TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno IX - n. 28 - inverno 1998/99

Landscape as mindscape, le terre In-Cognite di Claudia Losi
di Francesca Comisso
Opus 2808a
Appennino glaciale (1998)
paraffina (14 pz.),
dim. variabile

Opus 2808b
Forme vegetali - XIV (dal 1995)
tela, filo di cotone, zucchero
(particolare)
courtesy Galleria Luigi Franco,
Torino

Opus 2808c
Ciottoli (dal 1997)
seta, filo di cotone, zucchero
dim. e numero variabili

Soprattutto, non perdere la voglia di camminare*
(S. Kierkegaard, 1847)

Natura, paesaggio, luogo, sono oggi al centro di un dibattito che investe geografia, antropologia, sociologia, arte e urbanistica. Molteplici prospettive di analisi che approdano ad un comune senso di "perdita", "sparizione", aprendo ad un nuovo orizzonte linguistico: il naturale diventa artificiale, il paesaggio "territorio dell'attraversamento", il luogo "non luogo" [1]. Riparlare di natura e paesaggio, rifiutando i luoghi comuni che ne fanno l'orizzonte di utopistici "ritorni", o viceversa sinonimi di passatismo, è uno stimolo a trovare nuovi percorsi. Il lavoro di Claudia Losi è in questo senso emblematico. Come altri artisti "itineranti", da Stanley Brown, a Richard Long, a Hamish Fulton, la Losi ha fatto della pratica del percorso, o geo-ambulazione, il mezzo per una riappropriazione dello spazio, che è soprattutto un ripensare lo spazio. Il percorso si contrappone al senso effimero e passivo dell'attraversamento, alla sua estetica del frammento, così come allo sguardo scientifico-satellitare in cui lo spazio si manifesta nell'annullamento del tempo. E' un modo per ritornare sul territorio, registrarne le tracce, misurarlo secondo il tempo lento dei passi declinati nel cammino. In questo modo il paesaggio, solitamente ritagliato e incorniciato entro i limiti del finestrino dell'auto, torna a essere luogo di un'esperienza conoscitiva. Con Hamish Fulton l'artista ha partecipato la scorsa estate ad uno stage [2] che si è concluso con una lunga camminata dal lago di Como alla cima del Bollettone. Da quelI'esperienza è nato il progetto per Vorland ('98), che in tedesco significa ghiacciaio, e fa riferimento alla presenza di una calotta glaciale dell'era würmiana, risalente a circa ventimila anni fa, ai limiti della città di Como [3]. Come nelle spedizioni geologiche del secolo scorso, il percorso si è tradotto in cartografia, in una mappa modellata nella paraffina che ripercorre lo spazio, ma anche il tempo, di un'esperienza vissuta "sul bordo dell'era giaciale" [4]. In modo simile alle stratificazioni geologiche, la cartografia della Losi condensa diverse quantità temporali: il tempo lungo dell'era dei ghiacciai, quello umano del percorso, e il tempo-durata della coscienza. L'equazione di Kenneth White tra landscape e mindscape, implica quindi la necessità di "decentrarsi. rispetto alla mappa ufficiale, e attivare una nuova comprensione della terra. Cercare un "nord della mente" [5] per creare inediti percorsi esplorativi. "Camminando la mente ha la possibilità di spazializzarsi", scrive l'artista, che significa anche la possibilità di fondare nuovi spazi intellettuali, come nel waiking-about degli aborigeni australiani lungo le Vie dei Canti [6]. Il canto è l'indice di un percorso da cui origina la realtà. E come dire che le cose esistono solo quando vengono percepite e nominate. I Licheni di Claudia Losi sembrano in questo senso il prodotto di una poiesis dello sguardo, della sua virtù di operare per salti di scala, di cogliere i segnali minimi della natura o di dilatarsi all'infinitamente grande di isole, arcipelaghi, continenti. Si tratta sempre di vedere ciò che non si dà immediatamente alla vista, e ricomporlo in una sorta di inventario che ricorda le fragili costruzioni collezionistiche delle Wunderkammem cinquecentesche. In esse una "natura antropomorfa e creatrice e un artificio umano capace di apprenderne i segreti vengono fatti miracolosamente convivere uno accanto all'altro (...) con l'idea di un disegno unico del quale lentamente si possono decifrare i tratti" [7]. Il lichene delle Tavole vegetali della Losi "è una sintesi del paesaggio", come afferma l'artista, che ne fa il termine di una riflessione sui rapporti che si possono istituire tra i processi formativi in natura e nel pensiero. Le cartografie in paraffina, le mappe insulari delle Orcadi ('98), isole dell'arcipelago scozzese ricamate con squame di pesce, o gli splendidi ricami dei Licheni, fanno tutti parte di questa riflessione sulle connessioni tra pensiero e materia. L'utilizzo di una pratica lenta come quella del ricamo, che l'artista impiega dal '95 per la realizzazione delle Tavole vegetali, non è un semplice espediente linguistico, ma un procedimento cognitivo.

La lentezza del ricamo ricalca i processi di crescita dell'organismo vegetale, in una mimesis che pone un'equazione tra artificio e natura. I fili di colore diverso si fanno materia, proponendo un microcosmo dalla struttura complessa e meravigliosa, ricca di varianti cromatiche, dal grigio, al verde pallido, alle accensioni arancio e blu. Nelle trame di questo disegno viene ricalcata una porzione di paesaggio e condensato il repertorio di pensieri nati durante il ricamo. In questo senso il pensiero si fa materia, che a sua volta ne custodisce i segreti in un rituale che si rinnova da un lavoro all'altro. L'aspetto ritualistico è particolarmente evidente nel ricamo di un arazzo, iniziato nel '96, in cui l'artista procede secondo i ritmi di crescita e morte del mondo naturale, costruendo e disfando il disegno, addensando materia e pensieri per poi liberarli nella dissoluzione del ricamo. Iterazione di un gesto che non significa come nel ricamo di Penelope "trattenimento del tempo", ma riproposizione poetica dei suoi ritmi.


[1] Per questi argomenti cfr. M. Augé, Nonluoghi, Milano 1993; P. Desideri, M. Ilardi (a cura di), Attraversamenti. I nuovi territori dello spazio pubblico, Genova 1997; L. Bonesio, Geofilosofia del paesaggio, Milano 1997.
[2] Nel luglio del '98 Claudia Losi è stata selezionata per partecipare al workshop del Corso Superiore della Fondazione Ratti di Como, conclusosi con una mostra collettiva. Il progetto, coordinato da Angela Vettese e Giacinto Di Pietrantonio, si è svolto intorno al concetto di "arte - camminata" dell'artista inglese Hamish Fulton.
[3] Il lavoro di Claudia Losi si avvale degli apporti multidisciplinari della geografia, della geomorfologia, ma anche dell'etnologia, dell'antropologia e della letteratura. Determinante la lunga collaborazione con Matteo Meschiari, scrittore e geografo, con il quale l'artista condivide un comune progetto di ricerca che talvolta, come nel caso di Vorland, si traduce sul piano della realizzazione del lavoro in un'interessante compresenza del linguaggio visivo e di quello poetico-letterario. Con Matteo Meschiari e Francesco Benozo, ha fondato nel '96 lo Studio Italiano di Geopoetica, affiliato all'lstituto Internazionale di Geopoetica creato nel '89 da Kenneth White.
[4] Matteo Meschiari, in Conversazione, a cura di Giorgina Bertolino, con Claudia Losi e Matteo Meschiari, catalogo della personale di Claudia Losi, galleria Luigi Franco Arte Contemporanea, novembre-dicembre '98, Torino.
[5] Ibidem.
[6] Bruce Chatwin, Le vie dei Canti, Milano 1988.
[7] Adalgisa Lugli, Naturalia et Mirabilia. Il collezionismo enciclopedico nelle Wunderkammern d'Europa, Milano 1990, p. 8.

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