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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno VIII - n. 25 - inverno 1997/98 |
| Se il Grande Fratello mi osserva
di Luca P. Vasta | ||
Questo percorso involutivo per certi versi si serve di gabbie, in cui rinchiuderci, costruito da norme e regole, inculcateci fin da piccoli che non ci permettono di esprimerci individualmente, cercando al massimo di delegare la nostra libertà a persone istituzionalmente poste, socialmente tollerate, come possono essere gli artisti. Quello del comportamento omogeneo è un discorso che andrebbe affrontato una volta per tutte, se non si avesse la paura che tutto ciò possa provocare la morte o l'esclusione dal mondo, in spazi appositi come le case di cura. In questi luoghi, l'urlo di libertà viene soffocato e reso quasi un sussurro, per paura che ciò scatenerebbe nell'animo di quelle persone normalizzate e comuni. L'arte rimane un campo neutrale, da cui ognuno è comunque riparato da pregiudizi e da limitazioni. Dico tutto questo perché mi sto rendendo sempre più conto di come ci si è lasciati andare delegando all'autorità - o meglio ad una autorità ben precisa - il compito di manovrarci e di controllarci. Lungi da avere le tecniche ed i mezzi del potere fascista, in cui la punizione era violenta e corporale, ed in cui la morte fisica segnava la fine di ogni discorso, quella che si presenta oggi utilizza metodologie più raffinate e "familiari". Se da piccoli ci avevano insegnato la differenza tra il bene ed il male, senza mai però darci una linea mediana in cui poter sostare a riflettere, ed offrendoci una serie di gabbie socialmente riconosciute, in cui primeggiava innanzitutto il senso di colpa, la punizione meritata (masochisticamente cercata, e frutto di una cultura cattolica basata sulla punizione più che sul perdono, troppo faticoso da accettare), da adulti abbiamo continuato a seguire rigidamente questi binari. La paura sta comunque alla base di tutto, ed è sulla paura che conta l'istituzione per evitare che si abbia un qualche pensiero libero e "rivoluzionario". Questo clima terroristico non è apparentemente spaventoso, perché ci offre tutto quello di cui abbiamo bisogno, ed in cambio vuole semplicemente la nostra libertà. Sicuramente, come in ogni meccanismo che si rispetti, una via d'uscita esiste e, pur se può sembrare strano, essa è proprio l'arte. Se consideriamo l'arte come un campo neutrale in cui poter sperimentare ogni nostro pensiero e potere tranquillamente confrontarci con altri, la figura dell'artista si pone come medium tra il mondo dei normalizzati ed il resto. Il mondo dell'arte sembra essersi accorto di questo suo compito, tanto che da un paio di anni a questa parte associazioni culturali e privati hanno dato vita ad una serie di esposizioni in cui ci si confrontava continuamente con il mondo degli stereotipi, ponendo dall'altro lato quello delle idee e dei progetti personali. La più recente di queste manifestazioni è stata organizzata in Sicilia, dal Museo Laboratorio Village (a Fornazzo di Milo, Catania). Distacchi, Dentro-Fuori, questo il titolo della manifestazione, continua il discorso intrapreso lo scorso anno, in cui la presenza contemporanea di artisti "normali" e ospiti di comunità psichiatriche aveva dato vita ad una grande mostra che per tematiche e finalità si è dimostrata di grande interesse. L'anno scorso il progetto era di carattere documentario, cioè era basato su una prima "convivenza-confronto" tra i due mondi, senza alcun tipo di pregiudizio o di pietismo perbenistico. Serviva essenzialmente ad imparare a guardare e ad ascoltare l'altro e a condividerne le diversità di opinione. Distacchi rappresenta la naturale continuazione, in cui il confronto avviene sul campo, con una mostra vera e propria, che va al di là di pregiudizi ad personam; già superati. I termini Dentro-Fuori, anche quest'anno presenti accanto all'idea originaria, segnano proprio quella funzione dell'arte di cui parlavamo prima: di mediazione, cioè, tra le istituzioni, chiuse, ed il mondo della creatività e del pensiero libero. La questione che si poneva alla base di questo progetto era innanzitutto se l'arte spontanea, la creatività tipica del bambino non educato (secondo i canoni dei linguaggi artistici e della logica di rappresentazione corrente) potesse rientrare di diritto nel più ampio panorama artistico. In questo caso questo voleva dire guardare la questione da dentro o da fuori la gabbia. Le istituzioni cercano comunque di manovrare questo atteggiamento, delegando ai malati mentali l'arte a carattere analitico, l'arteterapia, dunque, come nesso sì per essere "uguali" agli altri, ma comunque sottovalutando i messaggi che i vari pazienti cercano di mandare all'esterno. Questa manifestazione al contrario ha voluto che i partecipanti, normali ed anormali, avessero lo stesso diritto di urlare al mondo la propria presenza, utilizzando linguaggi che fossero loro più consoni. Anche per questo motivo Distacchi si è presentata divisa in varie sezioni (arte, musica, poesia, teatro), comunicanti tra loro nella grande voglia di confrontarsi e di entrare come fenomeno e specchio sociale in un mondo che sembrava averli relegati nel divertissement puro e slegato dalla realtà. Questo processo di intromissione ormai ha iniziato il suo percorso, ed anche se il Grande Fratello continuerà ad osservarci o a cercare di incuterci terrore, imponendoci un mondo fatato in cui il significante prende il posto del significato, ed in cui la massificazione si muoverà in nome di una grande superficialità, saranno sempre idee forti come queste a segnare importanti momenti di riflessione e di crescita personale. Così, infine, se il grande fratello mi osserva, non mi resterà altro da fare che voltarmi dall'altra parte e pensare per conto mio! | ||
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