TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno IX - n. 26 - primavera/estate 1998

La pittura incarnata di Giovanni Manfredini
di Maura Pozzati
Opus 2607a
Tentativo di esistenza, 1996
calco corporeo su media reagenti
cm. 200 x 150

Opus 2607b
Tentativo di esistenza, 1998
calco corporeo su media reagenti
cm. 200 x 150

Seguo il lavoro di Giovanni Manfredini da quando l'ho visto per la prima volta alla Galleria Rossana Ferri, a Modena. Tre grandi opere, un poco staccate dalla parete, erano collocate di fronte ad una grande "canoa" di Gilberto Zorio: la prima cosa che avevo pensato è che ci voleva molto coraggio e determinazione per accettare il confronto con un lavoro di Zorio così carico di energia e di tensione. Ma subito mi resi conto che i lavori di Manfredini non solo resistevano a quell'energia, ma anzi la rinforzavano e l'alleggerivano al tempo stesso: quei lavori, pesantissimi fisicamente, tendevano a volare, perdevano la loro "corposità" proprio perché avevano un'anima (animus uguale a spirito, soffio vitale). Respiro, come è stato chiamato da Tommaso Trini, attimo di sospensione nel momento in cui l'artista opera per costruire un corpo: prima erano i 'Vivi", la parola che spesso si formava violentemente sulla superficie, ad indicare la positività del lavoro, il movimento della vita nei suoi momenti di disperazione e di uscita dalla dimensione del dolore; oggi sono i "tentativi d'esistenza" che ci parlano dell'esistere nel suo doppio significato di essere vivo - ecco il legame con il ciclo "vivi" - e di essere nella realtà, nel mondo.

Il linguaggio di Manfredini è fuori dal tempo e dallo spazio perché aspira (respira?) al luogo dell'esistenza. Un linguaggio assoluto e totalizzante che si oppone alla cultura omologante, alla logica dell'apparenza, alla velocità delle mode. Forse è il tentativo nel senso giacomettiano del termine di fondare un nuovo umanesimo dove umano significa corpo, anima, vita, destino e dove il lavoro è dedizione assoluta, emozione, urgenza. E il "Dasein", l'esserci dell'uomo descritto in termini di possibilità. lo credo in questa possibilità e in questo tipo di lavoro, un lavoro sì finalizzato al risultato finale, ad esprimere un'idea chiara, un fatto mentale, ma anche un lavoro nel vero senso della parola: mestiere, esercizio di un'arte, azione sulla materia, costruzione di quel corpo sul quale poi l'artista imprimerà il proprio gesto, nella solitudine dello studio.

Maura Pozzati: Alla pittura, che ultimamente ha ripreso importanza rispetto ad altre forme d'arte, non si addicono certo parole come novità, avanguardia, velocità, ma semmai il contrario: c'è qualcosa di antico, di rigoroso, di lento nel fare pittura. E dato che il tuo lavoro si può certamente definire "pittura", la domanda è questa: qual è il significato della pittura, o meglio, che cosa significa per te dipingere?

Giovanni Manfredini: Penso che tutta l'arte parta sempre da uno sguardo; l'essenza di ogni lavoro, e quindi anche della mia pittura, parte dalla coscienza che esiste uno sguardo su se stessi e sulla realtà che viene da una connotazione laterale rispetto alla quotidianità della vita. Per me parlare di pittura è come parlare di un a dimensione legata allo sguardo, alla coscienza e alla conoscenza "altra" rispetto alle normali consuetudini. E io faccio sicuramente della pittura, pittura come luce, come qualcosa che appare e che prende forma. Sono rimasto sorpreso, all'inizio, dell'invito che mi ha fatto Achille Bonito Oliva di partecipare a Minimalia, dove si parla di una linea curva, di un minimalismo dell'arte italiana degli ultimi anni concepito come novità e come avanguardia rispetto a quello che succedeva nel resto del mondo. Quando mi sono trovato all'interno della mostra, ho ragionato sulla mia opera e ho capito che c'erano degli elementi che tornavano in questa lettura di Bonito Oliva. lo lavoro col buio e con la luce, uso essenzialmente il mio corpo e quindi uno strumento assoluto, unico; cerco quindi, lavorando all'interno di questi tre unici elementi, di arrivare ad una figura che alla fine è pittura, che si avvicina alla purezza: è una figura assoluta in cui non intervengono elementi esterni che vanno a ridurre la portata del mio gesto, del rapporto che ho con la superficie.

Maura Pozzati: C'è, insomma, una dimensione fisica che differenzia la tua pittura, che è iconografia dite stesso, del tuo corpo, dalla pittura intesa invece come forza dell'apparire, come immagine di qualcosa che non c'è, come visione.

Giovanni Manfredini: A me sembra di navigare sempre in una sorta di istintiva incoscienza; lavoro sempre sulla mia energia, sulle mie sensazioni, su tutto quello che sento, portando all'estremo la mia sensibilità. Nel momento in cui entro in studio, cerco immediatamente di entrare dentro il mio lavoro, di lasciare fuori ogni meccanismo che mi ponga dei limiti rispetto a quello che deve essere il mio rapporto con l'opera. Una cosa che ha detto Tommaso Trini che mi ha molto colpito è che dal punto di vista iconografico, per i rapporti di luce, per la profondità del nero, il mio lavoro richiama una certa pittura seicentesca. Ma da questo confronto emerge anche una grande novità poiché la figura che vado a costruire mantiene un proprio metabolismo, essendo una piccola clonazione di me stesso: le parti che si vedono sono realmente delle parti di pelle che riprendono vita all'interno del tessuto dell'opera. Per me il lavoro è riuscito quando vedo queste figure, che sono poi il mio corpo, come se stessero per uscire dall'opera o per entrarci dentro, come se avessero un gesto di vita, un movimento lasciato vivo per sempre. Il lavoro funziona quando sento il senso di qualcosa che continua giorno per giorno a rigenerarsi, per cui la figura non è mai completamente definita, perché la luce e lo sguardo la ridefiniscono ogni giorno.

Maura Pozzati: Ecco spiegato il senso dei titoli che dai alle tue opere: prima erano i Vivi ora i Tentativo di esistenza.

Giovanni Manfredini: Vivi è un lavoro che ho fatto nell 993 ed è un fondo bianco con sei chiodi che attraverso la luce fanno rimbalzare dentro il quadro la scritta vivi. In questo vivi ho visto per la prima volta un corpo, una sorta di incarnazione di un corpo. E così ho capito che volevo andare oltre la figura e che questo vivi era proprio un modo di avvicinarsi di più all'esistenza. Da allora ad oggi i miei quadri li chiamo Tentativo di esistenza perché penso che l'esistenza sia di per sé talmente sconvolgente da essere irriproducibile. La fonte di tutto quello che stiamo dicendo e facendo e la fonte del mio lavoro sono qualcosa di più grande rispetto al lavoro stesso.
Parlo sempre di tentativi perché ritengo impossibile riprodurre in un'opera d'arte le sensazioni, le grandi emozioni di felicità e disperazione che si hanno nel corso di una vita. Per cui cerco di avvicinarmi all'idea di esistenza attraverso il lavoro, ma solo tentando, perché ho la certezza che non riuscirà mai a rinchiudere dentro l'opera il senso di assoluto che c'è nell'esistenza.

Maura Pozzati: Ti vorrei chiedere di spiegare ora la tecnica che utilizzi, definita ed etichettata come calco corporeo su media reagenti, proprio per evitare di ridurre il tuo lavoro ad un puro e semplice calco.

Giovanni Manfredini: Quando ho dovuto coniare questa definizione di calco, ho pensato che il calco è un procedimento antico quanto l'uomo. In effetti quello che io faccio è un calco, ma in rapporto a quello che comunemente si definisce calco è molto differente: il mio calco avviene su una superficie che è come una specie di pelle su cui io stendo il buio, vari strati di fumo che l'anneriscono e che non sono fissati sulla superficie. Con il calco del mio corpo, e quindi con la tensione del mio corpo, tolgo una microscopica parte di fumo dalla superficie e vedo la mia immagine in positivo sopra il quadro; come per magia, io a mia volta divento nero, poiché la mia pelle assorbe la parte di fumo sottratta. Tommaso Trini lo ha spiegato molto bene nel suo testo di presentazione della mia mostra alla Fondazione Mudima: in realtà è il ribaltamento del concetto tradizionale di calco, inteso come gesto che lascia un segno. lo, infatti, non solo lascio un segno, ma anche lo prendo: c'è come un trapasso di energia dalla superficie al mio corpo, e viceversa, che avviene per contatto. Due pelli si toccano e si scambiano energia, lasciando un segno, una sorta di sindone.

Maura Pozzati: Tommaso Trini ha parlato di pittura simbiotica a proposito del tuo lavoro, inteso proprio come il risultato della simbiosi tra il corpo della pittura e il tuo corpo. Cosa significa per te entrare ogni volta dentro la pittura e produrre sempre il tuo autoritratto?

Giovanni Manfredini: Quello che mi interessa profondamente nel lavoro che sto facendo è la sensazione di mettere tutto in gioco all'interno dell'opera, senza quel distacco che mi permette di esercitare un'azione di controllo totale, potendo intervenire sulle cose. Il rapporto tra me e l'opera è estremo, non riesco a bluffare: è un rapporto di corpo, per cui esiste una coscienza di quello che faccio ma esiste anche un fatto energetico, che va al di là di quello che penso realmente di fare. Soprattutto perché lavorando in questo modo, entrano in campo gli stati d'animo, per cui a seconda di quello che provo, cambia il mio rapporto con la superficie e quindi cambia la figura che ne esce fuori. Il mio lavoro si modifica perché cambio io: non c'è bisogno di inventare una posizione nuova, perché salta fuori da sola, anche casualmente. Una cosa è certa: mi fa piacere sentire parlare di pittura a proposito del mio lavoro perché a me piace il quadro. lo il quadro lo concepisco come limite, anzi cerco sempre di darmi dei limiti, lavorando su questa idea, piuttosto che aprirmi a troppe possibilità.
I limiti sono appunto la cornice metallica, per cui un perimetro; questo buio che vado a costruire all'interno della superficie; il mio corpo. Tutto è estremamente limitato, niente di più e niente di meno di quello che c'è già. E mi muovo all'interno di questo limite, non aggiungendo nient'altro, per cui sento l'obbligo di affondare sempre di più. In questo modo, la grande possibilità è legata a cercare sempre più profondità nell'opera ma anche in me stesso.

Maura Pozzati: A questo punto mi viene da fare una considerazione sulla tua ultima mostra allo Spazio Aperto della Galleria d'Arte Moderna di Bologna: in questa occasione la mobilità espressiva delle tue figure mi sembra aver coinvolto anche lo spazio vero e proprio delle sale della Galleria, costruendo un nuovo movimento, come se ci fosse una successione temporale, una scansione narrativa.

Giovanni Manfredini: Si, in effetti è vero e la mostra alla Galleria d'Arte Moderna di Bologna mi ha dato la possibilità di verificare ulteriormente questo aspetto di movimento da sempre legato al mio lavoro. lo faccio sempre la stessa strada per andare in studio, regolarmente ho il cervello vuoto e devo riorganizzare le idee, quando entro nella mia stanza dove c'è sempre la stessa luce, la stessa parete e la stessa superficie. In quel momento, mi rendo conto che riesco a provare sempre due stati d'animo: o sto benissimo o malissimo. Difficilmente esistono le vie di mezzo e io lavoro sempre sulla singola opera, che deve esprimere il mio stato di benessere o di angoscia al massimo grado. Poi dopo, il lavoro che ne esce ha un cervello, un proprio corpo, le proprie gambe. La cosa magica che ho sentito mentre allestivo la mostra alla Galleria d'Arte Moderna è che accostando i lavori, nati in momenti diversi ma fatti con lo stesso codice, diventavano come un grande affresco. Non ci avevo mai pensato prima, ma ho trovato degli strani accostamenti che davano dei movimenti molto naturali alle mie figure, che improvvisamente cominciavano a dialogare tra loro. E' stata una grande scoperta perché ho capito come lavori fatti in periodi diversi e differenti per dimensione sono riusciti a creare una sorta di momento ulteriore, quasi un racconto che andava al di là dell'opera stessa.

Maura Pozzati: Mi prendo io l'ultima battuta: l'arte di Giovanni Manfredini, cominciata come "tentativo di esistenza" prosegue in noi osservatori come testimonianza tangibile di quella libertà di cominciare ad esistere che non si può spiegare in altro modo se non come energia che proviene dalle sue stesse opere. Il lavoro di Giovanni è andato oltre al pensiero e oltre al corpo, pur essendo carnalmente pensiero; è andato oltre all'energia del suo essere, pur avendo una carica emotiva molto forte; è andato oltre all'esistenzialismo cupo, seppur vitalistico, dei tentativi d'esistenza. Ha trovato un luogo altro, il luogo dell'evento, della resurrezione, del miracolo.


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