TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno IX - n. 27 - autunno 1998

Osmida o della profondità
di Emidio De Albentiis
Opus 2711a
Veduta parziale della mostra
Come ben sa chiunque si sia occupato, anche di passata, di antropologia culturale, nessuna epoca ha evitato di produrre e di elaborare i propri miti: ciò significa, in buona sostanza, che l'abitudine di mescolare al principio di realtà - troppo spesso apparso disperatamente banale e insoddisfacente - un tessuto connettivo formato da credenze, racconti, affabulazioni e interpretazioni in grado di far emergere un orizzonte altro (non necessariamente migliore e più desiderabile), è con ogni probabilità un'esigenza irrinunciabile connaturata al nostro essere uomini. Naturalmente anche l'epoca in cui ci troviamo a vivere non sfugge affatto a questa particolare condizione mitopoietica, come aveva magistralmente riconosciuto, tra gli altri, Roland Barthes in una celebre raccolta di saggi di oltre quarant'anni fa: dovendo indicare il mito d'oggi per eccellenza, non si farà certo alcuna fatica nell'individuarlo nella diffusissima venerazione della tecnologia informatica e delle sue pressoché illimitate possibilità mediatiche. Non si tratta, sia ben chiaro, di demonizzare per partito preso o, peggio, per deliberato misoneismo, quanto si è verificato da qualche decennio a questa parte con il trionfo sempre più incontrastato del linguaggio dei computers: ciò che si vuole sottolineare sono piuttosto gli effetti perversi che scaturiscono dalla mitizzazione, troppo spesso acritica, di questi nuovi strumenti e delle loro applicazioni. L'odierna religione mediatica, infatti, sta convincendo sempre più i suoi tantissimi adepti che si sia ormai di fronte ad una mirabolante universalità di codice comunicazionale, in grado di per se stessa di accorciare le distanze e di annullare disparità e differenze non solo in senso fisico ma addirittura socio-culturale: credo che proprio all'arte e agli artisti più avvertiti e consapevoli del nostro tempo spetti il compito di porre degli argini a queste vere e proprie mistificazioni, dietro le quali si intravede piuttosto agevolmente il disegno di chi, possedendo marxianamente i mezzi di produzione, vuole trarre ulteriori vantaggi dal far credere che si viva nel migliore dei mondi possibili grazie alle conquiste della tecnologia.

In una intensa mostra personale, svoltasi a Perugia nella scorsa primavera e curata con intelligente sensibilità da Aldo lori, programmaticamente intitolata http://www. Et le poëte brillo, Osmida ha certamente incarnato, con la sua ricerca artistica carica sia di profondità intellettuale che di suggestione poetica ed emotiva, I'esigenza etica ancor prima che estetica di cui si è fatto cenno nella premessa. L'artista umbra, avvezza da oltre un quarto di secolo a coniugare intenzionalmente l'utilizzo delle tante novità tecnico-materiali disponibili e la riflessione di chiara matrice concettuale sul loro significato filosofico e culturale, ha colto indubbiamente nel segno, imbastendo con una regia accorta e sapiente un'efficace trama espositiva mescolando opere specificamente realizzate per l'occasione e lavori già noti: ne è risultata con forza l'intima coerenza della ricerca di Osmida, quella capacità di inseguire a furia di continue illuminazioni di senso la direttrice sostanziale del proprio impegno a fare arte.

Qualche esemplificazione mirata chiarirà ancora meglio il nostro assunto: I'installazione forse di maggiore impatto e coinvolgimento, senza nulla togliere al resto dell'esposizione, era costituita da un lungo tavolo imbandito con campane di vetro di diversa forma racchiudenti oggetti di varia natura (evocanti soprattutto, anche se non solo, oggetti cari al mestiere di artista, come pennelli, matite colorate e quant'altro); tutt'intorno a queste campane di vetro migliaia di cartoncini plastificati trasparenti - sparsi alla rinfusa anche per terra - contenenti indirizzi informatici (sul tipo di quello formante la prima parte del titolo della mostra), nonché altri oggetti non privi di carica ironica (come ad esempio delle placchette metalliche già un po' consunte recanti la scritta "novità") e, soprattutto, tantissime mele. Questi frutti costituivano certamente uno dei fulcri dell'intera operazione creativa, non solo per il loro intenso profumo, ma per la loro stessa decomposizione, prevista da Osmida come parte integrante del lavoro: il lento ma tangibile disfacimento dei frutti rimandava inevitabilmente alla precarietà esistenziale (così come gli oggetti sotto teca richiamavano il dissidio tra la memoria e lo scorrere delle cose), presente in ogni orizzonte umano, beninteso anche in quello dell'odierno dominio della tecnologia informatica. L'invito rivolto da Osmida attraverso questa tavolata, così simile ad un antico banchetto degli dei peraltro destinato agli uomini del nostro tempo, è dunque inteso a far riflettere sull'idea forte della ineludibile labilità della nostra esistenza - la coscienza della quale appare senz'altro come la base più solida per una più autentica solidarietà tra gli individui come, tra gli altri, aveva lucidamente indicato l'ultimo Leopardi - a prescindere dalle pur straordinarie conquiste dell'intelletto umano: l'artista perugina ci suggerisce, in altri termini, di non incorrere in quell'atteggiamento che già gli antichi Greci definivano hybris, la stolida tracotanza di chi non sa o si rifiuta di individuare gli effettivi orizzonti della propria con" dizione.

Un appassionato richiamo d'attenzione, dunque, teso a vedere oltre la superficie, a scorgere le dominanti della nostra esistenza nel nucleo profondo della realtà e non nel fascino, certo attraente ma sviante, dell'apparenza: questo il senso di un altro emozionante gruppo di opere, le carte catramate dei primi anni '90, che Osmida ha giustamente correlato non soltanto alla tavola imbandita appena descritta ma a tutte le altre installazioni esposte. Di queste carte catramate, solitamente usate per l'imballaggio, l'artista ci svela la insospettata trama geometrica interna costituita da una rete di sottili fili metallici disposti a formare delle losanghe: anche in questo caso, quindi un disvelamento di ciò che non si coglie di primo acchito ma esiste indubitabilmente come sostanza profonda. Va peraltro osservato, in conclusione, che il discorso estetico-filosofico di Osmida non vuole affatto assumere un carattere predicatorio, dal momento che vengono mescolati con maestria i due registri delI'interrogazione pensosa sul destino e della divertita ironia, non di rado corrosiva, sulle moderne illusioni di dominio tecnologico: è infatti proprio la mela (per di più mutilata da un morso!), il frutto che nel banchetto di Osmida viene elevato nel banchetto a simbolo di caducità, a costituire un logo informatico tra i più diffusi, come ci è ricordato dall'artista in una pellicola trasparente esposta in mostra come ulteriore tassello del discorso. Una lucidità intellettuale che, non a caso, si richiama alla condizione del poeta (la seconda parte del titolo dell'esposizione è un adattamento di un celebre verso di Rimbaud), che proprio perché in buona parte diverso e non integrato, nonché capace di una salutare condizione di ebbrezza, sa vedere più in profondità di tanti altri.


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