio di questa figura". Non è un richiamo alla non interpretabilità dell'opera quello che l'artista ci propone ma, al contrario, proprio una via d'accesso alla sua comprensione. Quando Asdrubali infatti scrive - e lo fa raramente - i suoi interventi sono di una precisione implacabile, tesa ad evidenziare l'universo di pensiero che vive nell'opera, senza "commentare" il lavoro ma offrendolo sotto una nuova luce all'occhio che lo guarda. Zuscanne (un discorso a parte meriterebbero i suoi titoli), dunque, è qualcosa che ci fronteggia, un universo chiuso, risolto in se stesso; dotato di un linguaggio, certo, ma non finito, definito in esso. Piuttosto il quadro è un corpo, il corpo che nasce dall'atto della pittura, dal segno della creazione. La pittura è generazione più che non sia costruzione, o forse meglio è generazione in quanto sa essere costruzione, in quanto cioè sa attraversare i territori insidiosi della forma senza farsene catturare. Il corpo della pittura è il risultato dell'avventura in questi territori estremi, ai luoghi di confine tra ciò che è dipinto (la forma) e ciò che eccede ogni pittura (la vita). Già nel 1988 scriveva: "Il vuoto è la materia prima del mio lavoro. L'organizzazione di questa materia dà il pieno. Questo pieno ha ora un corpo e un cervello". E aggiungeva a chiarire ulteriormente il suo pensiero: "Il nulla deve diventare un corpo, qualcosa di positivo. Io sono qui per questo". Il percorso che Asdrubali ha compiuto in questi dieci anni - così ricco e vario - sembra teso ad approfondire con sempre più spietata lucidità questa feconda intuizione. L'arte è frequentazione del confine del nulla, del perimetro del vuoto: "la pittura comincia là dove io non dipingo" (per citare ancora le sue parole). Questo confine, però, non si risolve in un appello alla smaterializzazione, in uno sconfinamento nello spirituale, nel rinserrarsi tutto e solo nella dimensione mentale della creazione. Ai confini del vuoto la pittura si manifesta, anzitutto (e in fondo sostanzialmente), come corpo.

Torniamo, una volta ancora, alle parole dell'artista. E' il 1996 e in un testo in forma di manifesto dal titolo suggestivo di Tromboloide e disquarciata (firmato con Carlo Invernizzi, Bruno Querci e Nelio Sonego) si legge: "L'immagine dipinta non è la pittura ma un corpo di senso autonomo e indivisibile". La pittura, dunque, come corpo. Perché, anzitutto, la pittura nasce dal corpo, è gesto, atto fisico. La forma dipinta è diretta espressione di una azione, risultato visibile di una sorta di "danza" del pittore attorno e dentro la superficie. La quale, dunque, prima ancora di essere vista viene toccata. Letto in quest'ottica il procedimento creativo di Asdrubali ricorda quello di Pollock. Per entrambi la pittura è il risultato di un investimento fisico ma, per entrambi, il gesto non si risolve in un fatto espressivo meramente istintuale quanto in un fattore costruttivo, compositivo. Il corpo è, dunque, "pensante": è un corpo-mente.

Ma il corpo non appartiene alla pittura solo in quanto è il gesto a dirigerne la forma: è essa stessa a darsi in quanto corpo, in quanto, cioè, pura presenza in sé risolta, forma vivente. E' un corpo, quello della pittura di Asdrubali, estremo, un corpo instabile che prende forma ai confini della sua dissoluzione, è vuoto che si fa pieno, concretezza che nasce dalla pura energia della creazione. E un corpo, dunque, in quanto corpo pittorico, dalle precise corrispondenze artaudiane. Il "corpo senz'organi", quello che s'accende di luminescenze metafisiche, quello che travolge la biologia nella ricerca della pura energia, è quanto cercava lo scrittore francese per l'attore. Un corpo analogo Asdrubali lo cerca per la pittura. La sua corporeità è affacciata oltre i limiti di sé, tradisce la materia pesante, la soggettività individuale, nega il limite (che del corpo è, quasi ontologicamente, sostanza) e si apre al galleggiamento in una zona di energia dirompente. Il conglomerato di segni che definisce il corpo della forma in Zuscanne è una nebulosa fitta e densa stratificata da vettori di energia che viaggiano nello spazio staccando di prepotenza l'immagine dalla superficie. Le campiture azzurre che spesso coprono il fondo (e che indicano quel "prima della pittura" da cui essa trae origine) sollecitano ancora di più, nell'occhio dello spettatore, una sensazione di tridimensionalità. Lo spazio del quadro è estensione della vibrazione del segno, è tensione. "In questa nuova forma tutte le direzioni si annullano, non esiste più né alto né basso, né destra né sinistra, né avanti né dietro", spiega Asdrubali. Lo spazio è diventato polidimensionale, eccedenza del limite, concentrazione instantanea e temporanea dell'energia. "L'opera è un momento, immobilizzato sulla tela di un processo di velocità e d'energie, un punto in una traiettoria", aveva scritto qualche anno fa, ed oggi la sensazione di vertigine, dell'istante che trasuda dai suoi quadri è ancora più forte. Corpo instabile, corpo-spazio che forza i limiti della gravità e della individualità, corpo come pura presenza. E' un corpo in transito, sospeso tra il mondo delle immagini, delle figure, e quello della loro cancellazione in un orizzonte di pura luce. Un corpo, come si legge ancora nel testo di Tromboloide e disquarciata, immerso nel fluido vivente del divenire, nel fiume della metamorfosi.

Anche questo è un aspetto della pittura di Asdrubali da non sottovalutare. Quando, in più di un'occasione, si è dichiarato decisamente ostile all'astrazione, questo non sottintendeva un vezzo di "non appartenenza", quasi a volersi distaccare provocatoriamente da quanto, sul piano formale, gli assomigliasse, quanto rilevare che pensare in termini di astrazione - tanto quanto in quelli di figurazione - significa fermarsi al livello dello stile, non attingere a quello, assai più pregnante, del corpo della pittura. Ma c'è dell'altro, ancora, che va considerato. Il sospetto verso l'astrazione è motivato, in Asdrubali, proprio dall'etimo del termine. Astratto è assenza di corpo, è fuga nel mentale, distacco dal vivente (in quanto forma naturale). E, I'arte, invece, proprio in quanto frequenta i confini dell'illimite, non può che vivere immersa nel flusso della materia vivente. Che è materia d'energia, e quindi pulsazione, vibrazione che travalica il peso e la forma stessa. La stessa energia, la stessa pulsazione rappresentano la sostanza del corpo della pittura, per Asdrubali, perché è solo lì, nella materia e ai confini di essa, nella pittura e ai confini di essa, che il linguaggio vive. E lì che la forma riesce a superare se stessa nel mentre si compie come mirabilità dell'instabilità.


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