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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno IX - n. 28 - inverno 1998/99 |
| Art Club 1945-1964 a Parma alla Galleria Niccoli
di Alessandra Galvani | ||
Elio Vittorini nel 1947 scrisse una lettera a Togliatti su "Il Politecnico", in cui difendeva l'autonomia della cultura nel secondo dopoguerra in contrasto con le rigide direttive impartite dal PCI. Dopo la sconfitta del Partito alle elezioni del '48, la linea togliattiana nei confronti della cultura si fece più rigida all'insegna di una ortodossia esasperata, la cui impostazione dogmatica proveniva dall'Unione Sovietica e conduceva verso una produzione di matrice realista-socialista. Se in letteratura Vittorini non volle sostenere il ruolo del "pifferaio della Rivoluzione" in pittura si guardava all'Europa, al cubismo di Picasso, alI'Espressionismo e all'Astrattismo contro la stanca tradizione ottocentesca e il recupero "dei contenuti nazional-popolari (...) in funzione della lotta operaia e contadina". Il panorama figurativo evidenziava due linee di tendenza parallele e concomitanti, entrambe sottolineate dalla volontà degli artisti di partecipazione sociale. Nel '46 fu redatto il Manifesto Oltre Guernica che unì in un primo momento il realismo di Guttuso e Pizzi nato all'astrattismo di Birolli, Morlotti, Santomaso e Vedova. Nel '45 Guzzi, Monatanarini, Prampolini, Fazzini, Jarema, Blatter, Jliue Kljakovitch firmarono l'atto di nascita dell'Art Club, un'associazione indipendente di artisti provenienti dai vari paesi del mondo, il cui scopo fu quello di "approfondire la coscienza artistica e rafforzare il problema dell'arte come problema sociale" ben oltre le pastoie del rigido pragmatismo comunista. Il gruppo, attivo fino al 1964, segnò la storia dell'arte italiana lavorando con uno sforzo d'intenti comune agli aderenti a Forma 1, sia per quanto riguarda il loro carattere internazionale, sia per il riferimento alle Avanguardie, sia per l'impegno contro il "neo-romanticismo" populista del PCI, sia per la reazione alla distruzione fisica, morale e culturale che aveva lasciato il secondo conflitto mondiale. L'associazione fu organizzata con l'apporto fondamentale del pittore polacco Joseph Jarema, presidente del gruppo per sei anni e di Enrico Prampolini. Questi, instancabile animatore ed organizzatore della vita di Art Club fu presente nel '14 alla prima mostra futurista a Roma, dimostrando in seguito, in modo sempre più convincente, la profondità della ricerca teorica e della sua produzione artistica. Seguendo da vicino Dada, De Stijl e la Bauhaus, negli anni Cinquanta abbandonò un rigido quanto stanco futurismo per la pura astrazione. Egli infatti si prefisse un percorso tale che, partendo dalla realtà, realizzasse soluzioni plastiche "pure", libere da sovrastrutture psicologiche e storiche. Il filo conduttore per questa operazione furono gli accattivanti stimoli provenienti dalle Avanguardie storiche reinterpretati dalla luce delle esigenze attuali. La necessità di Art Club fu quella di superare l'impasse culturale del secondo dopoguerra, il particolarismo e l'arretratezza della produzione speculativa, utilizzando per questo il desiderio di universalismo assieme ad una sinergia di forze che in Prampolini prese il nome di "sociabilità" ovvero, una "condizione umana comune che stabilisce fra tutti gli uomini dei legami di conoscenza e fiducia reciproca". Gli esiti furono un'instancabile attività di sensibilizazione, con la produzione di bollettini, la partecipazione degli artisti alle giurie nelle Biennali di Venezia e nelle Quadriennali di Roma e l'organizzazione di esposizioni sia in Italia che in Europa, sostenendo il lavoro di Burri, Capogrossi, Consagra, Turcato e Vedova, al fine di sottolineare una linea di ricerca italiana "non oggettiva", che andasse oltre i condizionanti appelli al "nuovo" provenienti da oltre oceano. Questa attività incarnò il vero spirito futurista del gruppo secondo la rivalutazione che venne fatta di questo movimento tutto italiano con l'inaugurazione di una sala dedicata nella mostra Arte Astratta in Italia nel '48. I rapporti tra Art Club e Forma 1 sono di chiara affiliazione. Nella primavera del '47 Prampolini offrì a Consagra, Dorazio, Guerrini, Maugeri, Perilli e Turcato di partecipare ad una mostra nella sede di Art Club: questo incontro venne rafforzato dallo stesso credo e dal valore degli stessi ideali. La bella mostra della Galleria Niccoli a Parma racconta tutto questo con la forza delle immagini. Art Club e Forma 1 durante il loro periodo più convincente elaborarono una sintesi plastica della realtà per raggiungere "I'oggettiva funzione della forma". L'attenzione andava alle "mele di Cézanne" e al loro eloquente silenzio dove il colore costruiva la forma e questa creava le direttrici dello spazio. Il luogo espositivo è generato gradualmente dal succedersi dei lavori. Le sovrapposizioni modulari di Nigro, presente con due tele del 1949 e del 1951, annullano la loro fissa rigidità alla fine della lunga sala voltata in un'opera di Scarpitta del '58 dal titolo Dimensione. Nel suo costruirsi per piani sovrapposti e aggettanti rispetto alla parete, con cui tende a confondersi dal punto di vista cromatico, questa si contrae nel "totem" di Consagra del '47, dove la forma ovale di provenienza brancusiana è nutrita da estroflessioni triangolari che dirigono lo spettatore secondo un percorso mentale proprio che l'artista definisce come "teorema della scultura". Secondo Prampolini, Accardi, Santomaso e Attardi rappresentano un astrattismo "in nuce" più vicino alla purezza di Consagra che alle indecisioni del resto del gruppo. Questi, nella loro pittura segnica, sovrappongono piatte campiture plastiche di diverso valore referenziale, all'insegna dell'arte negra. Ogni elemento è un mondo a sé stante e se in un primo momento può risultare privo di vita, la relazione della forma ad esso contigua lo rinomina qualificandolo. Tra i valori più significativi sono da ricordare Immagini dell'uomo del 1948 e Ferro e Fuoco del 1956 di Franchina, entrato a far parte di Art Club nel '47 dopo una militanza in Corrente. Viene qui rappresentata la purezza dell'idea attraverso l'essenzialità della forma; riprendendo il concetto preistorico delle Veneri, I'uomo e i suoi strumenti di lavoro sono rappresentati come auspicio e rito propiziatorio mentale, in modo che il silenzio della pietra di fiume e del ferro alternino l'implosione e l'esplosione dello spazio della sala in perpetuo dialogo con le opere circostanti. Seguendo il percorso si incontrano i decollage di Rotella, il silenzio meditativo del monocromo di Savelli, le espressioni cromatiche di Scialoja, gli equilibri di Munari e, fra gli altri, gli infiniti spazi e le infinite forme di Perilli. Questa mostra rappresenta uno dei più alti contributi culturali del panorama storico-critico del momento. Sarebbe di buon auspicio che potesse ricevere una precisa attenzione da parte delle istituzioni data l'assoluta importanza del tema. | ||
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