TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno IX - n. 28 - inverno 1998/99

Riccardo De Marchi
di Francesca Turchetto
Opus 2816a
Senza titolo (1998)
ferro zincato, pittura, buchi, rilievo
cm. 66 x 66 (x 2)
foto Riccardo Toffoletti
courtesy Galleria Plurima, Udine
Ricondurre l'intera ricerca artistica di Riccardo De Marchi ad un discorso sull'azzeramento della pittura sarebbe alquanto riduttivo e per lo più effettivamente inutile. I suoi monocromi non tentano certo di riproporre con parole nuove problematiche "vecchie", semmai di reinventare le parole e di creare una nuova grammatica della pittura. E' un'idea maturata nel tempo, che scaturisce da un onnipresente desiderio di infinito, di assoluto, in un primo tempo semplicemente esternato come anelito al divino, poi a poco a poco interiorizzato, fino a diventare, nelle opere recenti, la trama latente su cui costruire la propria ricerca. Non a caso c'è una preminenza particolare del bianco nei suoi lavori, di questo colore non colore che imprimendo una patina di purezza nasconde la pesantezza del supporto, una lastra di metallo, istigando quasi il lettore ad un atto profanatorio. Sulla lastra punti, buchi, pause, elementi crittografati di una grammatica ancora da inventare o, meglio, da decifrare. Allusioni, simboli, geometrie che non richiedono un andare oltre di fontaniana memoria, ma piuttosto un fermarsi (a toccare, a profanare) a considerare l'iperbolico equilibrio di bipolarismi che solo l'arcana potenza del silenzio può esprimere. Presenza-assenza, luce-ombra, segno-significato, si intersecano nella loro distante vicinanza e dilatano i punti, riempiono i buchi, inverano le pause. Emanano un fascino ambiguo queste "nuove tavole" che dietro la loro essenziale eleganza delineano un inquietante tracciato. Scrittura muta che non richiede di essere spiegata, interpretata, ma solo misticamente vissuta. Instancabile e riconosciuto artigiano dell'infinitamente piccolo (ricordiamo la sua recente presenza alla IX Biennale Internazionale di scultura di Carrara), ora De Marchi scrive su alte colonne, su "porte regali", su mattonelle, su pale, rinnovando ogni volta quel potere occulto e connaturato all'arte di esprimere l'inesprimibile.

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