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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno IX - n. 27 - autunno 1998 |
| Elena Cavallo
di Daniela Del Moro | ||
Le sue installazioni, normalmente ambientate in spazi aperti come giardini e parchi, riportano alla memoria immagini e attimi del mondo dell'infanzia, un mondo popolato di alberi dalle foglie blu, di boschi e cespugli accesi di rosso, di girandole dai fiori gialli e canne che danzano al suono del vento. Ma il "gioco" non deve ingannare e allontanare la mente dai rimandi delle lezioni cubiste che l'artista rivive e interpreta nella necessità di ridurre a "corpi" solidi gli elementi naturali prospettici: sfondo (scenografia) ideale diventano le linee essenziali ed i contorni definiti delle sue sculture che potremmo immaginare dipinte nei quadri dell'ultimo Cézanne, o di Lèger, o ancora nella pittura scultorea della Lempitzka, dove essenzialità e purezza di forme rendono la sua arte vera sintesi cromatica e compositiva. La natura, il suo "laboratorio" infinito, offre colori e sfumature in abbondanza, ma l'artista ne limita la gamma per creare rapporti rari, distribuendo sapientemente le sue opere attorno a zone intensamente colorate e sfidando solo oggi, con l'intervento del "verde", il confronto con i cromatismi naturali delle sue ambientazioni. Sono continue ricerche di rapporti, quelle di Elena Cavallo, di equilibri e accorgimenti costruttivi, come mots d'équivalent ovvero segni di equivalenza, propri per non "rompere" ma fondere natura e ambiente con altra natura più definita, forse più vibrante, ma non per questo meno reale e integrata. E come la natura non si sottrae, ma invita al contatto, gratificando i sensi, così le sue sculture - pur nascondendo un'anima di metallo che l'artista piega, taglia, avvolge e domina - invitano a percorrerne le linee e le curve per scoprire una "naturale" tattilità. Ingres, pittore francese dello stile, sembra descrivere al meglio la globalità dell'arte di Elena Cavallo: "quanto più le linee e le forme sono semplici, tanto più c'è bellezza e forza". La linearità della caduta di foglie, l'eleganza della danza di canne e alberi, la magia delle spirali di fiori, la circolarità delle loro strutture o in alcuni casi la tensione delle loro forme allungate e quasi di frammento rievocano certe "verticali" di fine anni '50 e, assieme ai contorni imprigionati entro un codice di fenomeni dinamici naturali, sottopongono le sculture a processi di "metamorfosi": come se il vento impadronendosi della natura, scavando fessure o levigando superfici donasse loro nuova vita trasformandone il concetto di "immobilità". Attraverso queste "lezioni" di stile l'artista ci regala la sua vita dell'arte, rinnovando ancora una volta gli infiniti legami tra forma e suono, colore e immaginazione. L'artista ha tenuto recentemente, presso il Convitto nazionale Maria Luigia di Parma, un'ampia rassegna dei suoi ultimi lavori. | ||
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