TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno IX - n. 28 - inverno 1998/99

Il corpo assente
di Fiammetta Strigoli
Opus 2812a
S. Donini

Opus 2812b
E. Traviglia

L'ampia struttura de La Giarina di Verona certamente ben favorisce la lettura di una rassegna come Il corpo assente: mostra con la quale la galleria prosegue nel suo impegno d'indagine intorno alla tematica del corpo. Un impegno iniziato nel 1994 con la mostra Shape your body a cui ha fatto seguito, nel 1997, Il corpo in scena.

Nel suo testo Giorgio Bonomi, curatore della mostra, dopo una rapida ricognizione riguardante esperienze contemporanee di body art, in cui il corpo è materia fisicamente e psicologicamente presente, che dialoga, interagisce, con la tecnologia e con le possibilità messe a disposizione dell'uomo dai risultati della ricerca medico-chirurgica, si sofferma sulla poetica di ogni artista, per chiudere poi con un'affermazione: "I nostri artisti offrono una testimonianza, oltre che di valore estetico, di valore morale perché pur consapevoli dell'importanza che la tematica del 'corpo' ha per l'uomo e le sue sorti, rifiutano facili soluzioni - quelle del nuovo nazionalpopolare o, ma è lo stesso, dell"internazionalità' provinciale - in favore di un 'ritirarsi' che non significa rinuncia ma proporre una tematica fondamentale in tutta la sua serietà e problematicità: da ciò deriva che se vogliamo affermare 'il corpo', bisogna che questo almeno per un po' si 'assenti"', Bonomi, quindi, dichiara qui una scelta di campo: un corpo troppo esibito si risolve a se stesso, ma il suo maggior timore credo sia verso coloro che percorrono una tematica, qual è quella del corpo, come un facile passe-partout, andando ad esaltare con il proprio lavoro contenuti carichi solo di oscenità, rincorrendo l'idea di suscitare, in chi fruisce l'opera, una reazione forte, tanto scioccante quanto accattivante. Io credo che anche questo possa accadere: il mondo della creatività in generale e quello dell'arte visiva in particolare sono una realtà capace di suscitare reazioni legate alla sensibilità individuale, diversamente che dalla vita dove tutto ciò che viviamo è posto al di fuori dell'orizzonte della realtà, caricato, o svuotato di significato, da ogni genere di mediazione.

Pertanto io credo che la questione possa essere considerata non tanto suddividendo gli artisti in "buoni e cattivi", ma considerando l'intensità e la ricchezza poetica che ogni lavoro d'arte comunica.

Giorgio Bonomi ha operato una scelta di lavori in cui l'assenza del corpo è indagata in senso concettuale, anche in quei lavori dove la corporeità è più che leggibile, dimostrando che l'assenza non significa solo "non-presenza" di qualcosa. Dunque il corpo, nel lavoro di ognuno degli artisti, è, appunto, più o meno assente in senso iconico, I'assenza sta tutta nella tipologia del messaggio.

La nozione di Assenza riconduce su sé una vasta speculazione di significati: da assenza come momentanea sospensione della percezione, volontario ritiro psicologico; pausa delle facoltà cognitive e sensoriali; assenza come morte, poiché la presenza della morte significa la nostra assenza: I'assenza del corpo viene attestata proprio dalla vuotezza di senso che immediatamente pervade le cose che lascia; assenza come nulla; assenza come volontario sottrarsi alla visione degli altri ma che la fisicità del corpo rende impossibile; assenza dal mondo, quando la malattia pervade il corpo ed esso non trova altra pace che all'interno dei propri confini.

Percorriamo la mostra attraverso un allestimento che ha favorito le affinità, probabilmente per attestare una coerenza di percorso. Nella prima sala Antonella Bersani, Silvano Tessarollo, Emanuele Traviglia, nella seconda Flaviano Poggi e Antonio Porcelli, nella sala centrale Marina Ballo Charmet, Clara Brasca, Pier Paolo Coro, Silvia Donini, Giovanni Manfredini, nella sala underground Claudia Peill.

I lavori di Silvano Tessarollo - Girotondo, Mi sono spento - sono improntati sull'idea della mutazione genetica. Si presentano sotto il segno della cristallina pulizia, propria dell'inorganico, e della leggerezza; al limite dell'estetismo. Sia nelle sculture che nelle fotografie ad essere assente è l'umano normoformei corpi di Tessarollo sono ridotti a pupazzo, simbolicamente riconducibili ad esseri alieni.

Traviglia e Brasca sono, tra gli undici artisti qui presenti, i più "classici", poiché percorrono il territorio della pittura, ciononostante l'identità dei lavori è diametralmente opposta. Behind the mask, The gun sono i titoli dei lavori di Emanuele Traviglia che è un artista carico di tensione espressionista, la sua ricerca pone l'assenza come presenza evocata di sé nell'atto del fare. E qui interviene il concetto di assenza nel senso di distacco, quel distacco che inesorabilmente avviene nel momento che la "cosa" entra a far parte del mondo nella dimensione della testimonianza.

Antonella Bersani costruisce porzioni anatomiche prelevate dalla geografia del corpo umano. Le ingigantisce come nel caso di Corpo N. 13, e talvolta, invece, le colloca a diretto contatto, in una sorta di intersecamento, con un oggetto del quotidiano come nel lavoro Corpo N. 14. La sua operazione riguarda la riduzione del corpo ad un unico suo particolare, corpo che tuttavia essa reintegra a livello simbolico.

Il lavoro di Antonio Porcelli riguarda la serie delle pellicole fotografiche. L'artista, oggi scomparso, ha operato una vasta serie di ricerche incentrate, fino dalla metà degli anni Ottanta, sulla tematica della corporeità: importante la serie degli Eroi, ma altrettanto importanti le sue performances, realizzate anche in collaborazione con i combattenti di arti marziali. In mostra, appunto, il lavoro su pellicola, del 1990, dove il gioco delle trasparenze dilata il senso di percezione dell'immagine: i corpi che, attraversati dalla trasparenza del materiale, si confondono per disorientare, rendendo una sensazione di illeggibilità della realtà - tanto più se si ha la volontà di rintracciarla in maniera univoca.

Quel che risulta da Desktoptattoo, la serie dei lavori di Flaviano Poggi, è l'unità estetica di due opposti: negativo e positivo. Il valore del negativo fotografico, che non contraddice il suo relativo positivo, nel caso di Poggi è come dire: il corpo e le sue possibilità contrarie, che possono anche essere quelle dell'immagine di un corpo, inglobata nella resina, che ormai si nega a qualsiasi relazione con il soggetto, mantenendosi equidistante da esso e quindi anche dall'artista stesso.

Appesa al soffitto della sala centrale la veste che respira di Pier Paolo Coro: Anima / Respiro. Smaterializzatosi ormai il corpo, la veste continua a vivere di moto proprio: "I'esperienza della nostra corporeità non è l'esperienza di un oggetto" e la nostra esperienza nel mondo è come lo abitiamo fino a che non ce ne separiamo e ciò in qualche modo interviene a ripristinare la presenza, dopo l'avvenuta assenza. Ciò può essere anche la testimonianza di una traccia, di un'impronta corporea; una presenza, come nel lavoro di Giovanni Manfredini, dove è rintracciabile l'idea di un'immagine corporea, ma che anche così dichiara tutta la sua impossibilità ad essere separata dal soggetto che l'ha impressa - lavori, questi, che fanno parte della serie Tentativo di esistenza. Diverse le impronte di Silvia Donini che presenta Abito. Le sue impronte riguardano non il corpo ma l'abito che del corpo è il vero complemento oggetto, orpello quasi sempre ad esso indispensabile. L'impronta dei suoi abiti sulla tela grezza è la rappresentazione di un'esistenza parallela, ridotta al proprio vuoto contenitore.

Clara Brasca, nei suoi dipinti - in mostra Anima razionale Anima sensitiva, Anima vegetativa -, gioca con l'irrealtà di una fissità gestuale silenziosa che rimanda all'icona, alla rappresentazione di ciò che non è mai stato corpo materiale e appartiene esclusivamente ai territori mistici, al culto religioso professato da coloro che necessitano delle sembianze umane al fine di un più diretto, personale, proprio rispecchiamento.

Conversazione si intitola il video di Marina Ballo Charmet. Un occhio indiscreto, quello della telecamera, si è soffermato sul dettaglio, sulla periferia di un corpo vestito. Segretamente appare abbia carpito queste immagini, il rumore ritmico di un respiro le accompagna, le avvolge, e s'impone, distrae dal seguirne lo scorrere e dalle quali mai emerge il vero luogo dell'identità umana: il volto.

Claudia Peill entra nel merito dell'assenza nel senso della distanza spazio-temporale. Nei suoi lavori What's your name? e Una volta, realizzati con il mezzo fotografico, le tracce di corporeità sono svelate per frammenti, ed ognuna di esse è allontanata ad una nitida visione da uno spesso strato di resina. Tutto sta in questo desiderio di trattenere la narrazione nella perdita di definizione dell'immagine per mancanza di profondità di campo. Un effetto ottico capace senz'altro di attivare l'immaginario di chi fruisce l'opera, che inevitabilmente le attribuisce un proprio, nuovo codice semantico.

Da questa breve ricognizione intorno alle opere degli artisti, emerge che le poetiche individuali inseriscono il corpo in un contesto filosofico e culturale: filosofico in quanto sono rintracciabili quelle concezioni di assenza che si rifanno alla storia della filosofia: assenza come non-essere e assenza come alterità e negazione; culturale poiché forniscono l'idea di un corpo transitorio, di corpo come valore in sé.

Giorgio Bonomi ha raccolto le esperienze di questi artisti e ci ha offerto una proposta, aggiungendo un nuovo tassello alle tante teorizzazioni sull'arte del corpo.


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