TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno IX - n. 28 - inverno 1998/99

Enrico Castellani, gli estremi coincidono
di Annachiara Maggi
Opus 2801a
Superficie bianca, 1996
tempera su tela estroflessa
cm. 80 x 80

Opus 2801b
Superficie bianca, 1996
tempera su tela estroflessa
cm. 80 x 80

Opus 2801c
Superficie bianca, 1998
tempera su tela estroflessa
cm. 120 x 170

Opus 2801d
Superficie argento, 1996
tempera su tela estroflessa
cm. 80 x 80
(courtesy Fumagalli, Bergamo)

La sua prima opera era già l'ultima.
Tutta la produzione di Castellani che si situa dalla sua seconda estroflessione all'ultima è una trasformazione in successione, una variazione sul tema.

Con un assunto di questo tipo l'inizio rappresenta la fine, l'uno è già il tutto, il cerchio si è chiuso immediatamente, gli estremi coincidono e null'altro si potrebbe aggiungere, ma nonostante il fascino che può suscitare una spiegazione così assoluta e senza possibilità di deroghe, un percorso così particolare, tanto non è ancora stato detto.

Che non sarebbe venuto il tempo di cambiare, che per l'arte non sarebbero venuti tempi migliori, e che la diversificazione massificata delle forme dell'espressione artistica del mondo contemporaneo avrebbe creato solo tanta confusione ed incapacità di orientamento, Castellani l'aveva intuito, e tutti quelli come lui, i suoi colleghi, che hanno fatto del proprio lavoro un percorso fermo, coerente, meditato, senza lasciarsi traviare dalle mode e senza evadere dalla propria linea con inutili voli pindarici o alla ricerca di novità sconsolatamente ripetitive; un percorso che oggi ripaga il sacrificio della costanza.

Ma anche questo non è sufficiente per motivare una scelta così precisa ed il rigore formale che ne determina la riconoscibilità immediata.

Cosi è stato, ad esempio, per Getulio Alviani che ha ideato, seguendo precise regole matematiche e scientifiche, le Superfici in alluminio, alle quali sono seguite le ricerche sulla percezione del colore, ma oggi nulla lo affascina più al punto d'aver sospeso la sua produzione nella convinzione che l'arte è una sorta di performance: una volta espresso ciò che si vuole dire è inutile ripetersi.

Pensiamo anche ad altri grandi artisti del mondo contemporaneo come Albers che ha fatto della geometria dei quadrati "concentrici" una costante del suo lavoro, ovunque e da chiunque riconoscibile.

Un altro grande, di genere completamente diverso, ma altrettanto noto al pubblico, Andy Warhol, che, modificando il soggetto delle sue fotocomposizioni (ricordiamo i più famosi: Marilyn Monroe, Mao Tsetung, Jacklyn Kennedy, Lenin) e usando la tecnica del ritratto ingigantito, ripetuto, colorato in modo innaturale ed estraniato dal suo contesto, fa di una ripetizione la base dell'efficacia delle sue opere.

Anche il noto Morandi, il bolognese delle bottiglie, fece di questo tema una vera e propria poetica legata a minime variazioni cromatiche e di soggetti; allo stesso modo Capogrossi... e così alcuni altri a sostegno di una linea rigorosa, di una scelta tecnica e poetica che non può essere modificata perché ha raggiunto i livelli più alti, la massima espressione raggiungibile da "quel particolare modo di fare".

E comunque a coloro che sono portati a sostenere che Castellani ha fatto dell'estroflessione un accademismo e che si è affacciato al problema senza analizzarlo rimanendo ancorato al primo traguardo, direi che solo ad un occhio poco perspicace non balzano le differenze, è troppo facile cogliere solo i cambiamenti radicali e non le sottigliezze, le variazioni seppure talvolta minime; mi rifarei quindi ad uno studio più attento delI'opera.

Gli "oggetti" di Castellani si sono mantenuti simmetrici per un lungo periodo modificando la struttura nella quale le tensioni erano ospitate realizzando così opere a disco, baldacchino e a cantoniera; soltanto negli anni '80 l'artista decide di rompere con la simmetria introducendo una nuova spinta dinamica formale, dando così nuovi impulsi percettivi, dunque il passaggio della simmetria alla asimmetria è sufficiente per determinare un cambiamento altamente significativo ed una rinnovata e approfondita tensione formale.

Forse lo stupore più grande sta nel verificare che l'opera di Castellani non ha mai subito una caduta di tensione, ha percorso tempi e mode senza cambiarle, ma senza subirne gli effetti; pochi artisti al mondo sono stati in grado di mantenere sempre vivo il proprio lavoro e senza mai "sbagliare un colpo"; è vero che la progettualità ne garantisce la riuscita, mi spiego: un'opera che ha alla sua base un progetto ben preciso che ne determina lo sviluppo in fase di realizzazione ha già in sé le caratteristiche del successo, non è così ad esempio per un'opera informale, ma nel caso di Castellani non si può parlare di programmazione vera e propria infatti, come egli stesso dice: "(...) parto sempre dal perimetro dell'opera dove costruisco delle suddivisioni aritmetiche, congiungendole all'interno della superficie vengono a crearsi delle intersezioni, ecco li metto un chiodo, (...) la sequenza intenzionale è solo sul perimetro, quello che accade all'interno è casuale(...)".

Castellani ha cucito lo spazio, l'ha reso unico, quello che intercorre fra la prima e l'ultima opera, I'ha circuito, ingrandito, rallentato a suo piacere, ha fatto sì che sull'opera singola gli esiti fossero infiniti, così i giochi di chiaro/scuro in rapporto alla luce e le percezioni che se ne traggono. Ha unito l'uno nel molteplice ed il molteplice nell'uno.

Ha creato degli "oggetti spaziali" che, acquisendo una vigorosa struttura di superficie, costringono l'occhio a sostare su determinati dati formali acutizzando sempre più la vista a quel vedere, il campo percettivo quindi si isola dal contesto e lo spazio circostante non si integra con essi, ma se ne distingue creando uno spazio alternativo a quello amorfo che li circonda.

La ricerca di Castellani è sottile, coerente e meticolosa, forse la più rigorosa di tutte, ed apparentemente la più permeabile ad interpretazioni perché la più sconcertante, essa dà, nei suoi esiti, infinite possibilità di essere raccontata ed altrettante nuove esperienze da assorbire e tradurre in nuove emozioni.

La sua è un'arte che non rassicura proprio per la sua costanza ossessiva che inquieta ed induce a pensare ad un imminente sfogo emotivo, ma che allo stesso tempo si difende dalla violenza e si rende ermetica agli avvenimenti. Si motiva dal suo stesso modo di essere, una presenza continua e costante.

Lo spazio e la luce di cui si nutre legittimano un procedimento che si estende in un tempo infinito con infinite scelte di modulazioni: i ritmi dei pieni e dei vuoti che si vengono a creare sulla tela.

Ha vinto i tempi partendo da una progettualità che anticipava e definiva un mutamento sociale, un modo di vivere e di pensare, in un momento ben preciso in cui chi non era capace di cogliere il cambiamento di rotta, era sicuramente un outsider. Castellani c'era ed ha colto!

Per arrivare in assoluta modernità ad essere ancora in linea con i tempi: le sue estroflessioni, i suoi ritmi creati sulla tela, potrebbero facilmente essere il risultato di un processo dell'elaborazione di un computer.
Sarà mai superabile?


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