TITOLO
rivista scientifico-culturale d'arte contemporaneaanno VIII - n. 24 - autunno 1997

Editoriale
di Giorgio Bonomi
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E' ben strana questa glauca Italia il cui ministro dei beni culturali vorrebbe affittare la casa dei Vettii, a Pompei, a coppiette bramose di nuove sensazioni - altrimenti come farebbero i "privati" a gestire gli scavi con le semplici magliette e qualche immagine computerizzata? - e che già sta donando porzioni, tra le più belle, di edifici storici per quei bookshop sempre più simili a boutiques e bazar che a librerie.

Sulla stessa onda, gli assessori alla cultura di regioni e enti locali si affrettano a prostrarsi di fronte al "privato", elargendo fondi e sovvenzioni come mai in passato.

Troviamo scandaloso che l'ente pubblico, in nome del nuovo liberismo che non trova uguale neppure quando Andreotti chiudeva mostre e sforbiciava films, trascuri il suo patrimonio per rimpinguare qualche vecchio signore che scambia qualche regalia con qualche sostanzioso piano edilizio di "recupero", o qualche signora-bene che non trova più chic fare la donna manager e si eccita, nella sua ignoranza, a star seduta accanto ai personaggi del momento, pensando così di essere colta e di assurgere all'empireo dell'intellettualità.

I musei pubblici - statali, regionali, comunali - intanto languiscono per carenze strutturali e di personale e, quel che è peggio, non acquistano, venendo meno alla loro primaria funzione che è quella della conservazione e, trattandosi di musei d'arte contemporanea, di aggiornamento delle collezioni.

E sconfortante vedere, per esempio, come non si sviluppi e non si arricchisca con nuove opere quello che riteniamo essere un buon museo per l'arte contemporanea italiana, la Galleria comunale d'arte moderna di Torino, che, pur con limiti e carenze, presenta abbastanza bene, in certi casi con opere di grandissimo valore, lo sviluppo artistico del secondo dopoguerra. Gli enti piemontesi, invece di curare questo loro "figlio", preferiscono elargire centinaia di milioni alle Fondazioni appena arrivate, che si erano presentate come nuovi mecenati per trasformarsi subito dopo in clienti.

Ma c'è di più. Nel momento della globalizzazione e del mercato unico cui si sono allineati per primi - più dei diretti interessati cioè gli imprenditori e i finanzieri - gli intellettuali, con quelli italiani, notoriamente pusillanimi e vocati al servilismo, in prima fila. Allora abbiamo che queste Fondazioni "private" suppliscono la debole struttura mercantile che l'Italia ha, ponendosi come terminali delle multinazionali dell'arte a direzione americana. Insomma le grandi corporations e i grandi gruppi finanziari d'oltreoceano che hanno investito in arte risorse ingentissime, di fronte alla crisi e ai profitti - nel campo della merce-arte in forte calo, chiedono alloro "personale" (galleristi, critici, direttori di musei, collezionisti) un rilancio e una ristrutturazione aziendale: per ciò, come tutti possono vedere, trovano spazio solo artisti americani con qualche cooptazione tra gli inglesi e i tedeschi, e qualche "povero" italiano con qualche "figlio scemo" (i giovani rampanti). Sul grande patrimonio culturale ed estetico italiano pensiamo, per esempio, per non fare che qualche nome tralasciando i più giovani, a Licini, Leoncillo, Capogrossi, Dorazio, Colombo, Colla, la poesia visiva - cade il gelo e il silenzio.

Si badi non abbiamo una antistorica posizione antiamericana, al contrario invidiamo, fin dal 1964, la politica di favoreggiamento dell'espansione culturale di quel paese, quello che mal si sopporta è l'accettazione supina e servile di quell'imperialismo senza confronto e contrasto (culturali), e questo in nome non di un altrettanto anacronistico nazionalismo ma del valore di quella parte dell'arte italiana che non è seconda a nessuna.

Ma c'è di peggio. Se negli anni passati in alcune situazioni, per lo più periferiche, si era riusciti con pochissime risorse finanziarie a perseguire una politica espositiva di grande rilievo (pensiamo a Pistoia, a Perugia, a Bologna, a certi luoghi delle Marche e degli Abruzzi, a Ravenna, ecc.), ora, arrivati capitali abbastanza cospicui e intrappolati i musei principali nel sistema globale, non solo non si aiutano quelle situazioni ma si fa di tutto per affossarle nel silenzio o per relegarle a luoghi espositivi di scarso interesse, nella paura che il re si mostri nudo: infatti si teme che qualcuno possa chiedersi perché si possa realizzare una grande mostra di Colla con cinquanta milioni o una internazionale di Beuys con centoquaranta, nel mentre si spende un miliardo per un qualsiasi artista americano di non grande livello, o perché una delle più importanti strutture espositive, la Fondazione Burri, riceva solo cinquanta milioni dallo Stato e sessanta dalla Regione.

Siamo soliti dire che, nell'Europa unita e nella mondializzazione della produzione e del mercato, in Italia dovremo diventare tutti camerieri e guide turistiche ma forse pecchiamo di ottimismo, perché il ruolo, non che ci è imposto ma che vogliamo, sembra essere solo quello dei camerieri.


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