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| rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea | anno VIII - n. 24 - autunno 1997 |
| A proposito della Biennale
di Tiziana Conti | ||
Fluent, titolo della rassegna proposta dal Padiglione australiano, può diventare il comune denominatore delle presenze nazionali, in grado di spiegare la loro relazione con il contesto tematico Futuro Presente Passato. Fluent fa riferimento al continuum temporale, al confluire delle esperienze culturali nell'opera, evidenzia l'idea di arte come captatrice di indizi, di costellazioni. In questo senso l'Australia si pone l'obiettivo di evidenziare il legame profondo tra la tradizione autoctona e le esigenze della contemporaneità, tra l'autonomia dell'individuo e l'anonimità sociale. Il padiglione è tutto al femminile, tre personaggi accomunati dalla volontà di assimilare i valori originari al presente, così da conferirgli un'identità più viva. Emily Kame Kngwarreye (questo nome presso gli aborigeni significa "pelle") e Judy Watson utilizzano nella loro pittura un'iconologia astratta fortemente simbolica, metafora dell'armonia dello spirito con l'universo. Più scopertamente connesso con le radici etniche risulta il lavoro di Yvonne Koolmatrie: i suoi oggetti"trappole" (come lei stessa li definisce) sono costruiti con fibre vegetali e pongono in primo piano il riscatto della manualità e una abilità artigianale che ricorda quella di antiche tribù. Fluida è anche l'atmosfera che si sprigiona dal Padiglione francese, nel quale Fabrice Hybert ha elaborato l'idea della televisione come presenza intensa, materializzata, oggetto di un desiderio inesausto: uno spazio finestra dal mondo sul mondo per il mondo. Il rapporto tra passato, presente e futuro viene esperito sotto diverse prospettive fino ad essere talora enfatizzato in chiave dichiaratamente politico-ideologica, come appare chiaro nel Padiglione statunitense. La presenza è una sola, quella del settantaduenne Robert Colescott, che, al di là di ogni buona intenzione pacifista, trova il suo limite in un'overdose di pittura quasi anacronistica nella ripetitività dei simboli. L'artista presenta la società contemporanea dominata dalla lotta manichea tra oppressori e oppressi; cita a man bassa gli espressionisti, i graffitisti, il fumetto abusando delle allegorie in modo che la qualità pittorica ne risente inevitabilmente. Se nel lavoro dell'americano il presente appare gravato da minacce incombenti, ma ancor più segnato da occasioni perdute, il concetto di una Storia ineluttabile, niente affatto benevola, perché insidiata da tensioni irrisolte, si palesa nel Padiglione della Repubblica federale di Jugoslavia. L'intenzione dei curatori si è espressa nella scelta dell'anziano artista Vojo Stanich, per porre l'accento su un'arte che eviti qualsiasi compromesso con il postmoderno. Emblematico testimone degli eventi del suo paese, Stanich propone una pittura alquanto schematica, talora perfino ingenua nell'uso insistito della metafora della finestra dalla quale il soggetto spia l'incalzare dei tatti. Gli oggetti più disparati, navi, mongolfiere, palloncini, televisori, figure sospese nell'aria, scampoli di una realtà che si intreccia costantemente con la dimensione onirica, costituiscono l'iconografia di una pittura strutturalmente debole. L'instabilità del presente, nonostante la situazione politica si sia da tempo normalizzata, si evidenzia anche nel Padiglione ceco. L'installazione di frecce realizzata da Ivan Kafka in prosecuzione del suo discorso sulle armi, crea un vero e proprio intrico visivo, evocando, più che un'idea di lotta permanente, la mancanza di un'identità, se è vero che, come si evince dal titolo, "non veniamo da nessun luogo e non andiamo in nessun luogo". L'altra repubblica dal passato danubiano, la Slovacchia, presenta il linguaggio multimediale di Ondrej Rudavsky, che sostiene di "volersi tuffare nell'atmosfera di varie epoche per avere la possibilità di poterle riunire in un solo momento. Una spirale dell'evoluzione dell'umanità gira e noi spesso vi camminiamo dentro senza renderci conto dei fatti che vi si intrecciano". Passato e futuro si possono raccordare sulla concezione di un linguaggio conglobante tale da diventare tout court la manifestazione più alta dello spirito. Su questo concetto si fonda il Padiglione austriaco, interamente strutturato sul bilancio di un'analisi linguistica che, dal Wiener Kreis, attraverso Fluxus e l'Azionismo, giunge senza soluzione di continuità al teatro di Peter Handke e alla narrativa di Thomas Bernhard. In concreto, tuttavia, questa lungimirante indagine si traduce nella presenza, vistosa e ingombrante, di libri-documento impilati l'uno sull'altro a costruire simulacri che quasi accerchiano il visitatore, rischiando di ridurre il pondus culturale a mero peso cartaceo. E' possibile che nell'arte coesistano due esigenze contrapposte, quella di recuperare un'armonia senza tempo e quella di rappresentare solo la precarietà delle situazioni? L'interrogativo inquietante è sollevato dal Padiglione tedesco. Gerhard Merz ha creato una controarchitettura, rimodellando quella esistente, per indurre ad una riflessione sull'interdipendenza di spazio e tempo. Ha poi disposto un'installazione di neon lungo due pareti, in parallelo, ai limiti del soffitto, arricchendo il discorso con l'idea della luce che illumina dall'alto la verità eterna dell'arte. Katharina Sieverding, invece, propone immagini fotografiche ingrandite sino all'eccesso, il cui filo conduttore è la mutevolezza dell'interazione tra il soggetto - l'artista stessa in questo caso - e il reale. Nonostante le premesse, le opere hanno il sapore di déjà-vu e il contrasto tra i due artisti non risulta mai dialetticamente esemplare. La presenza asiatica appariva già piuttosto folta alla Biennale del 1995, per molta parte egemonizzata da Naum June Paik. Anche quest'anno una caratteristica degli artisti asiatici risulta essere la loro capacità di armonizzare le istanze regionalistiche con un contesto sovranazionale. Un esempio in tal senso è l'ambiente creato dal giapponese Rei Naivi che da un lato guarda alla perfezione contemplativa adombrata dallo Zen ma, su un altro piano, è spettacolarmente teatrale, così da indurre il visitatore a com-parteciparne, superando l'ambito puramente intuitivo. La Corea propone una riuscita integrazione di pittura e scultura: il lavoro di Hyung-woo Lee è costituito da tessere dipinte, ricoperte di segni, disposte a mosaico sulle pareti, mentre lk-joong Kang si esprime attraverso sculture minimali disseminate sul pavimento come indizi strategici. Anche gli artisti di Taiwan (Palazzo delle Prigioni) utilizzano l'interpolazione di linguaggio pittorico e installativo, tuttavia eminentemente in senso critico, come metodica in grado di aiutarli a sottrarsi a taluni perduranti condizionamenti del passato. Sonnolenti e ripetitivi appaiono invece gli artisti cinesi. Da ultimo si possono ancora evidenziare alcuni dati. Curiosi e stimolanti sono il Padiglione inglese e quello dei paesi nordici. Nel primo Rachel Whiteread avvia un'analisi che potrebbe sembrare abusata. La sua è infatti un'indagine su oggetti quotidiani, tavolo, sedia, vasca da bagno. Non è comunque l'oggetto in sé a valere, quanto piuttosto la sua contestualizzazione nello spazio, dal quale sembra venire risucchiato. Attraverso l'assenza della figura umana l'artista riesce a far emergere associazioni percettive, grazie anche all'uso di materiali quali poliuretano, resine, gesso, gomma che acuiscono la sensorialità. Il Padiglione scandinavo, dal canto suo, appare interessante anche per la presenza di artisti non esclusivamente nordici, in riposta all'esigenza precisata dai curatori di rendere la comunicazione il più ampia possibile. Ecco dunque inseriti in questo contesto il newyorchese Mark Dion e la giapponese, naturalizzata statunitense, Mariko Mori. L'insieme si presenta variegato, una sorta di scatola a sorpresa ricca di animazioni e video tridimensionali, rutilanti e velocissimi. Coinvolgente è Julião Sarmento al Padiglione portoghese (Palazzo Vendramin). Come sempre riesce infatti con le sue figure appena abbozzate a destare nell'osservatore la curiosità del desiderio. Tedioso, al contrario, è il Padiglione venezuelano: il lavoro pittorico di Roberto Obregon incentrato sulla destrutturazione del linguaggio su un soggetto scelto, risulta ripetitivo. D'altro canto l'allegoria del postmoderno esemplata da Rolando Peña attraverso la metafora del petrolio è a dir poco logora. Altrettanto monotono risulta il Padiglione russo. Il progetto della Cronaca Criminale tende infatti ad accentuare il senso tragico dell'esistenza, con una pittura che fa largo uso di mezzi retorici per richiamare valori antropologici supremi tali da contrastare gli abusi della Storia. Direi che in modo più o meno scoperto si può in generale desumere la tendenza degli artisti a recuperare un rapporto forte con il pubblico, una forma di comprensione che punti ad un confronto serrato tale da affermare un'unità ricca e multiforme di relazioni. In questo senso la "fluidità" che, come ho già affermato all'inizio, è il filo conduttore ideale anche delle presenze nazionali, si può interpretare soprattutto nella chiave di un futuro nel quale il ruolo dell'arte torni ad essere davvero propositivo. | ||
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