 G. Colombo Bariestesia, 1977 (foto Maria Mulas, Milano)
 G. Colombo Spazio curvo, 1992 Perugia, Rocca Paolina (foto Maria Mulas, Milano)
 G. Colombo Architettura cacogoniometrica
|
"Lasciamo che gli altri si lamentino ché i tempi sono cattivi; io mi lamento che il nostro tempo è miserabile, poiché è senza passioni". In un'epoca quale la nostra in cui anche la retorica sembra aver perso senso, queste parole di Kierkegaard estrapolate da un'opera della prima metà dell'800, Aut aut, suonano quanto mai attuali. Non è più sufficiente controbattere a chi ha ormai decretato la fine della pittura, della poesia e della filosofia, che l'arte esisterà finché esisterà l'uomo, è necessario piuttosto fare come Diogene e andare alla ricerca dell'uomo. Viviamo l'epoca del "tutto è accessibile a tutti" ottima formula se fosse supportata da una necessaria capacità critica di base. Invece è proprio questa che manca e paradossalmente ci troviamo nella situazione in cui abbiamo a disposizione tutto, ma in realtà non abbiamo nulla. Nulla o, meglio, la parvenza di qualcosa, perché in questo bailamme dove non si distingue il becero dall'autentico, in questa massificazione camuffata da libertà, ciò che ci troviamo tra le mani sono le briciole di un sapere che rimane comunque in disparte. E' spacciato per nuovo tutto ciò che in un modo o nell'altro irrita i nostri sensi, quasi che il senso di fastidio fosse il vero metro di giudizio (quanto chiasso intorno all'ultima performance di Marina Abramovic dove l'artista spolpa con inquietante minuziosità ossa di mucche appena morte senza neppure ricordare gli altri suoi lavori prodotti in vent'anni di attività). Di senso di fastidio infatti si tratta e non di provocazione come erroneamente si sostiene. La provocazione, quella vera, quella per intenderci portata avanti dal dadaismo o da certi gruppi dei primi anni Sessanta, cercava in qualche modo di mettere in discussione l'idea di arte, oggi invece sembra che si voglia mettere in discussione il fatto che non ci sia nulla da mettere in discussione. Ma non sarebbe meglio tacere? Ecco invece che il morbo della parola dilaga ovunque: scribacchini che si improvvisano scrittori, pittori d'albergo che si improvvisano artisti, affabulatori che si spacciano per grandi pensatori. Il risultato è che l'autentico ha lasciato il posto alla sua ombra Il buon vecchio Kierkegaard aveva ragione a porre la questione nei termini di uno smarrimento generale Parlare di una semplice crisi di fine secolo sarebbe troppo facile, si tratterebbe infatti solo di aspettare per l'appunto tempi migliori, come se fossero i tempi a essere cattivi e non chi, vivendoci, i tempi li crea.
Non è nostra intenzione volgerci nostalgicamente ad un passato che inevitabilmente la memoria falsa, cadremmo in contraddizione, ciò che ci preme è scuotere per quanto possibile il sonno del lassismo e discernere l'illusione. Gianni Colombo con le sue opere ci è riuscito. Ha avuto l'intuizione che per portare alla luce l'illusione è necessario creare un altra illusione, la più grande che a un artista sia permessa: far credere che le proprie opere siano il frutto di un'illusione. Quei suoi ambienti così lontani dalla nostra comune percezione dello spazio, quegli oggetti così poco statici da destabilizzare i nostri sensi, quei lavori che ci costringono a seguirli in un processo in cui non si riconosce più il fruitore e il prodotto, sembrano il risultato della fantasia di una mente sagace che unisce il rigore all'ironia. Divertenti al pari di certi vecchi films comici, affascinanti come quei misteriosi giochi che sfruttano le piccole deficienze dei nostri organi. Eppure giocando con i suoi lavori non si ha la rassicurante certezza che si tratti appunto solo di un gioco. Muovendoci tra architetture cacogoniometriche e topoestesie, siamo pervasi da una strana sensazione di spaesamento come se d'improvviso le nostre abituali credenze mostrassero il loro risvolto fallace. Che una scala sia fatta da una serie di gradini tutti uguali ed equidistanti tra loro lo sappiamo dalla nostra quotidiana esperienza, tanto che per salire o scendere una scala non dobbiamo pensare come muovere una gamba dopo l'altra. Ma cosa succederebbe se ci trovassimo di fronte una scala i cui gradini non fossero tuffi uguali per inclinazione o grandezza? Apparentemente la situazione risulta buffa, in realtà, almeno per evitare una brutta caduta, ci costringe a riflettere. Ci costringe ad assumere una nuova prospettiva che non è più quella dello spettatore che assiste, giudica e valuta lo spettacolo, ma quella dell'attore che lo spettacolo lo vive. Se gli ambienti di Colombo appaiono come dei mondi capovolti dove non si riconosce più un alto e un basso, un dritto e un rovescio è perché li osserviamo rimanendo ancorati ad una prospettiva che rassicurandoci ci fa comodo mantenere, la prospettiva dello spettatore appunto. Se invece quegli ambienti semplicemente li vivessimo, scopriremmo che il nostro spaesamento altro non è se non il frutto di un'illusione, perché, come un attore sa che quella che recita è solo una rappresentazione del mondo, così noi ci accorgeremmo che la nostra idea di spazio è solo una rappresentazione che blocca in un alto e in un basso, in un dritto e un rovescio un mondo che di per sé brulica e pulsa di vita. Un mondo che sfugge al nostro rigido schematismo, un mondo dove, come in un palcoscenico, l'ordine può diventare disordine, la certezza dubbio, la realtà illusione, la libertà costrizione, la consapevolezza abitudine. Un rimando alle teorie della fenomenologia sulla percezione è innegabile, così come se volessimo approfondire il discorso sul lavoro di Colombo emergerebbero altre interessanti implicazioni, ma ciò che in questa sede ci preme sottolineare è solo la forza senza tempo di un lavoro semplice eppure complesso. Perché non sarà mai datata l'opera che non ha altro obiettivo che il disvelamento della sterilità di un pensiero che procede per luoghi comuni e altro strumento che lo stupore per ciò che, per quanto comune, può sembrare ovvio. A volte basta uno sguardo critico e un gradino sghembo può far affiorare tutta la tragicità di questo gioco che chiamiamo esistenza.
|