 Senza titolo (1998) pittura su alluminio, cm. 65 x 85 foto Riccardo Toffoletti courtesy Galleria Plurima, Udine
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Il lavoro di Graziano Negri si sviluppa attorno ad un concetto epifanico di pittura. E forse per questo che i suoi quadri assomigliano ad anomali specchi che non ripropongono semplicemente l'immagine, quanto piuttosto il processo che ha dato vita al manifestarsi dell'immagine stessa. La ricerca comincia con delle tele di juta grezza inspessite da del colore bianco che, interagendo e quasi insinuandosi nelle singole fibre del supporto, dà vita ad un riflesso di materia. L'opera si raffina, diventa esteticamente piacevole nella sua nuova essenzialità. Specchio opaco dove il colore, accompagnato attraverso un percorso lineare, lascia sulla parte alta della tela le tracce del suo passaggio dal non essere ancora corpo visibile all'esserlo in maniera preponderante. Fasce sottili disposte in sequenza su una superficie creata appositamente a sfondo bianco abbozzano un discorso fatto ancora, però, di sole brevi battute. In maniera improvvisa ma prevedibile queste fasce si dilatano, occupano l'intera superficie, si sovrappongono, danno vita ad un processo dialettico, invadono lo sfondo bianco. Strati cromatici dove non sono più riconoscibili le fasce, né definiti i singoli colori, né delimitata un'immagine che inutilmente ci sforziamo di cercare. Per uno strano gioco di rimandi questi nuovi specchi, che Negri chiama significativamente eponimi, riflettono solo l'ambiguo percorso fatto di progettualità e di immediatezza, di ragione e gesto che permette alla pittura di farsi visibile, di rendersi manifesta. L'uso della spatola scandisce il passaggio o meglio lo spostamento d'accento dall'evento al suo farsi in quanto tale. Si potrebbe anche parlare di passaggio dall'evento alla sua memoria, dove il termine memoria sgancia completamente il lavoro di Negri da certa pittura americana a cui talvolta lo si è voluto associare. Non certo memoria sinonimo di nostalgia, quanto piuttosto un atteggiamento che porta a cercare nel passato le tracce del presente, nella luce lo spessore dell'ombra, nel visibile l'invisibile. La metafora dello specchio appare la più vicina a questo processo di recupero e concretamente, se pensiamo agli ultimi lavori su alluminio, anche la più calzante. Il nuovo materiale usato da Negri (curioso questo ritorno ad una ricerca del supporto quasi si trattasse di una ripresa di un discorso iniziato con la tela grezza e rimasto interrotto per il maturare di un'idea) con la sua essenziale lucentezza riproduce in maniera distorta l'effetto di uno specchio. La vernice viene ancora accompagnata dalla spatola lungo la superficie dell'opera, ma manca il processo dialettico risolto necessariamente in un deposito di materia dal nuovo supporto che, riflettendo le fasi sostanziali del passaggio della pittura e del suo farsi corpo, rende l'opera effettivamente specchio del divenire.
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