TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno IX - n. 27 - autunno 1998

Editoriale
di Giorgio Bonomi
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Senza dubbio la caduta delle ideologie, delle certezze granitiche, delle convinzioni fideistiche anche nell'arte ha portato idee nuove e possibilità prima sconosciute. Tuttavia è da rilevare che quella caduta è stata assunta come condizione fondante, in sé e per sé, con la conseguenza che si è persa ogni direzionalità progettuale, anzi il progetto consiste proprio nel non averlo, la qual cosa ha determinato il peggior lassismo, estetico e morale, scambiato per libertà, l'incoerenza invece del rigore, la superficialità e la confusione al posto della profondità di ricerca e dell'interferenza tra i vari settori dell'arte. In una parola: non si sono trovati nuovi fondamenti che supportino la propria espressività.

Prendiamo il caso della fotografia che sembra essere oggi la forma d'arte più diffusa: ebbene c'è e, se si, qual è la differenza tra la fotografia e la fotografia d'arte? Nel giudizio estetico sulla fotografia è ininfluente la sostanza meramente tecnologica di tante opere che riempiono le gallerie? L'avvento della macchina digitale, quindi l'impossibilità dell'originale, è di una qualche importanza e modifica quanto fin qui sostenuto? Sono tutte domande a cui, ovviamente, è assai difficile rispondere, ma il fatto grave è che i giovani artisti che praticano la fotografia non sembra che se le pongano, per cui siamo inondati da fotografie "belle" solo grazie alle macchine stampanti sofisticate, a fotografie molto simili a quelle dei matrimoni e delle comunioni, a fotografie che cercano di imporsi in virtù di presunti contenuti scabrosi.

Anche nel settore neodadaista cui appartengono molti artisti di moda, vediamo che l'opera presentata ha perso lo spessore concettuale sottinteso alla scelta di Duchamp - del resto, forse, scelta unica e irripetibile, se non come replica - per una velleità superficiale, di volta in volta tesa alla novità casuale: ci dovrà pur essere, invece, una differenza tra l'oggetto comune sul mio tavolo e lo stesso oggetto portato in galleria; la teoria dello spiazzamento e della delocalizzazione non regge più, è solo un miserevole alibi. E il discorso potrebbe allargarsi ai replicanti del minimalismo, della land art, eccetera.

Uno dei guasti peggiori che ha prodotto il pensiero postmoderno è la perdita della storicità: tanto nel senso che questo ha prodotto ignoranza, cioè il non interesse e quindi la non conoscenza consapevole di quello che è avvenuto prima; quanto nel senso che la propria ricerca non è legata alle correnti e tendenze precedenti, se non come copia sterile e superficiale.

Questa mancanza di storicità si avverte anche in un altro settore, fondamentale per le arti visive, quello della critica. Gettato lo storicismo, finiti gli "ismi" alla moda, quale lo strutturalismo, allontanata la sociologia e la psicanalisi, la critica ondeggia in acque stagnanti credendo di essere Capitano Achab con mare forza nove. L'ermeneutica, che è metodo serio, serve da paravento all'interpretazione più banale e infondata. Ogni artista sembra nato per caso, dalla testa di Giove come Minerva, non ha legami con nessuno salvo che con i suoi coetanei e vicini, si è disperso il senso del divenire della storia, del suo concatenare eventi ed idee. Da ciò la mancanza di studi scientifici sull'arte contemporanea: i libri, pubblicati in questo settore, per lo più sono riflessioni veloci, a volte intelligenti, spesso neanche degni di un gazzettino di provincia. La mancanza di uno statuto concettuale nella critica comporta pure la mancanza di istituti di formazione - anche se a livello postuniversitario le scuole di specializzazione si stanno muovendo in senso positivo - e, certo, i corsi per "curatori" che in numerose località si svolgono, hanno un vizio d'origine: quello di credere che per essere un buon critico occorra essere innanzitutto un "manager" e poi, semmai, uno studioso. Questa ulteriore "americanata" non ci piace, preferiamo la nostra tradizione culturale: i musei, le esposizioni è bene che introitino denari con biglietti, cataloghi, gadgets, ecc., ma il loro fine primario è la conservazione e l'educazione culturale del visitatore. Se si perde questo orizzonte l'arte contemporanea diventa un Circo Barnum, con il suo bravo Buffalo Bill che da oltreoceano ci viene a proporre le sue buffonate.

Allora la solidarietà tra "acrobati" o, se si vuole, tra "pagliacci" porta a schizofrenie esilaranti quali l'esaltazione del nuovo Guggenheim di Bilbao - dimenticando la norma secondo la quale la vera architettura è là dove non si vede - e, nello stesso tempo, dell'apertura in un garage - che non è, per spazi e per composizione, quello di Villa Borghese di Roma - della collezione permanente del Pecci di Prato, con le opere stipate in spazi ridottissimi, segno che interessa "mostrare", non una struttura culturale ed educativa.

E ancora: si allestiscono mostre, come La coscienza luccicante, interessantissima rassegna di videoarte e di arte interattiva, negli angusti scantinati del Palazzo delle Esposizioni di Roma, mentre ai piano superiore vengono esposti in spazi enormi i vestiti dei sarti romani. Del vezzeggiato privato è meglio non parlare: le Fondazioni partono con buone intenzioni di donare e di fare inziative, poi, subito dopo, richiedono e ricevono laute sovvenzioni dagli Enti pubblici, per le attività, per ristrutturare palazzi di cui, al pubblico, viene concesso solo l'uso temporaneo, magari in cambio di una benevola lottizzazione di terreni agricoli circostanti.

Come sempre ci sono le eccezioni, come ad esempio la Fondazione Prada, che sta diventando uno dei luoghi espositivi più interessanti. L'ultima iniziativa va segnalata in modo particolare, cioè quella di Laurie Anderson, per novità, interesse di pensiero e sociale, per l'uso intelligente delle nuove tecnologie e, cosa importante, per il bel catalogo.


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