TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno X - n. 29 - primavera/estate 1999

Toni Ferro. Dalle Colonne d'Ercole ad Atlas
di Donella Di Marzio
Opus 2904a
Toni Ferro è un viaggiatore reale, non virtuale.

E il suo è sempre un viaggio mentale, sensitivo e psicologico. I suoi rituali per il mondo tra origini e mutamenti, il dirsi esploratore poetico, in quanto nuovo modo di concepire essere artista e fare arte, ripercorrono e attualizzano il mistero del mito, ripercorrono l'evento e fanno rivivere il mito nella storia, ricreando, cioè, nella dimensione temporale diacronica, in successione, il tempo sincronico in cui tutto accade e ritorna presente. E' una posizione artistica singolare benché negli ultimi anni si assista ad un fenomeno in crescita, concretamente debole anche se proclamato, di un sentimento di corresponsabilità (nessuno è innocente), sintomo di diversità e insieme di comune identità umana, lenta riscoperta di una nuova ma antica spiritualità come ricerca di una felicità interiore, forse perché lo scenario esterno, accattivante eccitante (soprattutto in occidente), comunque lascia il sapore del "non abbastanza" e del "manca qualcosa". Manca generalmente quella idealità alta che Ferro da sempre lega al suo essere artista.

Dopo "Prometeo - il Sacro Fuoco della Terra", giro del mondo sui vulcani da est ad ovest, e il rituale poetico a Nora "Tanit - dal sacro Fuoco alla sacra Terra", nel suo viaggio alchemico, il World Art Tour, tra dicembre e gennaio ha varcato le Colonne d'Ercole in un'escursione poetica con partenza dalla Spagna fino al Marocco dove, tra i margini del Sahara e la catena montuosa Atlante sahariana, tra il mar Mediterraneo e l'oceano Atlantico, ha compiuto un ciclo di performances rituali nel nome del mito di Atlante, il gigante che sorregge il mondo e la volta del cielo.

L'operazione si è svolta in tre momenti, in tre luoghi percorrendo l'elemento acqua (performance al centro dello Stretto di Gibilterra), aria (sul monte Atlas) e terra (nelle Grotte di Ercole). Nella prima performance Ferro ha indossato la collana di semi dei riti sacri polinesiani, popoli del mare, e percuotendo 3 volte i cimbali secondo il rituale tibetano ha evocato la gestualità di preghiera islamica e buddista. Al centro dello Stretto, sulla plancia della nave "Tangeri" tra Algeciras e il Marocco, ha testimoniato il punto di confine tra il Mediterraneo e l'Atlantico, le Colonne d'Ercole, soglia di passaggio per i popoli del Mediterraneo e i popoli del mare, i misteriosi abitanti di Atlantide dai quali prende nome quel mare e la catena montuosa delle Alpi del Marocco, le Atlas, su cui Ferro ha compiuto il secondo rituale, qui dedicato all'aria, cioè alla volta celeste. Nell'antichità si riteneva che questo monte fosse di altezza così smisurata da smarrirsi nelle nuvole e che lì vivesse Atlante, padre prolifico di costellazioni (insidiate da Orione) e astronomo, e anche che fosse stato trasformato in montagna da Perseo, cui aveva rifiutato ospitalità. In ogni caso questa immagine fece nascere la leggenda di Atlante "reggitore" del mondo. Dietro consiglio di Prometeo, il ladro del fuoco, a lui si rivolse Eracle-Ercole, fratellastro di Atlante per parte di Giove, per scoprire l'isola delle sue figlie Atlantidi che custodivano i pomi aurei (le mele d'oro donate da Gea, la grande Madre, la sacra Terra, a Giunone quando convolò a nozze con il dio dell'Olimpo) che costituivano la prova per il superamento di una delle 12 Fatiche[1] dell'eroe errante protetto dall'invisibile armatura forgiata da Efesto-Vulcano, combattimenti rituali e exploits magici compiuti dall'eroe solitario al servizio di sé e del suo fato, animato dallo stesso ardore di imporsi all'ignoto degli antichi alla conquista di paesi lontani. Qui sul monte, ai 4 punti cardinali Ferro ha dato 4 squilli con l'antico strumento dei popoli di montagna, il corno da segnale, lunga tromba di rame, "avvisatore" dell'atto poetico-sacrale di orientamento.

Nelle Grotte di Ercole, terza tappa, sulla costa marocchina alI'uscita dello Stretto di Gibilterra verso occidente, I'artista ha poeticamente ipotizzato la consegna delle mele d'oro date da Atlante ad Ercole ed il ricongiungimento dell'oggetto fratturato, il simbolo, la pietra-bomba vulcanica-pomo della terra trovata sul monte Atlas e divisa.

In questa stupenda grotta che accoglie le onde dell'Atlantico in un continuo, fragoroso rumore, minacciosa voce di Poseidon, Ferro ha alzato le mani a triangolo, inquadrando l'orizzonte di quel mare verso i misteriosi popoli di Atlantide scomparsa. Narrati da Platone nel Crizia come fondatori di Atene, secondo la memoria del popolo della terra, gli antichi egizi, il popolo del mare proveniva dall'isola grande come un continente le cui montagne celavano ricchi giacimenti di oro, rame, argento e stagno, un'isola che si trovava li, davanti le Colonne d'Ercole. Potrebbero essere le Canarie, isole vulcaniche dette di volta in volta arcipelago dell'eterna primavera e dell'altrettanto eterna fortuna, Campi Elisi o Giardini delle Esperidi: Atlantide, la fine del mondo abitato. Comunque, proprio qui alle Canarie, esiste la grotta di Atlante. Contraltare di quella di Ercole.

Platone ci dice che gli Atlantidi parlavano un dialetto che ricordava quello dei berberi dell'Africa settentrionale a lui contemporanei, popolazione che ancora vive su queste montagne. Secondo la recente ricerca Atlantide ultima verità dello studioso Jim Allen, gli Atlantidi sarebbero gli Aztechi per i quali AU significava acqua e Antis rame.

Questo terzo viaggio rituale di Toni Ferro è l'incontro dei miti mediterranei delle origini nell'Africa nord occidentale, passaggio di contaminazione leggendaria tra Mediterraneo e Atlantico, già confine del mondo antico, limite all'ignoto, attraverso una forte simbologia che vuole recuperare e rendere attuale un sapere scomparso, primigenio, occulto. Esplorazione poetica, quindi, di luoghi e miti: Ferro ritiene che alla svolta del millennio nessun progetto sia possibile senza l'orientamento che ci viene dalla coscienza esplorativa del passato, dal percorrere "solo e pensoso i più deserti campi" per ripercorrerne tracce e lasciare orme, per un contatto tattile reale con la sacra Terra, possibile rivelatrice di passaggi.

Ritengo[2] che la sua ricerca concettuale e formale di un nuovo e antico equilibrio sotto il segno della spiritualità (religiosità - non religione), ossia la riscoperta della sacralità attraverso la sua interiorizzazione (che distingue il rito dalla cerimonia), sia una interessante posizione nel panorama dell'arte contemporanea, così dominata dal non senso (il significante sostituisce il significato), dalla perdita, dall'abbandono di eredità culturali e spirituali, arte disattenta a coltivare gli aspetti intimi, mancante quella interiorizzazione dell'evento, della "cosa" quale espressione di un'appartenenza profonda, di un'identità consapevole: il prezzo del processo di omologazione e di globalizzazione.

Insegna l'antropologia, e non soltanto questa disciplina, che caratteristica comune degli esseri umani è il senso, il sentimento e l'idea della divinità, del mistero, intesi come ricerca filosofica e spirituale, della spiritualità in senso mistico e intellettuale quale coscienza cosmica.

L'avvicinamento di Ferro a culture delle origini tra oriente e occidente è quindi sintomatico di un insolito e auspicato esercizio dell'abitudine alla apertura, di nuovi interessi catturati da atteggiamenti di convivenza pacifica tra diversi sistemi senza desiderio e pratica di proselitismo, nella sfera dell'immaginazione, azione magica e creativa che vuole avere spazio per muoversi, per osservare e conoscere. Le sue origini orientali, forse, spiegano perché non incorra in quel meccanismo della cultura occidentale dove predomina il razionale e che da sempre vive e lavora sulla scissione e sulla frattura dicotomica tra opposti, naturalmente anche a livello percettivo e interpretativo, di lettura del proprio esistenziale. Le ultime ricerche neurologiche e neurofisiologiche, invece, hanno individuato uno strumento negletto, I'intelligenza emotiva che stimolata ed educata permetterebbe di utilizzare come risposte consapevoli la vasta gamma emozionale. I rituali dei primitivi non sono forse l'esercizio di pulsioni, di facoltà istintuali, dove l'uomo si riconosce nella natura, dove natura e cultura non sono una dicotomia oppositiva e la cultura non è il "prodotto della nevrosi" (Freud)? Dello scollamento tra l'intelligenza emotiva e la razionale, estremi ed estremità e non interezza, siamo tutti testimoni nell'inconsapevolezza di molte reazioni, modalità di risposte a quanto accade, a quanto facciamo accadere. Manca, forse, il confronto diretto con le nostre energie, non si prova direttamente il mondo, il nostro essere o la nostra sfera di percezione. E il mondo non si esperisce più simbolicamente, ma consumisticamente, mentre la sfera esistenziale procede su due direzioni, tra controllo e abbandono, tra tirannia della volontà sulle emozioni, una lobotomizzazione emotiva (I'energia emotiva espressa liberamente è considerata pericolosa, un flusso incontrollabile di esperienze difficili da gestire, ma il controllo conduce ad impotenza emotiva) e abbandono agli impulsi, in una vita vissuta con estremismo e vorace intensità, in cui il groviglio delle emozioni è l'arazzo della vita, I'impatto con il mondo una collisione, la relazione con gli elementi è un assalto sensoriale: si ha esperienza della vita attraverso il filtro di una ricercata sterilità che soffoca le emozioni e esalta la volontà o, viceversa, attraverso l'abbandono totale in termini di sovraccarico e annullamento. In ogni caso, il risultato è simile, lettura parziale, carenza di apprendimento, esaurimento.

Nella tradizione tibetana la vita è terreno di apprendimento e di esplorazione della mappa geografica dell'essere "confuso", cioè non ancora liberato o illuminato, per trovare il proprio posto nel mondo, essere coscienti di se stessi e della natura delle energie, ovvero responsabili e liberi. L'essere è una struttura di energie, uno spettro di possibilità e ogni emozione un'opportunità illimitata, un arcobaleno di energie liberate[3]... Fondamentale nei sistemi tantrici è lo spazio, vacuità creativa che genera energia e mondo fenomenico, la lettura del mondo fenomenico, ovvero un campo energetico dinamico, luogo delle possibilità, generatore come il grembo materno e per questo femminile, una Grande Madre[4]... Il collegamento di energie interdipendenti e interpenetranti, gioco di forze nel quale siamo centro (relativamente a noi) e periferia (rispetto agli altri), inserisce la nostra storia personale in un tutto e recupera la sintonia tra l'uomo il mondo quale è, sintonia per lungo tempo dimenticata in occidente. Viceversa, questo rifiuto di contatto, la mancanza di interazione tra singole qualità energetiche e mondo creano distonia e impediscono di potenziare la propria tensione.

In ogni elemento fondamentale (terra, aria, acqua, fuoco e spazio) corrispondente ad un colore, il tantrismo riconosce le possibilità di scelta dell'essere di operare tra energia distorta ed energia liberata, senza alcuna valenza morale, positiva o negativa, solo strumenti inseparabili di consapevolezza. L'interazione tra energia liberata e energia repressa (il prana di Paramanza Yogananda che W. Reich definisce energia vitale) esiste nei cinque campi energetici tantrici la cui forma simbolica femminile sono le Khamdro (Sorelle di saggezza, ovvero momenti di intuizione e riconoscimento dello spazio) legati agli elementi primari e ai punti cardinali, da intendersi come circostanze, tendenze delle personalità e forze interagenti che costituiscono le nostre relazioni con l'altro. Naturalmente i sistemi simbolici non si escludono a vicenda, funzionano nel contesto prescelto e sono tutti veri e autentici se com-presi: i simboli sono finestre attraverso le quali vedere la natura essenziale dell'essere[5], I'interfaccia tra assoluto e relativo, tra esperienza della vastità e contesto culturale e personale di chi percepisce o, come dice Jung, I'immagine adeguata ad indicare il meglio possibile la natura oscuramente intuita dallo spirito. Ma il simbolo è di ordine esplorativo e, insieme, è un segno di riconoscimento: nacque infatti come oggetto diviso in due per i viandanti che si lasciavano e si allontanavano per prendere strade diverse e che così avrebbero avuto la possibilità di riconoscersi in un nuovo incontro ricongiungendo l'oggetto separato.

Toni Ferro opera proprio attraverso la pratica del simbolo che si ri-conosce.

Toni Ferro - linguaggio poetico ed esplorazione genetica

Per capire le sue performances e opere si deve fare un'introspezione estesa e profonda: i suoi viaggi sono di un artista che compie un gesto cripto-ontologico che può essere letto a più livelli e certamente con più strumenti disciplinari. Credo sia un tentativo, alla fine del II millennio, di fondazione di un vero e proprio nuovo linguaggio. Possiamo individuarne i riferimenti che certamente rimandano al gesto, al comportamento, alla scrittura, dove il significante è sempre rigorosamente originato dal significato. Si potrebbe pensare alla posizione dell'Arte Concettuale, ma il suo essere coincide con il fare e il fare perviene a testimonianza semantica-ontologica in un processo che investe il patico e il semantico in uno spazio-tempo a dimensione altra. Si vuole dire che il fare, ossia la paticità, delI'universo individuale, della memoria individuale (e forse genetica), si incontra con il semantico armonicamente. Dice il filosofo Aldo Masullo a proposito della teoria del significato nel quadro dell'ontologia dell'esistenza di Husserl e Heidegger: "Una volta distinta nel fenomeno la semanticità (elemento 'ideale'), dalla paticità (elemento 'fattuale'), tre cose risultano evidenti: 1) La semanticità è il proprio dello spirito come orizzonte dei significati, e consiste nel 'trascendere' il dato effettivo verso 'altro', verso l'oggettività dell'idea: perciò nell'idea essa cerca la sua 'origine' trascendentale; 2) La paticità è la potenza del venir vissuto, I'evento dell'originarsi del senso, il 'fatto' della psichicità statu nascentis: non v'è 'altro' che ne sia l"origine' e dunque essa è 'originaria'; 3) Il pensiero non c'è senza la vita e l'idea non esiste se non nel fatto: così, la semanticità non può vivere se non radicata nella paticità, ed in essa trova la sua 'origine' fattuale"[6]. Quello che voglio dire è che Toni Ferro nel suo lavoro di artista riesce a creare una sinergia tra l'affettivo e il semantico pur lasciandone intravedere perfettamente il passaggio. Le sue performances infatti, sebbene partano da un'idea complessiva, nel suo realizzarsi si affidano ad una fattualità affettiva che trova risorsa nel suo inconscio e creativamente produce rappresentazioni ideali, riferimenti semantici e spiegazioni mitologiche sorprendentemente precise, coincidenti al patrimonio culturale arcaico a lui stesso sconosciuto nel suo vissuto (Erlebnis) e che solo dopo, all'atto della riflessione semantica, ne prende coscienza (Erfahrung)[7]. E' una sorta di "conoscenza inconscia" che l'atto creativo fa emergere da una memoria (genetica)[8] rimossa e che la sacralità del gesto fa riemergere sicché dalla trascendenza si perviene alla conoscenza. Sembra che Ferro si lasci vivere "inconsapevolmente" dalla performance e poi riconosca una consapevolezza: Pierre Restany, nel commentare la sua performance a Nora "Tanit dal sacro Fuoco alla sacra Terra", parla di "felici coincidenze" per "un rituale di profonda umanità, di profondo realismo nei confronti della nostra cultura originaria che è quella delle forze naturali fissate nell'epicentro culturale che è stato il Mediterraneo (...) un modo per noi anche di rimanere fedeli alla nostra cultura e soprattutto di fare sboccare questa fedeltà nel campo operativo della presenza attiva di oggi e della presenza attiva della nostra memoria (...) una specie di alchimia del sentimento del pensiero che sbocca sull'intervento nostro in un filone di continuità, di continuità umana e di continuità culturale (per) riattualizzare la memoria archeologica del nostro passato mediterraneo, della nostra cultura mediterranea"[9]...

A questo proposito vorrei parlare dell'eterogenità di strumenti culturali necessari per la "lettura" del work in progress di Toni Ferro. Di quali? Certo la mitologia, la simbologia, il tantrismo e le filosofie orientali, ma soprattutto gli studi sugli archetipi collettivi che la psicologia del profondo collega a memoria mitologica e storica, ai reperti archeologici e culturali. Perché questo processo è ben analizzato e dimostrato da Erich Neumann quando vuole "mostrare come una serie di archetipi rappresentati una parte costitutiva essenziale della mitologia, come siano tra loro collegati secondo determinate leggi e, nella successione dei loro stadi, determinino lo sviluppo della coscienza. Nello sviluppo ontogenitico la coscienza egoica dell'individuo deve percorrere i medesimi stadi archetipici che hanno determinato lo sviluppo della coscienza all'interno dell'umanità. Nella propria vita il singolo ricalca le orme che l'umanità ha calcato prima di lui; noi intendiamo mostrare che quella evoluzione ha lasciato le sue tracce sedimentale nella serie delle immagini archetipe della mitologia. (...) Gli archetipi, quali organi della struttura psichica, intervengono in maniera autonoma, esattamente come gli organi fisici, e determinano la maturazione della personalità in maniera analoga alle componenti biologiche-ormonali della costituzione"'[10], come scrive Neumann. E Ferro non lo ha letto...w/gont>


[1] Le Fatiche furono poi assimilate all'astrologia: questa corrisponde al sole in Gemelli, segno zodiacale di Ferro.
[2] Quanto affermo è dichiarato dallo stesso Ferro che sostiene: "la mia ricerca si muove a due livelli: 1) sulla posizione concettuale ideale che è di introspezione macro e microstorica del mito, sia quella della mitologia occidentale e orientale sia quella del quotidiano esistenziale; 2) ricerca morfologica che investe l"oggetto' nella sua bellezza formale e significativa: a differenza del ready made (dove l'oggetto viene decontestualizzato dalla sua originaria funzione, come in Duchamp) o della pop art (dove l'oggetto di consumo abbandonato, cioè inutile, viene contestualizzato nell'opera), nel mio lavoro l'oggetto è sacralizzato, storicizzato nel suo 'essere misterico', nella sua propria bellezza che nasce dal tempo che lo ha caricato di connotazioni. La sua forma è bellezza di una sua storia e il tempo è segno di bellezza, come nelle foto d'epoca, nelle lettere, nel giocattoli o strumenti di lavoro. Io non uso solo l'objet trouvé, antropologico, manufatto dell'uomo e simbolo di una storia umana, personale, ma anche il reperto della natura, pietre, minerali, tavole e tronchi d'albero vissuti dal tempo, dal mare: è storia della natura, prelievo cosmico. Ecco perché questo prelievo perviene a rituali e dunque performance e opera d'arte fanno parte di un unicum creativo: I'oggetto è sempre sinergia tra natura e uomo, in un tentativo disperato di una ritrovata UNITA. Allora il bigliettino d'amore segnato dalla macchia di una lacrima e ingiallito dal sole, si 'riscatta' dal suo essere stato rimosso e abbandonato per la sua testimonianza testuale, un evento, spia di sentimenti, carico di vissuto e di esperienza (Erlebnis e Erfahrung). La mia è sicuramente, come dice Pierre Restany, un'azione di 'resistenza poetica'. E' tutela, rispetto per le cose rimosse e abbandonate con la volontà di rimettere in campo verità altre, di scoprire fili interrotti, di ritrovare collegamenti e ricomporre percorsi che aiutino a prendere coscienza del presente e capire il processo di continuità tra passato, presente e futuro non solo per progettare idealità e utopie, ma per delineare possibili traiettorie reali, perché l'utopia è l'unica realtà possibile. Questa è coscienza storica dell'artista del proprio tempo, coscienza che dalla profonda acquisizione della propria identità individuale e collettiva è capace di collegarsi nel progetto della propria vita di artista, di uomo sociale impegnato nella lotta per una società più giusta e più bella. Dunque etica ed estetica ricomposte' riequilibrate. Ecco dunque l'utopia". Intervista a Toni Ferro, febbraio 1999.
[3] Ngakpa Chögyam, Le energie elementari del Tantra. Il lavoro sulle emozioni attraverso il simbolismo dei colon, Ubaldini Editore, Roma 1991, p. 17.
[4] "L'amore che trae la sua origine della maternità non solo è più intenso, ma anche più universale e comprende altri ambiti (...) come nel principio paterno c'è limitatezza, così in quello materno c'è universalità; mentre il primo porta con sé la restrizione a gruppi definiti, I'altro non conosce limiti, o così pochi quanti ne conosce la vita naturale (...). Dall'idea della maternità trae la sua origine la fratellanza universale di tutti gli uomini' la cui consapevolezza e riconoscimento si perdono con lo sviluppo della paternità. La famiglia fondata sul diritto paterno si definisce come un organismo individuale chiuso, quella matriarcale al contrario porta con sé quel tipico carattere generale con cui si inizia ogni sviluppo (...). Il grembo di ogni donna, I'immagine mortale della Grande Madre Demetra' offrirà fratelli e sorelle ai nati da altra donna; la terra natia conoscerà solo fratelli e sorelle, fin quando con il formarsi del patriarcato non verrà superato dal principio della separazione". In J. J. Bachofen, introduzione al diritto materno, Editori Riuniti, Milano 1983, p. 52.
[5] Ngakpa Chögyam, op. cit., p. 46.
[6] A. Masullo, Il tempo e /a grazia. Per un'etica affiva della salvezza, Donzelli Editori, Roma 1995, p. 13.
[7] Erlebnis è il vissuto, il cambiamento repentino. Erfahrung è "'esperienza' intesa nella sua più propria accezione, è la costituzione di un 'oggetto', cioè dell'idealità di una rappresentazione', determinata attraverso la concorrenza di elementi immaginativi e concettuali. Esperienza e rappresentazione sono l'una il prodursi dell'altra", A. Masullo, op. cit., p. 11.
[8] E' qui interessante annotare ciò che sostiene Stefano De Matteis nell'introduzione al volume di Victor Turner, Antropologia della performance (Il Mulino' Bologna 1993, pp. 45 e 46): "non può esistere una 'modificazione dell'espressione dei programmi genetici' da parte di 'sistemi linguistici e simbolici'. La neocorteccia è certamente un prodotto della biogenesi programmata geneticamente e nulla è più simbolico e linguistico del codice genetico stesso, che potremmo chiamare anche linguaggio genetico. Qui la emergenza, negli ominidi oggi scomparsi e nell'homo sapiens, della capacità di linguaggio sintetico e simbolico, è determinata dalla struttura propria della neocorteccia (ed in particolare dal lobo frontale sinistro). Questa prestazione geneticamente determinata nel DNA, che rappresenta le strutture cerebrali come tutte le altre, è plasmata dall'epigenesi' cioè dallo 'sviluppo' embrionale e postnascita, che continua per anni: quindi strutturalmente tutti i comportamenti molecolari del cervello e le sue strutture sovramolecolari, micro e macroscopiche, sono scritte nel DNA ereditato". De Matteis lo sostiene in polemica con Turner che "...continua anche qui a pattinare tra la dicotomia natura e cultura che in questo caso si trasforma in dualismo materia-spirito, anima-corpo...".
[9] Pierre Restany' presentazione' giugno 1998.
[10] E. Neumann, Storia delle origini della coscienza, Astrolabio-Ubaldini, Roma 1978, pp. 12 e 13.

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