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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno IX - n. 28 - inverno 1998/99 |
| Francesco Gennari
di Antonella Micaletti | ||
Così, in tanta parte della ricerca più giovane, il significato del lavoro si realizza oggi solo grazie ad un processo di relazionalità sociale e il soggetto dell'opera è esclusivamente circoscritto proprio alla definizione minima e ogni volta nuova dei limiti del proprio intervento. Insomma il progetto ha assunto una importanza predominante rispetto alla realizzazione dell'opera, in modo però evidentemente molto diverso dal pensiero degli artisti concettuali - che piuttosto realizzava uno spostamento dell'immagine dentro il codice del linguaggio e che comunque si proponeva come profondamente autoreferenziale - attraverso una tendenziale sparizione dell'oggettività dell'immagine, pur nella rinnovata assunzione di moduli neofigurativi e neooggettuali, o, comunque, con un radicale abbassamento della sua percezione. Verso lo spostamento della realtà entro la sua dimensione esistenziale, attraverso una rarefazione della percezione visiva dell'opera, che tende piuttosto ad essere risolta in un processo di pensiero, si muove anche il lavoro di Francesco Gennari. Tema della sua ricerca è il processo di assoluta smaterializzazione dell'opera, di un suo annullamento, potenzialmente infinito, sia da un punto di vista visivo che concettuale. L'opera mira a divenire pensiero, ma questa possibilità non appartiene più all'autore, bensì allo spettatore, posto in essere dall'artista. L'opera viene privata del suo soggetto, della sua connotazione visiva, e allo spettatore è affidato il riconoscimento del "meccanismo di presenza esistenziale"; è anche di qualunque significato che legittimi l'opera se non un radicale atto di coscienza, o di autocoscienza, posto in essere dall'opera ma completamente definibile entro parametri esistenziali del fruitore. Nel suo essere infinitamente soggettivo, il lavoro risulta assolutamente oggettivo, ma di una oggettività che progressivamente fa sempre meno riferimento a parametri di riconoscimento, tanto visivi che tematici. Nella serie di lavori a-soggettuali, infatti, la dimensione oggettiva minima è resa possibile dalla definizione dei limiti entro i quali la riconoscibilità del soggetto stesso si compie. Il processo di smaterializzazione in questi lavori è progressivo: in uno, infatti, la definizione per continui limiti di negazione si può riferire ad un soggetto preesistente all'opera, come quello che ruota intorno all'idea di un albero autunnale - non è inorganico, non ringhia, non è mobile, non ha foglie; in un altro, il soggetto può non essere reale - come nel lavoro: non è un uomo, non è arancione, non ha sentimenti, non può morire; o anche nella serie di lavori in cui una bacheca contiene una bacheca che non contiene nulla. Non esiste rappresentazione né concetto, ed il senso del lavoro è spostato totalmente sul meccanismo percettivo operato dal fruitore. L'esistenza dell'osservatore è l'elemento minimo attraverso cui si afferma la realtà dell'opera, che avviene in modo assolutamente autonomo rispetto all'artista. Ancora più aderenti al reale, proprio perché più tendenti alla rarefazione visiva, i lavori della serie Coscienza e Autocoscienza, ma coerentemente con la realtà, in questi lavori l'artista non rende visibili i meccanismi di esistenza del soggetto, essendo un atto di coscienza o di autocoscienza di per sé immateriale. Cosi è quando le foto dell'autore vengono presentate ripiegate su se stesse; o quando uno specchio viene posto su un piedistallo con la superficie riflettente rivolta verso il muro dove è appesa una fotografia dell'artista; o ancor più come nei sessanta metri di tela piegata posta sopra un parallelepipedo nero, tre le cui pieghe si cela, non visibile né mai dichiarata, una fotografia dell'artista. La rinuncia alI'autoreferenzialità da parte dell'opera cede il posto ad un processo di autoreferenzialità del fare dell'artista che però non diviene mai oggettivo, ma perpetuamente legato alla esistenza soggettiva del fruitore, che non prevede perciò soltanto un atto di ricezione, ma un'azione di attivazione creativa del pensiero. L'artista stesso diventa fruitore del proprio lavoro, perché così soltanto può realizzarlo pienamente. L'abbassamento della soglia di visibilità corrisponde nel lavoro di Francesco Gennari ad una riduzione radicale del pensiero estetico al suo grado minimo, che diventa anche lo stadio basilare del suo sviluppo. Ridotta alla sua funzione primaria, la dimensione esistenziale soggettiva è sganciata da legami storici e sociali e così, sovratemporale e sovraspaziale, il lavoro artistico sposta il proprio asse su un'esperienza minima di ricezione che vede riformulata la dicotomia soggetto-oggetto in un continuo rimando reciproco, entro un territorio esistenziale. Unica traccia di riferimento in tale processo è sempre una soglia, un limite impercettibile rappresentato dal titolo delI'opera, che impronta la realtà del legame tra intervento dell'artista e pensiero dello spettatore, e fonda, ogni volta, I'esistenza dell'opera. | ||
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