TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno VIII - n. 25 - inverno 1997/98

A colloquio con Valentino Turchetto
di Francesca Turchetto
Opus 2512a
Anna e Valentino Turchetto
foto D. De Marco

Opus 2512b
Mostra di M. Hafif, 1995

Opus 2512c
Mostra di C. Viallat, 1996

L'occasione sono stati i venticinque anni di attività della Galleria Plurima di Udine. Il critico Giorgio Bonomi ha incontrato il gallerista Valentino Turchetto e ne è nata una curiosa intervista. Curiosa perché non si è trattato di una sequenza prestabilita di domande e risposte, ma piuttosto di un dialogo che è nato da sé. Critico e gallerista si sono trovati uno di fronte all'altro e al di là delle parti da copione, si sono scambiati idee, opinioni, critiche e apprezzamenti.

Giorgio Bonomi: Quale pensi sia stato il ruolo della tua galleria in questi venticinque anni di attività?

Valentino Turchetto: Come tu sai la mia nasce come una galleria di tendenza, credo quindi che il mio ruolo sia stato quello di promuovere sempre un certo tipo di arte, per intenderci quella che si è concretizzata nei lavori degli artisti della pittura-pittura negli anni '70.

Giorgio Bonomi: La tua coerenza, certo. Dei tuoi artisti però alcuni hanno cambiato genere, altri si sono persi forse perché non hanno avuto il "successo" che meritavano a causa della Transavanguardia. Dal tuo punto di vista cosa è accaduto?

Valentino Turchetto: Forse non hanno avuto un adeguato supporto da parte della critica e in più si sono trovati spesso uno contro l'altro. Tu hai tirato in ballo la Transavanguardia che è riuscita a sfondare perché ha avuto un critico tenace alle spalle che ha saputo dar vita ad un gruppo compatto. Per gli artisti della pittura-pittura invece non è valsa l'idea del gruppo e, tolto Filiberto Menna, i critici non hanno saputo portare avanti un discorso di continuità su quest'arte degli anni '70.

Giorgio Bonomi: D'accordo però i colleghi stranieri di questi pittori hanno trovato dei riconoscimenti all'estero. Penso ad esempio a Viallat o a Dezeuze o a Toroni.

Valentino Turchetto: A loro favore ha giocato l'ambiente nel quale si sono trovati ad operare.

Giorgio Bonomi: Pensi come me che in Italia i galleristi abbiano preferito le mostre, diciamo così, "di moda"?

Valentino Turchetto: Molti dei miei colleghi le hanno preferite. Del resto la Transavanguardia e l'Arte povera avevano un mercato più facile e immediato. L'arte che sottende un'idea, un sottile ma preciso progetto ha bisogno di tempo, non è immediata e non vive nell'immediato.

Giorgio Bonomi: Essere coerenti significa pagare dei prezzi. Se tornassi indietro punteresti sulla Transavanguardia?

Valentino Turchetto: La Transavanguardia non mi è mai interessata molto. Forse avrei potuto agire diversamente, ma fondamentalmente le mie scelte restano immutate.

Giorgio Bonomi: Ho sempre apprezzato questa tua politica così rigorosa eppure mai testarda. Hai seguito Pinelli e Morales ma prima avevi presentato Scanavino, Dorazio, Dadamaino, Colombo, Castellani e poi Zorio e Ceroli solo per citare qualche nome. Che cosa significa fare il gallerista, qual è il rapporto tra il gallerista e l'arte?

Valentino Turchetto: Il gallerista si trova in una posizione mediana tra l'artista e il fruitore. Il suo compito perciò è duplice: da una parte deve riscontrare le qualità di un'opera, dall'altra deve trasmettere queste qualità al fruitore. Direi quasi che il gallerista al tempo stesso fa e promuove arte. Scendendo nello specifico, io come gallerista amo gli artisti che dietro l'opera hanno un progetto e una costante, la ripetizione nella diversità.

Giorgio Bonomi: In fondo ami gli artisti che fanno sempre lo stesso quadro.

Valentino Turchetto: L'ossessione del segno, della forma, del colore.

Giorgio Bonomi: Mi sembra che tu intenda il tuo lavoro come una missione.

Valentino Turchetto: Dici bene, specie se ti trovi in una realtà di provincia come Udine.

Giorgio Bonomi: Però, al di là del provincialismo, Udine e il Friuli in genere hanno prodotto grandi artisti.

Valentino Turchetto: Ti riferisci ad esempio ai fratelli Basaldella. Certo hai ragione. Pensa che io ho fatto una mostra di Afro, quando ancora la regione non aveva riconosciuto a pieno il suo grande valore.

Giorgio Bonomi: Le istituzioni qui a Udine sono restie a promuovere l'arte?

Valentino Turchetto: Promuovono soprattutto l'arte friulana, o meglio fino a poco tempo fa solo l'arte friulana legata ad una certa tradizione. Ultimamente le cose sembrano cambiare ma c'è ancora molto da fare.

Giorgio Bonomi: Hai la consapevolezza di aver influito sul territorio?

Valentino Turchetto: Assieme a mia moglie ho lavorato duro. Oggi chiunque, sia che frequenti la galleria sia che ne abbia solo sentito parlare, ci riconosce il merito di aver contribuito a svecchiare l'ambiente culturale.

Giorgio Bonomi: Mi sembra che tu risenta di un certo isolamento geografico e diciamo così di lavoro? Chi ti ha dato un valido appoggio?

Valentino Turchetto: Be' ormai non mi sento più molto isolato. Sono cambiate molte cose in vent'anni. Comunque oggi come allora mi hanno aiutato molto i critici. Recentemente ha collaborato con me Accame. Per il passato ho già ricordato Menna e non posso dimenticare Vincitorio che su "L'Espresso", lo rammento sempre con un certo orgoglio, non esitava a definire la mia galleria come la migliore del Nord Est.

Giorgio Bonomi: Un tempo si diceva che il critico doveva essere il compagno di strada del gallerista e dell'artista. Lo si può dire anche oggi?

Valentino Turchetto: Lo si dovrebbe dire, purtroppo si è persa l'idea del compagno di strada. Nemmeno tra l'artista e il suo gallerista c'è oggi uno stretto rapporto!

Giorgio Bonomi: E di chi è la colpa?

Valentino Turchetto: Penso che l'artista italiano per calcolo e per necessità non intenda più portare avanti un rapporto stretto con la galleria. E curioso invece l'atteggiamento degli stranieri. Rimango stupito quando i miei colleghi stranieri mi dicono che ad esempio ricevono una provvigione dai loro artisti per un quadro venduto in studio. Almeno da qualche parte si comprende che il gallerista non è un mercante e che sostiene delle spese per difendere i suoi artisti!

Giorgio Bonomi: Sono d'accordo, bisognerebbe mandare in galera tutti i courtier. Questi strani personaggi rovinano gli artisti e il mercato.

Valentino Turchetto: Rovinano anche i fruitori che ingenuamente si affidano a loro, riescono persino a convincerli che un artista vale se vende i suoi quadri a prezzi alti.

Giorgio Bonomi: Affrontiamo il discorso delle Fiere visto che stiamo parlando di mercato. Non pensi che il gallerista che faccia troppe Fiere possa in qualche modo diventare un "ambulante" e snaturare quindi il suo lavoro?

Valentino Turchetto: E' un problema che non mi riguarda. Le Fiere certo hanno una loro validità, ma ritengo che per un gallerista sia sufficiente partecipare a quelle quattro o cinque più importanti.

Giorgio Bonomi: Un po' come le aste. Mi pare che sia calata la frenesia delle aste.

Valentino Turchetto: Ormai siamo arrivati alle aste televisive.

Giorgio Bonomi: E' curioso che anche grandi artisti abbiano dato opere per questo genere di aste. Dal tuo punto di vista qual è il collezionismo prevalente?

Valentino Turchetto: Qualsiasi tipo di motivazione va bene purché si acquisti un'opera di qualità.

Giorgio Bonomi: Effettivamente non mi scandalizza anche la collezione per arredamento.

Valentino Turchetto: In fondo il quadro vincerà sul tempo se quel quadro è un quadro importante, anche se acquistato per arredamento.

Giorgio Bonomi: Investire sui quadri. Non so quanto sarà ancora valido. Si investe sui quadri nei quali si crede.

Valentino Turchetto: Tanti che investono sono spinti dagli "amici che sanno" perché sono opere che in quel momento funzionano. Comprano quel che gli vien detto di comprare. Sarebbe invece auspicabile che tutti sviluppassero un occhio critico per poter scegliere indipendentemente dalle mode e dai tendenziosi suggerimenti.

Giorgio Bonomi: Non penso che gli Italiani siano più stupidi degli altri. Bisogna trovare i meccanismi per avvicinare quel pubblico che spesso spende moltissimo per i mobili ma ha pessime cose alle pareti. Da parte mia io cerco di avvicinarìo tenendo molte "lezioni", sia agli insegnanti che alle "signore bene".

Valentino Turchetto: Be' noi galleristi facciamo il possibile per indirizzare il fruitore verso l'opera "giusta".

Giorgio Bonomi: E quando entra in galleria un semplice curioso? Sai io altrove ho attaccato i tuoi colleghi perché con i loro atteggiamenti dissuadono la gente ad entrare nelle gallerie.

Valentino Turchetto: Io personalmente cerco di instaurare un dialogo con chiunque entri. Per me il semplice fatto che uno abbia deciso di mettere piede in una galleria è di per sé significativo.

Giorgio Bonomi: Preferisci un collezionista che compra o dieci visitatori?

Valentino Turchetto: La risposta non è così semplice. Diciamo che vorrei avere sempre un collezionista disposto ad ampliare la propria collezione per poter promuovere serenamente l'arte e gli artisti in cui credo.

Giorgio Bonomi: Credi molto anche negli artisti stranieri visto che hai esposto nomi importanti come Goldberg, Viallat e Hafif. Come sei entrato in contatto con loro?

Valentino Turchetto: Come sempre ho cercato il contatto diretto. Sono andato negli studi e ho scelto le opere per le esposizioni.

Giorgio Bonomi: Ho fatto il nome di Marcia Hafif. Tu non hai mai avuto discriminazione per le donne?

Valentino Turchetto: Non c'è dicotomia tra arte maschile e arte femminile. L'arte trascende le differenze sessuali. Assieme a Hafif ho esposto Morales, Kelier, Dadamaino, Umlauf, Cunoldi, Mayer, Berardinone, Accardi, Mulas e Tanger.

Giorgio Bonomi: La crisi epocale che stiamo vivendo nel mondo dell'arte investe anche le gallerie. Cosa cambiare?

Valentino Turchetto: L'uomo dovrebbe riscoprire i valori partendo magari dai sensi. Ecco che allora le gallerie riacquisterebbero il loro significato di luogo dove si può acquistare un'opera che piace, un'opera importante che affascina l'occhio e scuote la mente, Lucio Pozzi direbbe "un'opera fatta da strati di pensiero".


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