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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno IX - n. 26 - primavera/estate 1998 |
| Le macchine dell'aria e altro di Toni Ferro
di Cesare Pitto | ||
Libertà che non viene vista, però, solo come dissenso, capacità di dire no ad un certo assetto di potere e alle convenzioni che lo giustificano, ma capacità di affermare un principio di autonomia dell'umanità, come possibilità di esprimere la propria creatività e il proprio amore per il genere umano. Normalmente questo principio, imprescindibile per l'esistenza stessa degli esseri umani, viene interpretato come un fattore positivo che può essere dato (e perciò stesso tolto) da chi detiene il dominio sull'umanità, o su parte di essa. La consapevolezza che la libertà possa essere insidiata, ma non possa essere data o tolta, perché costituisce patrimonio interiore di ciascuno di noi, è quindi atto di fondazione della nostra stessa esistenza. In questo senso, io credo che l'incontro con Toni Ferro sia stato un momento che non rappresenti, né abbia rappresentato (e tanto meno voluto essere) un incontro sul come eravamo, oppure sul come attualmente siamo. Certamente, in un susseguirsi di eventi è possibile che ai compagni si siano sostituiti gli allievi. E così, ad un rapporto tra uguali, che faceva la lode del caos di brechtiana memoria e investigava il senso del conoscersi e dell'incontrarsi, si è sostituita una regola fatta di quotidianità dove si spera sempre, come ha osservato Dostoevskij, che alla fine la bellezza salverà il mondo. E intanto la maggior parte delle cose che ci appartengono sembrano essere più una commemorazione della realtà che la realtà stessa. Io, personalmente, non amo molto le commemorazioni, per cui mi è piaciuto, incontrando Toni Ferro, andare a vedere se ci fosse qualcosa di nuovo. Non so, a questo punto, se tutto ciò corrisponda alla valutazione che critici e studiosi d'arte contemporanea potrebbero dare sulla sua espressione artistica, ma io, anche nella veste di studioso di antropologia, mi sono limitato a guardare quanto sia presente di alterità in lui, rispetto ad una società che afferma sempre con più forza i più vasti processi di omologazione. Un'alterità tanto cercata e voluta, che ci ha permesso di affrontare il viaggio della vita attraverso gli altri. E oggi, forse, non è più possibile in maniera così aperta. Ma ciò costituisce una protesta universale in cui si cerca di riconquistare un'identità umana, confrontando le nostre ragioni con ragioni di altri, la nostra cultura con altre culture e alla fine vien fuori un noi che è frutto del viaggio attraverso gli altri: un reale bisogno di conoscenza e di libertà. E il linguaggio non è quello potente della politica, ma quello fragile della creatività, dell'arte e/o dell'artigianato, cioè di quella impalpabile espressione artistica che passa attraverso la voce, che passa attraverso il racconto, che passa attraverso l'imprevedibile fortuna del saper navigare, che è tuttora pervaso dal mito di Ulisse: "fatti non foste per viver come bruti...". E qui molto più semplicemente si manifesta il luogo dove umilmente operiamo in uno spazio temporale circoscritto, ma non per questo meno importante, le istituzioni educative. Siano esse intese come Accademia, o Scuola superiore, o Università, va ritrovato quell'elemento antico e nello stesso tempo nuovo, che è la curiosità, che porta all'identificazione dei contorni e allo svelamento dell'essenza che si nasconde sempre più dietro le apparenze. In sintesi questo modo di operare è artigianato, nel senso del fare, tratto dalle nostre abilità, e dell'innovare, come senso di una proposta che abbiamo fatto nostra. L'invenzione, allora, è qualcosa che noi impariamo a vivere. Questo elemento principale è un aspetto che appartiene al lavoro di ricerca artistica di Toni Ferro. In questo senso creatività artistica e produzione artigiana si compensano e ne scaturisce la pratica di un mondo immaginario. Così, una delle macchine di cui l'artista si è appropriato è il ventaglio, e dal ventaglio, macchina per muovere aria, ha creato e ha riproposto il senso dell'esserci-nel-mondo. Il sentire, cioè, che questa cosa impalpabile, ma presente, è identificabile come noi. Viviamo di aria, abbiamo bisogno di aria, stranamente l'aria è il modo di essere in cui siamo immersi, ma è anche il modo concreto e fisico con cui si vive. Non c'è sostanziale differenza tra la maniera in cui la vita è presente, e il modo con cui la metafora della vita è permessa, cioè lo spirito. E che l'uomo sia soprattutto spirito e non natura, sembra essere un'idea ormai acquisita. E allora l'aria non può essere soltanto un fatto fisico, ma certamente credo che debba essere anche aria intesa come qualità della vita, senso dello spazio, comunicazione e, dunque, anche il senso di appartenenza spaziale e sensibile dello stare con gli altri. Se ritorniamo per un momento al discorso precedentemente fatto dello stare in rapporto con gli allievi, come relazione globale di libertà e non di gerarchia, ci si presenta qui una particolarità che è una sublime lezione anarchica. Gli allievi non sono i compagni di lotta di un tempo, ma si possono pedagogicamente chiamare a loro modo compagni, purché si applichi questa capacità libertaria che ognuno si muove dal suo modo specifico per effettuare un'incursione nel mondo degli altri (e/o dell'altro), dove la conoscenza diventa apprendimento e la creatività è processo soggettivo di un apprendimento collettivo e consapevole. Ben venga, allora, una pedagogia libertaria se questo vuoi dire liberazione di creatività e liberazione dal bisogno. La società occidentale certamente non mostra di gradire questo tipo di pedagogia e cerca di espungerla, di buttarla fuori, creando un ordine, che è assenza di senso, ma non è detto che sempre vi riesca. Così il filo sottile della memoria continua a dipanarsi come messaggio di libertà. Così, io credo che quest'aria che il ventaglio muove riesca a far volare l'idea utopica della creatività non finalizzata, e su di essa voli anche l'umano sentire di quell'allievo potenziale, che finalmente si accorge di vivere liberamente un rapporto di creatività e costruzione tra pari. Questo è il divenire della grande macchina ontologica del pensiero occidentale, inteso, secondo l'espressione di Foucault, come ontologia dell'attualità. In questo senso l'artista produce l'unico, che è irripetibile, probabilmente lontano dal concetto di scientificità occidentale, proprio perché è irripetibile, ma fondamentale perché è l'atto concreto, la fisicità in cui si esprime questa unità della molteplicità, riportata nella continuità dell'atto creativo. Se questi sono i contenuti della pedagogia di Toni Ferro che vive esclusivamente nel presente, la consapevolezza della sua esperienza sembra affondare le radici esperienziali in quella temperie espressiva che è stata la scintilla del sessantotto, a cui abbiamo fatto riferimento anche precedentemente. E così dicendo non si fa riferimento né all'ideologia, che dalla rivolta epocale e generazionale si è sviluppata, né alle pratiche storico-commemorative del come eravamo, ma piuttosto al significato della rivoluzione giovanile, che rifiutava la continuità educativa dell'autoritarismo e della gerarchizzazione. Un aspetto che dobbiamo considerare finito per l'usura del tempo e per i linguaggi codificati della politica, ma di cui rimane la forza della lezione umana. Così quest'epoca, che alcuni hanno stereotipato chiamandola formidabile, ha espresso come messaggio per le generazioni future il senso del meraviglioso. Altri hanno fatto analisi storiche e sociologiche per descrivere gli effetti del Sessantotto, qui basta solo ricordare, come aveva fatto Mauro Rostagno poco prima di essere ammazzato a causa della sua insaziabile voglia di verità, che il meraviglioso è come l'aria, si respira e non si dice. Chi l'ha vissuto Io sa bene, e non ha bisogno di spiegarlo, perché le cose meravigliose non si spiegano, sono lì e basta, e chi ne parla da esperto finisce per perdersi nei meandri delle congetture, e allora si scrive di cose formidabili, potenti e di strane geometrie. Invece il senso che si esprime nell'opera di Toni Ferro è fatto dei contorni della memoria e del prorompere delle idee come progetto di un'utopia possibile. Tutto ciò ci sembra estremamente importante per non farlo disperdere nei discorsi dei critici o nelle catalogazioni museali, che sono certamente aspetti non secondari, ma sembra essere fondamentale per cogliere il progetto di libertà che vi è sotteso. In questo senso il lavoro di Petruzza Doria ha un senso, sia perché, a me personalmente, è servito a mettere a fuoco una personalità fraterna nella contemporaneità che ci pervade e, rispetto ad un discorso educativo, costituisce un attento esempio di didattica dell'arte (ma si dovrebbe dire delle arti) attraverso l'applicazione coerente di una pedagogia libertaria. [*] Joseph Beuys e Toni Ferro artisti del dissenso, Roma 1997. | ||
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