TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno IX - n. 26 - primavera/estate 1998

Mind detector
attraversamenti a rischio nei territori minati del contemporaneo

conversazione di Patrizia Ferri con Alberto Zanazzo
Opus 2603a
Alberto Zanazzo
Roma, Via Gregoriana 4
ex Galleria 1997, performance
(foto: G. Benni)
Alberto Zanazzo: Credo non si possa prescindere nella nostra condizione di creature nella storia, dal concetto e dalla pratica della complessità, anche volendola trascendere, perché rappresenta una sfida, una scelta vitale per l'immaginazione nella ricerca di senso (che include - non occorre dirlo - il non-senso). Certo, le difficoltà che comporta la scelta, l'assunzione di responsabilità, fanno affiorare di tanto in tanto la tentazione di tacere, di sospendere il giudizio, ma il silenzio significativo non è alla portata di tutti: è prerogativa dei sapienti, dei grandi spiriti, delle anime antiche dei giusti. Uso termini desueti perché non mi sovvengono altre definizioni per indicare punti di riferimento ben distinti e distanti dai modelli correnti, ritagliati dalla dittatura dello spettacolo e del cosiddetto liberismo, che non precludono a nessun ebete un istante di notorietà e un passaggio televisivo (ah... la democrazia!) per garantirsi l'annebbiamento e l'omertà delle coscienze, insieme all'immiserimento culturale, sui cui prospera notoriamente l'iniquità.
Non è semplice ricavare intervalli di riflessione nei territori fisici e ormai anche virtuali colonizzati da falsa informazione, rumore, onde elettromagnetiche e cementificazioni giustificate con un qualsiasi anno santo. Importante però è cercarli: la vita è più stimolante della schiavitù che oscilla fra antiche gelaterie (ne è stata aperta una l'altro ieri, vicino casa mia), tra frustrazioni tecno-demenziali e trasgressioni erotico-estetiche (mille anni-luce indietro rispetto alla realtà) che ricordano tanto le ostentazioni borghesi criticate da Grosz come preludio al nazismo.
Azzardo anche una ricetta facile facile: sostituire in ogni idea, opera, azione, il concetto di etica a quello di convenienza (fra tanti slogan pseudo-culturali è l'unica curiosamente trascurata). Purché non diventi, appunto, uno slogan. E magari sottoporsi a quel pubblico processo alle intenzioni di cui mi hai parlato tempo fa, per verificare l'identità fra idee e azioni. In arte sarebbe un toccasana.

Patrizia Ferri: Il discorso fra pensiero e linguaggio, su questo e i suoi limiti, la sua utilizzazione teorica e la necessità conseguente di dimenticarlo, è espresso nella certezza che di fatto sia, in ultima ipotesi, un qualcosa di molto condizionante, da cui il dubbio costante tra parola e silenzio. Comunicazione e incomunicabilità che comporta il problema del rapporto con gli altri, quello tra prodotto e produzione, contenente e contenuto. Come lo risolvi?

Alberto Zanazzo: Risolvere è forse troppo. Cerco di affrontarlo tenendo presente proprio la complessità perché, soprattutto in tempi come questi di rapida trasformazione, non credo possano essere inventate parole o immagini più eloquenti della realtà, senza rischiare la didascalia o scivolare nel succedaneo di altre discipline. Ciò che occorre, a mio avviso, è un'attenzione costante per produrre uno scarto continuo rispetto ai luoghi comuni più pericolosi dell'individualismo e dell'istintualità; ma non con la reiterazione di gesti gratuiti, bensì cercando l'ordine, la gerarchia, la disciplina che esistono sempre, anche all'interno di equilibri frattali che governano il caos (accuratamente ignorati da chi confonde la propria confusione mentale, la propria patologia ostentata con il disordine del mondo, per giustificare ogni abiezione).
Anche per questo, l'arte non può essere specialistica, non può prescindere dalla storia, dall'essere nella storia, né eludere la responsabilità del progetto. Non può essere semplicistica e non può aver bisogno di aggettivi (sociale, figurativa, concettuale o altro). Il suo senso si raccoglie nel percorso, nell'esperienza, nel tempo che costituisce la nostra peculiarità. Occorre però uno sforzo antidemagogico e antimercantilistico, per distinguere la "cultura" dalla "Cultura": ciascuna con legittimo diritto di cittadinanza, ma rigorosamente da non confondere.
Gombrich mi disse, qualche anno fa, che anche se non sempre è possibile esprimerlo, sappiamo bene quanto sia più grande Michelangelo di uno dei tanti artisti minori. Allo stesso modo credo si possa intuire come i nostri tempi si accontentino spesso di succedanei che mortificano i pensieri politico, filosofico, artistico, assimilandoli a primitive pulsioni per evadere le tasse, a buonismi ed elemosine pelose, al dogma del mercato e al formalismo nichilistico.
Ora, per quanto riguarda il problema del linguaggio, o meglio dei linguaggi come strumenti di conoscenza dettati dall'esperienza, ritengo si tratti di un nodo fondamentale. Ed è fondamentale esserne consapevoli.
Pur senza voler essere troppo severi, come suggerisce Umberto Eco (Sei passeggiate nei boschi narrativi), non si può ignorare che Carolina Invernizio si rivolgeva a un lettore che pretendeva ogni dettaglio descrittivo e che, di fronte all'inizio secco de La metamorfosi di Kafka, avrebbe magari chiesto cosa avesse mangiato la sera prima il protagonista per risvegliarsi insetto. In realtà, per l'arte il problema non si pone neanche, se non come simulazione, tanto per parlare tra noi, perché il pubblico non c'è proprio; l'interlocutore possibile (semplice fruitore o intellettuale attivo in altre discipline) se l'è data a gambe levate da un pezzo, di fronte ai vaniloqui pretenziosi, perché (giustamente) non ci crede.

Patrizia Ferri: La tua ricerca è stata definita da Paolo Vitolo una "lenta e scrupolosa preparazione di un antidoto ai mali dell'arte; un raffinato procedimento di laboratorio in cui la pratica del simbolo, sottratta alle attribuzioni retoriche, esorcizza l'ermetismo della sintesi artistica servendosi di una campionatura di presenze che sono contemporaneamente oggetti e concetti". Detto ciò, al di là dei margini dell'interpretazione che consente l'ambiguità del linguaggio, oggi quale è la peculiarità dell'arte? Oggi che in fondo non è né più prezzo né più valore, menomata dalla capacità di solcare il sistema dissentendo da esso, isolata nel limbo intellettualistico ed estetizzante di corpo separato, la crescita di una nuova etica, di una nuova spiritualità può essere un modo per poter essere nuovamente contro?

Alberto Zanazzo: Credo alla necessità di essere sempre differenti. Mi fa piacere ricordare quella frase di Paolo Vitolo perché in altri termini si tratta, con l'arte, di mantenere attivo quel vuoto che secondo Argan potrebbe impedire al sistema di chiudersi. Naturalmente senza credere di poter cambiare il mondo con le nostre povere cose, come ho sentito dire invece alla top model Orlan (beato esibizionismo!). E a proposito di trasgressione, credo siano più eversivi i tanti volontari al servizio dei bisognosi del mondo o chi ha rinunciato ai proventi del proprio lavoro scientifico, come Albert Sabin.
Se infatti si volesse essere veramente trasgressivi con l'arte - se fosse proprio necessario - e raggiungere i livelli di Caravaggio, per esempio, nei confronti della Chiesa in quanto potere committente, oggi sarebbe necessario mirare al potere totalizzante del mercato, del capitalismo selvaggio, più pericoloso perché impersonale e capace di attribuire un prezzo persino all'educazione e alla vita umana. La strada però non può essere che sperimentale, non ci sono soluzioni, visto anche la capacità del mostro di rigenerarsi (penso ancora a Grosz e alla borghesia satolla che aprì la strada al nazismo, alla sospensione di Duchamp o alla merda di Manzoni).
D'altra parte, un sistema autoreferenziale che cerca solo generi di conforto per sé, un circo in cui ogni mediocrità vuoi essere (ed è) protagonista, finisce per somigliare - rispetto al mondo reale - a una "Corrida" televisiva o, per restare al concetto di scambio, a un mercato simile a quello dei francobolli e delle farfalle imbalsamate. Rifiutando di mettersi veramente in discussione nella sua essenza, rinuncia alla vitalità determinata da ogni crisi. Rifiutando un radicale confronto etico su valori che non siano economici, rinuncia alla credibilità.

Patrizia Ferri: Confinata dunque all'interno di un microcosmo sempre più autoreferenziale, scollata dalla realtà se non come simulazione, vaniloquio del quotidiano, didascalia di fantasie onnipotenti relative alla cyberizzazione, al soggetto mutante che supera apparentemente i confini personali e sociali sfuggendo sostanzialmente all'impegno etico e quindi alla modificazione di fatto della realtà osservata, l'arte non può che essere superata, morendo a se stessa. Il superamento infatti non può essere tentato dalle poetiche dell'arte contemporanea e moderna a causa della loro integrazione nella forma spettacolo, prima ancora di tutte le altre e non meno importanti ragioni, compresa la sconfitta dell'avanguardia e della sua visione utopica. Carla Lonzi scriveva:
"Tutti devono essere creativi, non è immaginabile una parte di umanità tagliata fuori (...) Se non si ipotizza più lo spettatore siamo in un'altra forma di realizzazione".
Tu hai sempre espresso una particolare sintonia col detto di Einstein: "Mi sento così solidale con ogni corpo vivente e non m'importa dove inizia e dove finisce", col quale sottolinei la sostanziale differenza tra una salutare identità e culto della personalità. Il superamento dell'arte comporta anche un effetto superamento dell'individualità chiusa e identificata e dei ruoli, l'uscita da un io/mio compulsivo e narcisista di esseri per lo più estraniati dalle proprie singole capacità di gestione della realtà tendendo a una reintegrazione cosciente, favorendo centralità e realizzazione.

Alberto Zanazzo: Ha scritto Gadamer che "la cosiddetta fine dell'arte sarà sempre l'inizio di un'arte nuova". Ciò che però è importante contrastare, smascherare in questo momento sono falsificazioni e demagogia. Tutto potrebbe essere cultura, arte, ma non basta il giochino che ribalta i modelli positivi con quelli negativi, l'ufficialità con I'underground e viceversa. La stessa attenzione al sociale cui pure sai quanto sono attento, però, non può semplicisticamente assurgere a canone. Rispettare le differenze e tentare di farle convivere in un progetto, non significa omologarle e ridurle a un giochino estetico, magari assumendole, fagocitandole con una comparsata nello spettacolo generalizzato, in nome della dissenteria espressiva. Basti pensare alla noia mortale di quasi tutta la produzione di video d'arte, professionali e non. "Il fascismo vede la propria salvezza nel consentire alle masse di esprimersi (non di veder riconosciuti i propri diritti)" ammonisce Benjamin. Non c'è libertà senza grammatica, sintassi, regola, legge, disciplina, necessità. Si possono allora riconoscere uomini migliori di altri in fatto di etica, come dice Hilary Putnam: quelli che hanno un senso di fratellanza universale. Sono convinto che il benzinaio da cui faccio abitualmente rifornimento, che ha provveduto a riparare una buca del marciapiedi in cui vedeva quotidianamente inciampare i pedoni (dopo aver più volte e inutilmente avvertito il Comune di Roma) valga più di un qualsiasi Andy Warhol o di quanti guadagnano miliardi giocando in borsa dai loro computer. Non si tratta di giudicare, condannare, ma di non confondere, come suggeriva Italo Calvino, il relativismo morale con quello scientifico. O artistico, con le loro aberrazioni.

Patrizia Ferri: La crisi della civiltà occidentale e dei suoi miti tra cui appunto l'arte può essere risolta col potere liberante della consapevolezza, più che con lo sprigionarsi incondizionato delle pulsioni: preferisco pensare a un atteggiamento che serva a fare anima e produca autenticità, più che scatenamento libidico, insomma si rivolga a un'esperienza autentica, cioè reale, vissuta. Insomma un'arte di vivere affidandosi alla creatività e abbandonandosi con attenzione alla gioia del processo in sé, della continua trasformazione che è il principio stesso dell'esistenza: principio anche della tua operazione aperta all'incontro col mondo e al ripristino di valori prima che intellettuali, umani.

Alberto Zanazzo: Non vedo altro senso per l'arte. Una società o un individuo autoindulgenti che non si interrogano radicalmente non producono cultura: al massimo intrattenimento. Ciò che preoccupa è proprio l'assenza di un'autocritica seria dell'occidente e della sua arte per limitare la liceità del profitto indiscriminato, assurto a dogma nel momento stesso in cui ci si ritiene immuni da ideologie e superstizioni.
Qualche vago formalismo ecologista o intimista con sangue, sesso e cotillons, senza un dibattito vero e intelligente sulle idee su un'idea del mondo, stavo per dire - appare ridicolo quanto il ricorso a spiritualità personalizzate, quando i tratti di abbrutimento, involuzione, viltà dei Paesi industrializzati (non occorre descriverli) raggiungono una gravità ineguagliata nel corso della storia, soprattutto se si considera il livello di consapevolezza oggi possibile (basterebbe pensare che è accettato il fatto che un terzo delle transazioni economiche dell'intero pianeta siano illegali, grazie alla cosiddetta libertà di scambio).
Come poter rivendicare la neutralità e in cosa consiste il preteso primato occidentale rispetto alla saggezza indo-tibetana, alla sapienza ebraico-cristiana, alla fierezza universale islamica, all'animismo africano, alla logica del comunismo, se non nella prevaricazione ispirata al più becero concetto di naturalismo?
E' stato detto che la storia della filosofia è un lungo e unico commento a Platone. Anche l'arte, in Grecia ha indicato il massimo delle possibilità. E il costume le cosiddette trasgressioni. Tante vittime del capitalismo, come i cyberfanatici o i rockettari, non lo potranno mai riconoscere perché non vanno oltre il fotoromanzo e gli effetti speciali.
Verrebbe voglia allora di dire con Flaiano che l'ansia di evadere non è suggerita dalla nudità delle pareti, ma proprio dai fregi, dalle tappezzerie e dai marmi, e soprattutto dalle facce soddisfatte degli altri carcerati. Non credo però di avere un'intelligenza così rara per rivendicare una lucidità divina. Vuoi vedere che viviamo nel Paradiso Terrestre e solo in pochi non ce ne siamo accorti?


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