| TITOLO | |
| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno VIII - n. 25 - inverno 1997/98 |
| Editoriale
di Giorgio Bonomi | ||
Le ultime due fini di secolo erano caratterizzate da ideologie progressive: l'illuminismo che solo il fraintendimento adorniano fa scivolare tra le braccia del Divino Marchese, e il positivismo i cui limiti sono certamente inferiori a quelli attribuitigli da quell'idealismo che, in parte, da li a poco sarà a fondamento delle società totalitarie. Questa fine di secolo, all'opposto, sembra essere caratterizzata, in assenza di ideologie, da un lato da quella che è stata chiamata "fine della storia", poiché tutto avviene in successione assai rapida senza alcuna sedimentazione e, quindi, senza possibilità di memoria - ma la storia, che è la vita, non finisce mai, anche senza la nostra consapevolezza cammina e ci trascina - e, da un altro, da un rigurgito di barbarie fisica anche se ammantata da teorizzazioni di valenti filosofi accademici e da opere di artisti vezzeggiati da quel sistema multinazionale del mercato dell'arte su cui spesso ci siamo soffermati. In Italia, in cui troppo spesso la storia di ripete come farsa, abbiamo dei recenti adepti alla violenza artistica che possono anche risultare risibili se il fenomeno non fosse sintomo del decadimento in cui ci troviamo. Tutto risale ad una presunta riscoperta del corpo, proprio ed altrui, e alle possibilità espansive che le nuove tecnologie possono avere su di esso. Maître a penser della tendenza critica e artistica è Mario Perniola il cui Il sex appeal dell'inorganico dimostra penosamente - con le sue affermazioni da rivista hard di quarto ordine - come l'impotenza senile del pensiero generi mostri, e non quelli affascinanti delle leggende storiche bensì quelli di cartapesta alla Rambaldi. Dichiaratamente figlie di questo pensiero sono due critici - Teresa Macrì, la cui intelligenza, peraltro, i nostri lettori conoscono e Francesca Alfano Miglietti, che ama citarsi con l'acrostico FAM che ricorda più un'azienda di trasporti che ABO - che si vezzeggiano tra sangue e ferite, tra sesso hard e trash. Usano parole forti come "arte pericolosa", "contaminazioni", "virus", "postorganico", "transumano" e così via. Poi, però, al di là del, ovviamente, biasimato pudore non esitano a comparire con i capelli verdi, ad applicare quel "familismo amorale", individuato da un noto sociologo americano, a frequentare tanto Mediaset quanto le pagine del "Manifesto". Tutto ciò con un'esaltazione, questa sì orgiastica, delle peggiori pulsioni umane: dal compiacimento necrofilo di un Serrano, il cui passaggio dall'obitorio all'indecenza dei nudi di anziani equivale all'uso che di questi si fa in certe strutture di ricovero; all'idiozia di un'Orlan o di uno Sterlac che si tagliano e si cuciono e si mettono protesi elettroniche, violentando gratuitamente il proprio corpo; alla criminalità di chi uccide animali in nome della propria poetica per creare installazioni, oggetti. Tutto ciò avviene tra troppe complicità e troppa indifferenza. Indifferenza: certo, perché al di là delle intenzioni, oggi questi oggetti, queste immagini non provocano "scandalo" come avveniva nell'avanguardia storica o nella pittura di Caravaggio, al più provocano un compiacimento idiota solo in chi li espone e li acquista. Si arriva anche ad inserire Picasso o Burri in una mostra titolata Trash, parola magica sul piano pubblicitario e per far credere alla curatrice, Lea Vergine, di essere a passo con i tempi e la cultura giovanile: e se la mostra trentina si fosse intitolata "immondizia" o "pattume"? Se Duchamp aveva esposto un orinatoio, se Manzoni, con un gesto neodadaista intelligente, offri la propria merda, ora ci tocca di vedere il defecare (certo in video!) di qualche stolto o un cesso sporco di false mestruazioni di una giovane artista tanto amata da gallerie e riviste up to date. C'è un detto popolare che recita: "Per i cretini non c'e medicina", ed è lontano da noi ogni volontà censoria o perbenista; è che troviamo terribilmente noioso tutto ciò, perché è già stato fatto, perché lo scandalo ha valore se supportato da un'ideologia di riferimento e se avviene in una determinata situazione sociale e culturale: un nudo nelle performance negli anni '60 e '70 era realmente dirompente nel tessuto culturale di quegli anni, oggi che del sesso e della violenza tutti abbiamo visto tutto, nulla ci turba né ci scandalizza, solo proviamo un senso di ripetitività noiosa, di superficialità, di inutilità. La violenza rappresentata - dalla Grecia antica in poi - aveva valore catartico, oggi è pura libidine, forse malata. Se in nome dell'arte si possono ammazzare piccoli gatti o uccelli, tra poco, in nome dell'autonomia creativa, qualche artista invocherà l'uccisione di uomini o donne: concettualmente non c'è differenza per una coscienza etica avanzata. Pasolini, al di là delle sue problematiche personali, in Salò usò l'artificio dello straniamento connotando negativamente i protagonisti, oggi invece il protagonista ha tutte le valenze positive, e questo è pericoloso. Se un illustre filosofo, Umberto Galimberti, saltando tutta l'evoluzione umana avvenuta grazie allo sviluppo della ragione, invoca il senso del sacro, giustificando la strage della pasqua islamica, e FAM si bea tra gli artisti che "offrono il loro sangue, non negli ospedali, ma nelle gallerie", allora è vero che c'è un ritorno alla barbarie. Accanto a questi artisti, tuttavia, ce ne sono altri - di alcuni si parla anche qui appresso - che sulla tematica del corpo e della violenza riescono ad elaborare forme di pensiero e immagini non gratuite, non banalmente shockizzanti, bensì capaci di indurre alla riflessione su problemi reali e attenzione sulla durezza dell'essere: questi artisti non si fermano alla fenomenicità, estetizzandola, ma affrontando le radici dei problemi per proporre una soluzione che, seppur estetica, coinvolge la globalità delle facoltà. Certamente i costumi, la morale sono fenomeni storici, e quindi mutevoli, ma la società evolve con le regole ed anche con lo scardinamento di queste, tuttavia non tutte le regole possono esser infrante, pena la fine della società stessa (per esempio, non uccidere per il puro piacere di uccidere): è un discorso che può apparire lontano dall'arte, invece la riguarda da vicino e intrinsecamente. E da vedere allora chi sta con la civiltà e chi sta con la barbarie. | ||
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