TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno X - n. 29 - primavera/estate 1999

Carlo Lorenzetti
di Roberto Lombardelli
Opus 2901a
Il sogno del segno, 1999
ferro graffiato e nastro d'acciaio,
cm. 500 x 400 x 300
(courtesy Galleria Fumagalli,
Bergamo)

Opus 2901b
Chiomastra, 1994
ferro graffiato e acciaio,
cm. 228 x 46 x 160

Opus 2901c
Arc-en-ciel, 1998
acciaio Corten,
cm. 850 x 1300 x 200
parco di sculture all'aperto,
Brufa di Torgiano (PG)

Opus 2901d
Scivol/astrale, 1999
ferro graffiato,
cm. 480 x 900 x 80

Opus 2901e
Lunarco, 1995
alluminio sbalzato, acciaio,
cm. 65 x 530 x 350
(courtesy Galleria Giulia, Roma)

Sono passati oltre trent'anni dalla prima mostra personale che Carlo Lorenzetti, scultore romano non ancora trentenne, realizzò nel 1962 nella galleria di Topazia Alliata. Fu l'inizio di una brillante ed incessante attività di ricerca che, nel corso degli anni, ha visto un avvicendarsi di stagioni, ognuna caratterizzata da lievi diversità stilistiche, scaturite, non poteva essere diversamente, dalla partecipazione alla temperie culturale del momento. Oggi, allo scadere del secolo, dopo tanti anni di ricerca, il suo lavoro andrebbe sottoposto ad un'attenta disamina storica, con l'obiettivo di restituire, finalmente, una visione complessiva del suo sviluppo. Certo, non è questa la sede adatta a tale scopo ma, allo stesso tempo, vorremmo in qualche modo indicare un luogo che sia caratteristico della sua poetica, individuare una condizione generale del suo lavoro che possa poi tornare utile, un domani, a quello scopo.

Già nel carattere di Carlo Lorenzetti, nell'essere uomo, è possibile rintracciare alcuni tratti che ricorrono, poi, nel suo lavoro. Chi conosce Carlo ha capito sicuramente a cosa mi riferisco. Mi riferisco al suo porsi con equilibrio, con serenità, con sensibilità ed entusiasmo di fronte al mondo.

Non sono mai riuscito a vedere alcuna sua opera senza cogliere un rapporto diretto con il suo essere, senza proiettarvi quelle sue qualità: negli equilibri degli involucri e delle masse, nella sobrietà delle forme; e più da presso, nel modo di trattare le superfici che, con sensibilità rara, reagiscono al vibrare dell'atmosfera; così le lamine s'increspano, i corpi si aggrottano, gli equilibri si dinamizzano.

Non sono mai riuscito a vedere alcuna sua opera, o considerare complessivamente il suo lavoro, senza pensare ad una condizione imprescindibile di classicità che con i suoi principi orienti la sua mano, guidi la sua mente, determini, finanche, il suo aspetto di Ulisse.

E per questa ragione che sono rimasto incerto di fronte a quanti hanno voluto vedere nel lavoro di Lorenzetti, seppure in quello degli anni Ottanta, un riferimento al barocco. E se, a dire il vero, nelle opere di quegli anni ci fu una impennata energetica che corrugò maggiormente le superfici, che piegò più nervosamente le lastre fatte, peraltro, di un metallo più duttile, più luminoso e riflettente come l'ottone o il rame, è pur vero che, ricondotta alla globalità del suo lavoro, quella stagione non fu molto diversa dalle altre, forse fu solo quella in cui si evidenziò non dico l'aspetto più effimero, ma sicuramente quello più giocoso del suo essere.

Se c'è, come pure c'è, qualcosa che stabilisce un rapporto con il barocco, lo si può individuare su di un piano esclusivamente formale, in quel gioco continuato di luci e di riflessi, in quell'andirivieni di concavi e convessi, che non dico siano estranei totalmente alla sua poetica ma che forse solo temporaneamente ne sono entrati a far parte. Quando lo invitai a realizzare una scultura per Ozieri, e soprattutto quando gli chiesi di scrivere poche righe che esplicitassero le sue intenzioni, diede una risposta che si pone esattamente in questa direzione: "...due elementi simmetrici verticali, in pietra sbucciata, a guisa di insolite colonne con facce a sguincio, costituiscono una severa struttura architettonica. Essi si ergono dal suolo con forte energia, svettano come due vettori e si qualificano come sentinelle di uno spazio razionale e misurato che controbilancia e controlla l'acrobatico volteggio delle volute ferrose che si svolge nella zona superiore.
Alla composta, ma articolata, qualificazione della pietra, rispondente ad una 'licenza che non essendo di regola fosse ordinata nella regola', si coniuga il libero, fantastico disegnare con il ferro"

Non mi pare ci sia nelle opere di quel periodo, come in quelle precedenti e seguenti, nessuna nuova tensione ideologica o retorica, nessuna nuova esaltazione sentimentale, nessuna volontà di suggestionare, di sbalordire o di sorprendere. Certo c'è una grande libertà d'uso delle forme e, forse soprattutto, di composizione; c'è anche una leggerezza aerea che permea e caratterizza quei lavori, condizioni queste che stanno ad indicare però un termine comune e costante nella sua attività: il tentativo di sottrarsi alle costrizioni della materia. Come nella danza, così come in alcuni di quei lavori, dove sembra proprio di scorgervi delle movenze di danzatrici, il principio sta tanto nell'armonia dei movimenti, seppur raggiunta attraverso il supremo sforzo fisico, ma che non deve mai appalesarsi, come nel liberarsi del senso di gravità che vincola l'uomo alla terra. Così, nella scultura, Lorenzetti ricerca il supremo equilibrio al di là delle costrizioni della materia, ancor meglio se è il bruto ferro; ricerca la leggerezza aerea, la mobilità, e perfino il gioco raffinato dell'incresparsi delle superfici. Se è poi l'uso continuato e forzato del concavo e del convesso che porta ad evocare il rapporto con il barocco, allora bisogna dire che questo si è via via stemperato.

Così, piuttosto che invocare qualche fabbrica borrominiana potremmo richiamare il continuum architettonico romano, fatto di nicchie ed absidi, di esedre e di archi; ecco, di archi. Sarà forse solo una coincidenza, ma le ultime due sculture che Lorenzetti ha realizzato, una per Casacalenda e l'altra per Brufa, sono due grandi archi. Rispettivamente Arcobaleno e Arc-en-ciel, che seppure in forme diverse, si basano sull'equilibrio di forze, ma potremmo dire di forme, in un continuum che unisce armonicamente il dentro e il fuori, la terra e il cielo.


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