 Orientamenti, 1998 tecnica mista su tela
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E' un rimando continuo tra osservatore ed "osservato". La distanza è solo apparente: relazioni iterate li legano, integrandoli in un processo in progressiva evoluzione, in perenne quanto mutevole definizione. L'urgenza istintiva del comunicare non è sentita da Gianni Pellegrini come un impulso di gratificazione o una necessità, bensì come un desiderio di trasmettere il significato intrinseco dell'esigenza stessa. Le sue opere sono abitate da un'emotività, che vi risiede convivendo con ragione e pensiero riflessivo ai quali, tuttavia, non è sconosciuta l'incertezza. Al di là della misura fisica del supporto, l'estensione immaginativa mira a configurarsi ogni volta come ricerca di un altrove, pur risiedente sulla superficie, di un'immagine che sia superamento dei soliti luoghi in cui è pensata la pittura. La tensione che rende vivi e profondamente diversi tra loro i quadri di Pellegrini è avvertita intimamente e strutturalmente e mai in modo irrazionale, poiché è proprio la ragione che rende possibile l'opera. Una sorta d'insonnia domina lo strato pittorico ed è lì dove si posa l'attenzione che si creano le disuguaglianze. Con il suo procedere silenzioso e felpato, Pellegrini tende ad una sorta d'essenzialità, conquistata attraverso l'impiego di mezzi formali minimi. Un gesto formante, costruttivo quanto elementare percorre l'epidermide delle tele in una sintesi di estrema sobrietà espressiva, rispettoso di un precedente studio compositivo e rappresentativo di pure entità formali di grande dinamismo e plasticità. La fisicità di tale segno non si traduce tuttavia in spessore né ambisce ad alcuna matericità, sebbene l'operazione non si esaurisca solo in superficie, ma invada territori della percezione ben più ampi. Iterazione progressiva, ritmo, variazione timbrica originano una soluzione totale dove forma e spazio si risolvono a vicenda. Non esiste il particolare all'interno di questi lavori, non è isolabile poiché non vige gerarchia intestina. V'è piuttosto un'identità spazio-colore-segno, totalmente dominata dal problema della visione, dall'intellezione del vedere. E un partire leggero quello che caratterizza l'agire di Gianni Pellegrini, che appoggia la matita e la fa scorrere cercando relazioni sulla tela, peraltro sperimentate a livello mentale. Il segno aggalla, viaggia, s'interrompe e riprende il suo fluire talvolta addirittura incurante dei confini del quadro stesso. Recentemente infatti gli è stato permesso di dilagare in una vicina tela, affiancata come prosecuzione ideale di un discorso che pareva innaturale troncare. Sono nati così gli Orientamenti. Ombrosi segmenti dalla marcata definizione formale sono i coprotagonisti di una pittura entro la quale ogni elemento ha funzione di soggetto. Il colore, un ambiguo rosato di difficile denominazione, costituisce il fondo raramente identificabile. Seguono infatti il tracciato segnico, diversi passaggi di acrilici derivanti dagli impasti più sorprendenti. La spatola, da ultima, interviene raschiando eccessi di stesure che devierebbero da una lettura corretta dell'opera. Il risultato è ipnotico: lo sguardo non rischia di fermarsi su una visione fissa, ma è costretto a vagare su una pelle costantemente vibrante e fremente che muove in direzioni mutevoli. Vale la pena addirittura osare, dicendo che l'occhio sembra talvolta cogliere alcune sfumature tonali nemmeno espresse materialmente, ma pronunciate a livello mentale. Tale respiro è probabilmente dato dal movimento che Pellegrini riesce ad infondere nel quadro, conferendogli una perenne condizione di fluidità. Tale peculiarità non è tuttavia da confondersi con una sorta di instabilità o precarietà di valori, semmai come un divenire ininterrotto. Non a caso la coscienza critica rappresenta un fondamentale momento operativo all'interno di un linguaggio autonomo di grande incisività e purezza. Gli esiti sono raffinatissimi e singolari, caratterizzati da una solida unità di superficie, da un misterioso accenno luministico emanante dalle forme stesse e da un'articolazione della tela dettata dalla struttura interna piuttosto che dagli arbitrari margini del supporto.
E' una pittura di minimi scarti, di vibrazioni lente ed inesorabili rese per via d'introduzione e sottrazione di presenza. La cromia vellutata e serica al tempo stesso, leggera come nebbia, aliena dall'essere piacevole, evoca ineludibili capacità di concentrazione. Ondeggiamenti ed orientamenti cangianti creano sistemi di ritmi altalenanti affondanti in uno spazio concepito come tessuto di legami sottili posti su piani apparentemente diversi. Ed è tale tessitura fitta che fa perdere il rapporto metrico con lo spazio, annullando il concetto di centro come quello di periferia. Un lavoro su valori minimi ma sostanziali dunque, sugli interstizi dell'apparire, su esili miraggi destinati a mutare in continuazione.
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