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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno IX - n. 28 - inverno 1998/99 |
| Editoriale
di Giorgio Bonomi | ||
A questo proposito ci piace ricordare, qui nell'Editoriale, la Biennale di Quarrata. Si prega il lettore di non sorridere, dato che forse non sa nemmeno dove sia Quarrata: stiamo parlando di un'esperienza unica ed eccezionale (nel senso letterale e traslato del termine) che ha visto uniti l'amore per l'arte all'umiltà della ricerca, la conoscenza sicura alla modestia del proponimento, la convinzione nelle proprie idee all'attenzione preoccupata per le novità. Un piccolo centro del pistoiese, Quarrata, evidentemente amministrato da persone illuminate, qualche sponsor sensibile e, soprattutto, la volontà e l'intelligenza straordinarie delle due curatrici, Stefania Gori e Eliana Princi, con l'eccezionale professionalità della direttrice artistica (curatrice degli allestimenti), Barbara Guarducci, hanno creato una situazione che ha portato lo spettatore dentro decenni di storia dell'arte recente: dall'informale alla body art, attraverso il concettuale e l'arte programmata, in un percorso fatto di immagini, di schede, di costruzioni scenografiche analoghe, di scritti espliciti, senza nemmeno un'opera, ma di questa - occorre essere sinceri - non si avvertiva la mancanza, tanto l'atmosfera permetteva di immergersi in essa. Insomma un'idea originale, utilissima per il neofita-studente o cittadino che fosse, stimolante per l'esperto ed emozionante per l'occhio e per il cervello. Un tipico esempio di come con pochi soldi e con tante idee si possa fare qualcosa di veramente importante per l'arte contemporanea, anche senza finanziamenti miliardari e senza i soliti Kounellis, Paolini, LeWitt, Pistoletto, Spalletti, ecc. Ma c'è di più, alla vernice era presente un pubblico "autentico", di studenti e di gente "comune", sana e realmente interessata; il jet set dell'arte era assente: l'aria che si respirava era così molto pura. Insomma un alto esempio di "arte a lenta percezione". E' proprio la "lentezza", intesa come categoria dello spirito e dell'agire, quella che sembra possa restituirci, nell'arte come nella vita, una dimensione di umanità profonda e cosciente, a fronte di un mondo in cui la velocità - al di là di essere uno strumento di facilitazione della vita pratica - diviene modalità di comportamento superficiale, omologante, sostanzialmente idiota, in arte come nella vita. E qui - se è vero che la velocità "forte" è appartenuta al "moderno", cioè alle grandi idee progressive e progettuali, mentre la velocità "debole" appartiene ai nostri tempi "postmoderni" in cui si esalta il transeunte e il ludico, il precario e la licenza - ci piace segnalare un libro di uno studioso "lento", cioè appartato, che affronta, scientificamente e non come argomento di "moda", il postmoderno: Il labirinto e l'orizzonte. Strutture filosofiche del postmoderno di Giovanni Stelli, edito da Guerini e associati. L'autore è cosciente che il postmoderno è una condizione reale e culturale, e lo coglie e lo esamina nei suoi fondamenti più fondati, evitando intelligentemente il coinvolgimento di quei maîtres à penser, tanto divulgati quanto filosoficamente inconsistenti. Al contrario Stelli prende in esame solo teorici di spessore quali Lyotard, Rorty e Bartley III, probabilmente - almeno il terzo - sconosciuti ai nostri teorici dell'arte postmoderna e, soprattutto, alle nostre - data la grande femminilizzazione della categoria dei critici d'arte - maîtresses à penser che discettano di postumano, di poststoria, di transgenetico, ecc. Stelli coglie le contraddizioni intrinseche del pensiero postmoderno che, volendo rifiutare la Filosofia (le "narrazioni"), finisce a ripetere un pensiero riflessivo e quindi filosofico "narrativo", o a cadere in antinomie irrisolte e irrisolvibili. Non liquida il problema velocemente ma fornisce elementi di riflessione utilissimi per pensare o "ripensare" quelle idee e quei valori che il pensiero postmoderno, o debole che dir si voglia, troppo facilmente ha espunto e cassato, anche se pone in evidenza tutte le contraddizioni del pensiero razionale nelle sue varianti. Tutto ciò può servire molto all'artista e al critico d'arte che voglia "fondare" la sua critica, al di là dei pensatori alla moda dell'oltralpe dell'ovest, che sono serviti per giustificare le peggiori espressioni artistiche degli ultimi decenni. Non rimpiangiamo, certo, la metafisica, ma la razionalità dialettica, cioè auspichiamo una rifondazione di quel pensiero "forte" che ha permesso al "secolo breve", in arte come nella vita, quello sviluppo che l'umanità ha avuto eguale solo nel corso dei secoli. Utopia? Forse. Comunque convinti della volontà di andare avanti e non soddisfatti beotamente della palude attuale, smossa soltanto da qualche sterile recupero imitativo di un passato non capito e rivissuto astoricamente: ma, se il presente deve il suo stesso essere al passato, cioè alla storia, questa storia, come disse un grande vecchio, è sempre storia contemporanea, che non significa riportare il presente al passato, bensì quel passato al presente, come sua radice e fondamento. Il detto "historia magistra vitae" ha senso solo se l'accoppiamo con quello, ancora di un grande vecchio, che recita "I'educatore deve essere educato": un futuro migliore, di civiltà - e non di barbarie - non può che aversi nell'incontro fattivo e profondo del passato e del presente, nella vita come nell'arte. | ||
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