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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno IX - n. 26 - primavera/estate 1998 |
| Le architetture effimere di Angiola Churchill
di Lola Bonora | ||
Angiola Churchill vive e lavora a New York nella Manhattan degli artisti e precisamente a Soho. La grande vetrata del suo studio si affaccia sul building in pietra rossa che ospita il nuovo Guggenheim Museum. Si può affermare che ella viva quotidianamente a contatto con una realtà metropolitana fra le più effervescenti e creative, ricca di stimoli e sollecitazioni. Tuttavia, non credo di farle torto se ritengo più probabile che la sua maggiore fonte di ispirazione la tragga dal suo affollatissimo inconscio, ricco di visioni, di forme e di volumi che si materializzano nelle sue grandi tele come affascinanti paesaggi della mente. La sua ricerca si dipana parallelamente su due versanti operativi ugualmente importanti nella sua costante evoluzione artistica. La pittura e le opere su carta. Sulla sua pittura astratta e recentemente organica la critica autorevole ha argomentato ampiamente fornendoci sempre aggiornate e convincenti chiavi di lettura. In questa sede, per ragioni anche di spazio, vorrei limitarmi ad alcune considerazioni sulle sue carte come abitualmente lei stessa ama definirle. Prima del 1984, Angiola Churchill non aveva mai preso in considerazione la possibilità di esporre le carte diversamente da come esponeva le opere pittoriche e cioè appese al muro. Qualche volta le imprigionava dentro scatole di plexiglas o le fissava su un materiale rigido che fungeva in qualche modo da supporto. Era comunque difficile presentarle in maniera convenzionale. Intatti, lei preferiva appenderle con le drawing pin trasparenti lasciandole libere di muoversi al minimo spostamento d'aria coinvolgendo così la luce in una progressione di suggerimenti visivi che innegabilmente stabilivano un diverso impegno introspettivo arricchito dalle ricercate precarietà fattuali. Così nel contesto delle carte di Angiola Churchill, proprio in virtù della luce "fondamentale animatrice" e non solo degli eventi artistici, vengono esaltati i procedimenti di attuazione, dove positivo e negativo sono i caratteri peculiari del suo operare senza compiacimenti contemplativi e senza sbavature romantiche, avendo ben chiaro le risultanze ricercate. Tutto questo consente al visitatore di ammirare la preziosa texture ottenuta da una sapiente manualità guidata da una imprevedibile fantasia. Nel luglio 1980 Franco Farina la invitò ad esporre al Centro Attività Visive di Palazzo dei Diamanti di Ferrara. La mostra titolata Paper dreams fu molto apprezzata sia dalla critica che dal pubblico; nonostante le sue carte fossero ancora appese ai muri, pur con le puntine da disegno, rivelavano già una inquietudine e una mobilità che la luce contribuiva notevolmente a rendere esplicita. Nel giugno 1984 le lanciai una sfida. La invitai alla Sala Polivalente di Palazzo Massari, luogo divenuto mitico per le eccellenti personalità artistiche che lo hanno frequentato, chiedendole di eseguire una "paper-person-installation". Dopo non poche perplessità accettò e fu quello l'inizio felice di una serie di esposizioni sempre più "ardite" delle sue carte. Cominciò ad affrontare spazi sempre più grandi ed imponenti avvolgendoli in tutta la loro dimensione di quel biancore diffuso e trasparente capace di trasformare con la mediazione della componente luminosa, come detto assai importante nel suo lavoro, ambienti asettici in luoghi magici dove si veniva piacevolmente risucchiati e introdotti attraverso architetture sceniche quanto surreali. Sono stata nel febbraio dello scorso anno nel suo studio mentre stava preparando la grande personale per il Neuberger Museum di Purchase, città universitaria non molto distante da New York, dove avrebbe poi in luglio presentato il suo giardino-labirinto. Lo studio si era trasformato in un frenetico laboratorio dove assistenti studenti e amici sotto la guida amabilmente puntigliosa e autoritaria di Angiola, letteralmente sommersi da fogli di carta bianca di ogni dimensione, scoprivano, e io con loro, una manualità gioiosa e insospettata. Churchill aveva già perfettamente chiaro l'allestimento scenografico della mostra e la vedeva crescere e arricchirsi nei volumi e nella preziosità del materiale che, pur nella sua estrema fragilità, creava l'illusione di una struttura consistente che avrebbe invaso tutto lo spazio e gli intarsi, i ricami: le trasparenze delle sue carte avrebbero conferito all'opera quella eleganza e quella suggestione che creano l'evento. Il pieno successo della mostra al Neuberger Museum, date le premesse, era scontato. Angiola Churchill non intravede più ostacoli di sorta, può ora dominare e trasformare palazzi, castelli, chiese sconsacrate, capannoni; è un'artista solida e incisiva che ama anche trasformarsi in un fantasioso architetto dell'effimero. | ||
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