TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno IX - n. 26 - primavera/estate 1998

Luca Bernardelli, sguardi del silenzio
di Tiziana Conti
Opus 2610a
Verso...le vie del mio silenzio,
fotografia su alluminio (1996),
cm. 40 x 100
(courtesy En Plein Air, Pinerolo-To)

Opus 2610b
Silenzio, 1997
fotografia su alluminio,
dimensioni variabili

Opus 2610c
Verso...le vie del mio silenzio,
fotografia su alluminio (1997),
installazione. Proposte XII

Opus 2610d
Silenzio interrotto, 1997
fotografia su alluminio,
dimensioni variabili
(courtesy En Plein Air, Pinerolo-To)

Walter Benjamin afferma che la fotografia spoglia l'oggetto della sua "guaina"; Io mette dunque a nudo per individuare accadimenti, amplificarli, avvicinarli o distanziarli, utilizzando procedure complesse. Da un lato si sviluppa l'attitudine al reportage, al documento, all'informazione; su un altro piano, invece, il medium manifesta la tendenza ad incidere profondamente nel vissuto, con una analisi ontologica e fenomenologica insieme. Si adegua alla mutevolezza degli eventi, sceglie codici forti, sostituisce alla registrazione la revisione, alla cronaca la deviazione. Insomma l'obiettivo si muove in una direzione introspettiva il cui approccio con la realtà è più dialettico che speculare.

In questa prospettiva si può inserire il lavoro di Luca Bernardelli. La sua fotografia si propone come una sorta di anamnesi del corpo, soggetto tra i più ricorrenti nell'arte dell'ultimo decennio. Corpo come feticcio, carnaio di segni - per usare una definizione di Jean Baudrillard -, teatro conflittuale di erotismo e distruzione, corpo post-umano, completamente ricostruito attraverso interventi tecnologici, tanto da diventare un'ipotesi virtuale, corpo scomposto in frammenti e poi riassemblato in modo inquietante, paradigma di stati emotivi incongrui, corpomanichino, esplosione di artificiosità, innocenza e bestialità. Esso definisce per molti aspetti la crisi di un'identità scomposta in modo drastico nella componente biologica e in quella razionale, che non trovano alcun assetto di equilibrio. Lo stereotipo ha rimpiazzato completamente l'essenza; si manifesta sempre più imperioso il dominio dell'apparenza, punto di arrivo obbligato di una manipolazione incontrollabile.

Non è questo aspetto, per così dire teatrale, a muovere l'interesse di Bernardelli. Il corpo rappresenta per lui piuttosto un concetto limite, che raccorda interno ed esterno; è un veicolo di esperienze, un insieme di forze che al tempo stesso ingabbiano e amplificano le sensazioni. La sensitività è certamente uno dei suoi attributi peculiari. Tuttavia, come su uno schermo, vi si riflette anche il pensiero, si sedimentano e scorrono le memorie. Insomma attraverso ad esso il soggetto si proietta verso l'alterità, con la quale intende confrontarsi.

Quello che viene proposto nell'immagine è sempre il suo-corpo-soggetto, di cui vengono posti in evidenza dettagli che si rapportano con una globalità ideale, sempre sfuggente ad una definizione ultima. Via via l'aspetto meramente fisico perde i suoi contorni netti e risulta sfumato, ovattato, ponendo in primo piano una tensione centrifuga che attraversa lo spazio e il tempo: lo spazio si assolutizza, il tempo perde la sua schematicità lineare e si distende nella dimensione dell'eterno fluire. Nei lavori più recenti dietro la figura, in lontananza, appaiono scorci di paesaggio. Esso evoca la libertà, l'autenticità, l'infinito: il corpo irradia messaggi che dal profondo pervadono il reale.

Da un punto di vista tecnico l'elaborazione dell'immagine è alquanto complessa. Il punto di avvio è la ripresa del soggetto in uno spazio determinato in un momento ben preciso. Hic et nunc. In questo primo atto è racchiuso l'intero articolarsi del processo che si fonda sul dinamismo contrapposto alla fissità, sul movimento del pensiero versus la sclerosi dell'abitudine. Le sequenze filmate vengono successivamente proiettate in modo da isolarne e selezionarne frammenti, fotografati in diapositive così da mantenere le distanze tra attore e oggetto. Questa sorta di filtro diaframma consente una qualità di osservazione critica e sigla la decostituzione della realtà e la sua ricostruzione, rimuovendo il pathos del coinvolgimento. La diapositiva viene infine fotografata con una pellicola negativa: il nero rappresenta una sorta di punto zero, da cui tutto diviene, che rende possibile qualsiasi scelta. L'immagine definitiva viene stampata su una lastra di alluminio sottile, tanto da permettere il movimento. Un bordo di alluminio chiude da uno o da due lati, come una cerniera: procedura, questa, che sottolinea l'esistenza di un limite ma anche la sua valicabilità, la dilatazione verso un orizzonte spazio-temporale nuovo.

Spesso l'artista imprime l'immagine su un "nastro" di alluminio e lo srotola dal soffitto o lo lascia fuoriuscire da feritoie praticate nel muro, sintomo della volontà di tagliare lo spazio e il tempo per mettere a nudo il senso, in una dimensione narrativa irrinunciabile. (Non a caso Bernardelli considera il video e il cinema come i media più vicini alla fotografia, proprio per l'intento e l'attitudine narrativa).

I titoli dei lavori alludono sempre al silenzio. Si può affermare che si tratta di un percorso all'interno della trasformazione - non è casuale che Bernardelli apprezzi particolarmente la ricerca di Bill Brandt sulla deformazione corporea e la riflessione di Andres Serrano sulla morte - per individuare non la parola raggelata quanto piuttosto quella assolutizzata nel silenzio. Un attraversamento della vita alla ricerca di tangenze, gettando lo sguardo verso qualcosa che non sia già dato per scontato.

La fotografia è in questo senso il completamento dell'assenza, un azzardo, una scommessa oltre la levigata esteriorità della simulazione.


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