TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno IX - n. 26 - primavera/estate 1998

Giuseppe Uncini, tra processo e progetto
di Adachiara Zevi
Opus 2601a
Spazicemento, 1988
cm. 253 x 200 x 20

Opus 2601b
Spazidiferro, 1989
cm. 260 x 450 x 100

Opus 2601c
Spazidiferro, 1991
cm. 240 x 170 x 55

"Quando cominciai a usare il ferro e il cemento, la scelta di queste materie non fu determinata da interessi espressionistici o materici, ma solo come mezzo per realizzare un'idea. E l'idea è sempre quella, un'idea fissa, costante, il costruire, lo strutturare'. Nato nel 1929 a Fabriano, Giuseppe Uncini, dopo aver interrotto gli studi a causa della guerra, frequenta il prestigioso Istituto d'Arte di Urbino, per trovare quindi lavoro come disegnatore-litografo. La passione è per la pittura e il disegno ma anche per il lavoro manuale. Nel 1953, in occasione di una visita al suo studio, lo scultore Edgardo Mannucci lo invita a trasferirsi a Roma mettendogli a disposizione l'ex studio di Burri in via Margutta. Allo stanco dibattito che si trascina dal dopoguerra tra i fautori del realismo e quelli dell'astrazione, come pure all'esasperazione individualistica dell'informale, Burri e Fontana contrappongono le alternative della materia e dello spazio. Uncini opta per Burri, ma con riserva: se le Terre prodotte fino al '58 compongono sabbia, cemento, terre e cenere sopra supporti di masonite, ciò che non convince l'artista è lo scarto tra materia e forma, tra processo ed esito. "Le superfici che ero in grado di ottenere non riuscivano ad avere né il peso né l'autonomia delle operazioni fatte su di esse, rappresentazioni che poco o niente si relazionavano con i materiali e le tecniche da me usate". Primocementarmato del '58-59 registra il passaggio: la tavoletta di cemento grezzo rinforzato da rete e ferri, pur con quella memoria di pittura alla base, è opera e supporto al tempo stesso. Se i materiali sono quelli costruttivi per antonomasia, il processo e l'esito coincidono.

"Finalmente costruivo l'oggetto e, lasciando a nudo tutti i procedimenti tecnici del suo farsi, riuscivo a porre il primo punto fermo nell'iter del mio lavoro. Cioè non ottenevo più un 'quadro rappresentante' ma un 'oggetto autosignificante': insomma l'idea che il modo tecnico fosse il concetto e il concetto il modo tecnico". Nello stesso anno espone con Mario Schifano, Francesco Lo Savio, Piero Manzoni alla galleria Appia Antica di Roma, diretta dal poeta e critico Emilio Villa, cenacolo dei nuovi e giovani artisti romani, cui vanno aggiunti anche Franco Angeli e Tano Festa. Espongono a Bologna e a Roma in mostre ormai storiche come Roma 60 - 5 pittori a Roma, a La Salita, presentata da Pierre Restany. Come spiega Villa, i giovani artisti "operano semplici opere: accentuano divisioni e scissioni, vidimazioni univoche, dentro la sostanza della materia povera, trovata, tentata e ritentata come disponibilità di pronuncia e di identità, di evento e di inconsumabile finzione, di progetti e di inizi fulminei, di tracce, di evidenze: categorie, riverberi della comprensione, dell'espansione". Fino al 1961, quando tiene la prima personale alla galleria L'Attico, Uncini approfondisce la ricerca sui Cementarmati.

E una straordinaria stagione creativa: nelle opere, tutte rigorosamente con lo stesso titolo, l'esito coincide con il suo processo, lasciando la materia scabrosa e corrugata, scandita dalle tracce delle casseforme, mentre i ferri si contorcono e piegano, s'infilzano liberamente nel cemento per fuoriuscirvi ancora più sofferenti. La costruzione non è frutto di progetto ma di processo; Uncini affida direttamente alla materia la sua gestualità di pittore. Già nei Cementarmati del '62, però, l'artista intraprende una strada diversa, che privilegerà nel percorso successivo: in essa il progetto vince sul processo. Se infatti i ferri si raddrizzano e dispongono non più a caso ma a formare tralicci, il cemento si riduce e si leviga; gli esiti sono certamente lucidi e rigorosi ma a essi manca il fermento e la vibrazione della materia. Sono gli anni, del resto, fino al '67, in cui Uncini condivide con Carrino, Biggi, Frascà, Pace e Santoro, la vicenda del Gruppo Uno, nei cui proclami ricorrono le parole progetto, spazio, geometria, collaborazione. Risale al '66, quando è invitato alla Biennale di Venezia con Strutturespazio, la definitiva conquista dello spazio. La componente pittorica del cemento è ora completamente assente; reticoli di ferro occupano lo spazio come diaframmi trasparenti. Si tratta delle opere più astratte prodotte da Uncini. Dal '67 alla fine degli anni Settanta, infatti, l'attenzione si sposta sul tema dell'ombra, sul problema di come dare consistenza al vuoto: preso un oggetto, porta, finestra o sedia, Uncini Io riproduce fedelmente con un profilo di ferro che prolunga nello spazio per circoscriverne l'ombra.

Inizialmente un limite posto al vuoto, quell'ombra tenderà a solidificarsi, a diventare essa stessa il soggetto; Io testimoniano i titoli, prima ...con ombra, Ombra di..., successivamente. Si tratta di forme astratte da cui è impossibile risalire all'oggetto che le ha generate. In alcune opere del '69, poi, Uncini allarga la cerchia dei materiali costruttivi, includendo il mattone con cui erige muri, archi, cloache, appesi al muro o liberi nello spazio, naturalmente con l'ombra. I titoli non descrivono più una serie, una variazione sul tema, ma, estremamente individualizzati, raccontano di una tipologia tutta dichiarata. In tale alternarsi tra parete e spazio, tra bidimensionalità e volume, nel '79 è la volta della parete, su cui appende Dimore. Opere bidimensionali che il disegno inciso nel cemento, ora di semicerchi, ora di rettangoli, ora di trapezi, viola alludendo a una profondità illusionistica. Quando nell'82 sottrae alcune porzioni di cemento per sostituirle con tralicci di ferro, Uncini annuncia, come già nei Tralicci del '61, una nuova uscita nello spazio. Spazi di ferro combinano quinte di cemento con intrecci fittissimi di ferro in vere e proprie costruzioni che alternano il pieno alla trasparenza. Nel 1993, tornato alla parete, Uncini inaugura una felice stagione creativa che si prolunga fino a oggi. Come nei Cementarmato del '59, negli Spazicemento la materia assurge a protagonista; pur non scabrosa come allora, reca tuttavia le tracce del processo di lavorazione. Se però i Cementarmato erano "oggetti autosignificanti", le forme di cemento, ritagliate in foggia irregolare, giocano oggi illusionisticamente contro il piano di fondo, la parete stessa incorniciata in modo aperto e dinamico da tondini e ferro. lì dialogo tra progetto e gesto, tra pittura e struttura, è ripreso e prospetta approdi fecondi.


Questo testo è stato originariamente pubblicato ne "L'Architettura", n. 507, gennaio 1998. Tutte le immagini sono state riprese in occasione della mostra Trilogia 8, al centro espositivo della Rocca Paolina di Perugia, febbraio-marzo 1998.

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