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Anna Caseropere

cover ... dirò intanto le mie prime impressioni sulle opere recenti di Anna Caser.
- Di trovarmi di fonte a un classico maestro d'avanguardia, da cui altri di più giovani generazioni possano oggi attingere per l'armonia che il maestro ha realizzato fra astrazione e figurazione.
- La inconfondibilità di questa armonia, che non è fatta di equazione fra simbolo e decorazione, ma di un sentimento. La fantasia della pittrice prende per mano tutte le forme di avanguardia già adoperate, le filtra e le accende; da questa unione (delle forme e della fantasia) resta sulle tele marmate, splendenti, primigenita figlia dell'iride, l'allegria dell'anima, in tutti i suoi solletichi e sorrisi, in tutte le sue tessute memorie di gioia.
- Come nella maggior parte degli artisti inconfondibili, il lettore medio conservatore vede la cromia di Anna Caser, eccessiva, gridata, rifusa in una specie di iperbole di smalti, nella trasparenza ermetica di un cristallo che divida quelle immagini di paradiso dall'esistente. Invece nelle aperture del suo mondo interiore io avverto un brulicare di energie che attingono direttamente dall'esistenza e prendono veste precisa nel fondersi la memoria dell'infanzia e la favola, i sogni elusivi della adulta in fuga leggera fuori del consueto e del prevedibile e una sorta di preciso definitivo discorso di saggezza.
- La felicità del manufatto, come se l'artista, artigiana perfetta, fosse stata capace di emancipare imbastiture e suture, senza mai lasciare nulla all'intentato dell'approssimativo. Tutte le notazioni di questa favolista sono definitive, perentorie, atte a comunicare tutto il racconto, tutto il romanzo dello stupore: la figura longilinea, sagomata nei corpi come di parallelepipedi da cui spuntano gamba e piedi filiformi; le teste di mezze lune, di semi sfere beccheggianti, bucate nei connotati soltanto da due fori vicinissimi, che attraversano col loro sguardo quell'aria turchina; lo spazio che si tesse di una serie di reticoli profondamente sensibili, con lontananti prospettive architettoniche, un paesaggio la cui urbanistica viene coinvolta in una specie di velocità, di dinamismo, in cui il rapporto di spazio tempo non può non essere quello dei cubisti e dei futuristi.
- Quasi contemporaneamente alla inconfondibilità e autorità di una somma di immagini così totali, si individuano alcuni precisi retaggi di maestri, nell'ordine, Klee, Licini; ma non nelle specifiche parole del loro linguaggio, quanto nella particolare incidenza musicale, atmosferica, delle cose descritte, diciamo pure di questo teatro di pantomime.
- Cose e figure che assumono talvolta il carattere di una scrittura ideografica. Dal baratro del tempo, dalla illusione della vita pare che le parole trovate di Anna Caser stiano affondando dopo aver dato il messaggio di un intero entusiasmante discorso, segnato la traccia di un sistema di felicità. Ma queste parole, lette per una seconda volta e poi per sempre recuperate al mallo di se stesse, riaffiorano, quale lessenziale e bastevole verità della sua umana esperienza.
La Anna come metodo tecnico usa la tela alla rovescia e la ricopre con due strati di grassello di calce e di stucco veneziano "per creare la superficie colorata corrosa con una sensazione di disfacimento della materia". E davvero un modo singolare di corrompere la superficie quello degli interventi di pennello e di spatola sulla tela di Anna Caser, perché non v'è nulla di reticente e di non detto nelle sue sottrazioni di materia e nei suoi misurati timbri d'iride: è come il linguaggio del poeta d'oggi, che adopera le parole più rade nel discorso, liberato dal peso delle connessioni della prosa, parole che suonano per questo nella loro totale persuasione.

Cercherò di incanalare queste mie sparse impressioni sulle singole opere della pittrice; ma devo dire che il modo in grande prevalenza razionale della critica d'arte, del quale devo pure avvalermi, non mi è questa volta di assoluto conforto: sento di non corrispondere all'incanto e all'entusiasmo del primo incontro con le opere della Caser con uguale atteggiamento nella analisi critica, perché, davvero, la bellezza e la poesia a volte ci mettono nelle condizioni di farsi spiegare soltanto con lo stupore e la commozione che ci suscitano. Ma provare non nuoce.
Comincerò la illustrazione delle opere recenti della Caser rifacendomi agli spazi entro i quali sono fatte crescere (è proprio il caso di usare questo verbo) le sue solitarie e felici creature allungate, araldiche nel loro rettangolo a fessura, ora affiorate nell'habitat che pare farle nascere fin dal disegno imbastito nella medesima cromia, ora scolpite in quelle atmosfere di azzurri intensi o di incandescenti rosa da bianchi segni capillari. Figure che restano immuni come creature prenatali, ma che hanno assunto in quella loro placenta della fantasia il solenne silenzio della incontaminazione: eppure non sono esseri fuori della nostra umanità, perché, intanto, dall'alto della loro statura fiabesca di totem protettivi, di folletti visitati e raccontati nei particolari strutturali, occhi, gambe, seni, sessi (sono tutte angiolesse in scatola, meravigliosi ausiliari riposti per ogni compagnia), ci guardano, sia pure con un occhio solo di ciclopine, in mezzo al profilo e allo scorcio della testa, mute tutte, perché senza bocca. Sono schegge di amicizia, ma a ben riflettere, anche tanti specchi incantati di se stessa, alter ego che danno lo specchio di un grande ossimoro: la solitudine e la felice compagnia; l'essere obbligati a una sorta di prigionia di se stessi nella memoria e vivere tuttavia nell'oggi; l'ossimoro della presenza e dell'abbandono, dell'estasi vissuta dentro l'anima e la dura amarezza della realtà.
Mi pare di avere già visto queste creature nel taglio, straordinario per un quadro di cavalletto di cm 25x150, come sfogliando un diario d'amore pescato in un remoto cassetto, in cui le pagine abbiano l'attualità di mille domande in una: perché io, sola, amo tutti voi così intensamente, che la mia solitudine, leva della fantasia, diventa una festa?
Tutte dipinte nel Duemila, queste creature d'amore assumono nel panorama dell'arte della Caser il carattere di scanditi a solo della sua orchestra e nell'indicarli adesso partitamente penso quale sia stato l'imbarazzo del bravo collezionista quando avesse voluto acquistarne una, dalla dozzina che ho in esame.
Come per esempio la tecnica mista "Generazione dell'ombra, con le sue vertebre azzurre di piani orizzontali, cui fa da asse una struttura segnica filiforme in trasparenza, una totemica cosa-figura, che termina con la tipica testa di mezza luna, gli occhi quasi un riconoscimento umano in extremis. Oppure le due "Sera pungente" A e B, articolate dentro quell'azzurro acuto, straziante, con cui sovente Anna fa magie di figure che appaiono e scompaiono, di paesaggi di favola che si fisionomizzano in accolite di microbici semafori, capillari geometrie di steli portanti non esplosi tondi neri.
Idee di fanciulle solitarie o fuggite o davanti alla loro porta di casa, porte strette e lunghe quanto la statura di queste creature, come in "Valli di luce" cm 25x120, immagine di una femminile aurora di speranza in chiave di pallido rosa.
E che dire di quella tela eseguita nel 1999 che ha per titolo "Its time we start" (cm 25x150), la cui compattezza di atmosfere e di disegno, di volto e di maschera sembra esser raggiunta con un denso impasto cromatico su tavola?
In uno spazio meno obbligato in verticali rapimenti la figura di Anna Caser non è per questo più accessibile a una idea figurativa di racconto; il paradigma fantastico resta sempre quello dei grandi maestri di avanguardia, per esempio gli angeli, le Amalasunte di Osvaldo Licini, che in spazi più larghi si presentano nel loro habitat come avviene in "Una solitudine" (cm 50x70), dipinto come tutti gli altri nel 2000, sempre per mezzo dell'araldica imbastitura dei segni astratti, più ritmati e nella collocazione simmetrici nel grande azzurro, a cominciare dal perfetto ovale monocolo della testa su cui sovrasta un ricciolo decorativo, a proseguire coi simboli dei seni e del sesso in un tronco di segnato come una pura geometria. Paradigma fantastico dei grandi maestri di avanguardia si festeggia nell'altro quadro di figura femminile unica, nuotante o volante nello spazio colorato di un azzurro timbrico, dal titolo repetita iuvant- "Profonda solitudine" (Tra parentesi: più l'artista constata fin nei titoli dei suoi celesti lamenti la situazione di fondo, più questa situazione si colora e si popola di una vibrante sensazione di vita e di amore).

Charcoal night-light Nel genere di lavori che in termini convenzionali si usa chiamare paesaggio con figure Anna Caser ci fa entrare in un mondo sterminato senza confini: non ci racconta più se stessa nell'eremo che sè costruito in una sorta di privacy incantata, dentro una specie di solenne sonno ad occhi aperti, ci apre, da quelle finestre e porte lunghe di ieri un eden popolato di incredibili cromie e strutture grafiche, a significare episodi di paradiso straordinari e bellezze della natura, che nel momento stesso del loro impatto con lo sguardo di Anna precipitano come isole inghiottite nell'azzurro o, all'opposto, si fanno presenti coi loro identificati panorami, intensi nei particolari, per esempio con l'irta brulicante selva di alberi, cipressi tramutati in gocce acute al blu di prussia.
Questa fioritura di prodigi assommati come in un diario di bordo da una viaggiatrice dentro un cosmo sensibile, terrestre (come quelli del primo Matta per esempio o come i giardini dell'anima o i boschi liberty dell'Hunderwasser maturo) è immaginata sempre per lei: la creatura umana infatti presenzia il tutto, magari soltanto con la ben nota mezza testa forata da due dolci, affettuosi cerchi rossi, come nel quadro dal titolo "La fanfara della primavera", 2000 tecnica mista su tela, cm 70x100.
Personaggi quasi a presumere l'autoritratto si festeggiano nel prezioso "Pausing at the fence" (cm 70x100, stessa data e tecnica) dove alla fusione cromatica dell'atmosfera, verde nella parte superiore del quadro e rosso aurata nella inferiore fanno riscontro la fusione delle singolari foglie a freccia di triplici segmenti, lanciate a incorniciare, anzi a immateriare lo spazio, nel cui centro si erige una figura, di cui stavolta, fra gli altri particolari botanici inventati (foglie cravattino, colli gambi) ammiriamo gli occhi, anch'essi vegetali, in cui buchi di luce a succhiello sono contornati da un alone verde. La fanciulla dentro la metà della ribalta, eretta come una pianta di serra, festosa e festeggiata insieme, ci guarda. Proviene direttamente dall'anima limpida di Anna, sia nel dolore che nella gioia, ma tenuta per mano da acculturati bisnonni, stavolta uno dei più estrosi, astratti e provocatori, Mirò. Personaggi che talvolta nel loro erigersi, beccheggiare, far gruppo, diventano una specie di umano paesaggio, figure che non moltiplicano meccanicamente l'isolamento della umana persona in una sorta di eremitaggio di massa (per usare una bella definizione di Franco Solmi) ma ne danno invece il senso di una comune appartenenza al mondo del sogno. Quale felice persuasione ci comunica questa fuggitiva, questa forastica delle cose comuni e banali, di essere anche noi, se ci specchiamo nella pittura dal titolo "Mute vite serali" (cm 70x100), scelti come titolari di una stupefacente diversità, dentro quell'aria azzurra che tutto assolve e magnifica, a muovere sui colli filiformi le teste di lune crescenti, a erigere i nostri corpi meravigliosamente nell'ombra della sera! Sono utopistiche ipotesi, naturalmente, assurdità fraterne, di cui del resto è permeata tutta la poesia; ma è proprio nella apparizione della concreta fantasia pittorica, la logica del messaggio. L'artista ci fa, per la recita, il quadro ancora più incredibile, fantastico, con quella cornice arancio sul rettangolo azzurro delle tre figure.
Raramente Anna Caser si impegna in interpretazioni del mondo che le si presenta nella sua schiacciante violenza e ottusità. Direi quasi che il suo punto di partenza e di tutta la sua ricerca di poetica verità sia invece l'affermazione di una interiorità a tutti i costi e senza compromessi. Sicché l'idea di far leva sulla conoscenza di una Vieria da Silva sul brulicare della città quale insieme di anime, colte allo scoperto, cui sentirsi inserita, è estranea all'artista. I suoi paesaggi urbani infatti, come per esempio "Nella città d'asfalto" (cm 70x100) sono privi di strade e di finestre, non hanno mura e fondamenta. Talvolta la città inglobata nelle sue inconfondibili atmosfere azzurre, assume il fascino di un panorama sorvolato da un aereo, come in "Risveglio" (cm 115x115) dipinto nel 2000.

E' curioso il fatto che entrando nell'arte di Anna Caser si passi ben presto da una quasi immobilità di solitudine paga di se stessa ad una dinamica di compresenze fra paesaggio e figure, di stagioni, di culture, di epoche, immagini di memorie e insieme iperboli di notazioni su aspetti del giorno e della natura.
C'è un gruppo di dipinti che assume una unità fisionomica intanto dalla "finestra" perfettamente quadrata (cm 115x115) da cui l'artista ci fa guardare il suo celebrato esistente. Oltre al già menzionato "Risveglio", sono pezzi indimenticabili "Generazione continua" (paesaggio di appassionata e quasi monocromatica effusione informale, alla cui sommità e proprio in posizione centrale, totemica, però in una proporzione secondaria, appare la testa lunare della Caser. Si festeggiano anche vaste collane di elementi vegetali, piccolissimi triangoli bianchi e altri oggetti geometrici come gioielli incastonati, il tutto sparso, articolato, rapportato in virtù dell'eleganza che piò essere data dalla più felice armonia interiore); "Chiaro era all'alba" (un dialogo nell'azzurro fra un personaggio caseriano e la luna); "Il giorno scoloriva" (il fenomeno della crescita della selva degli alberi-aquiloni nel prato blu notte della sua calamitante tranquillità); "Un bel giorno turchino" (come un grande vessillo atmosferico intriso dombre e di luci e, stavolta, privo di personaggi); "Lerba lungo il ruscello" (di rinnovato freschissimo piglio fiabesco, con una scenografia di paesaggio tanto arbitraria quanto persuasiva).
E' sempre inadeguato andare a ricalcare le immagini grandemente fantastiche di una pittura con le parole, è quasi come canticchiare una sinfonia; ma l'entusiasmo che mi ispira l'arte di questa fra gli artisti di lirica invenzione più preziosi e riconoscibili che abbia l'Italia, mi fa continuare, sia pur brevemente, nella illustrazione. Per trovarmi sempre più certo della originalità dello spazio figurato di Anna Caser della sua inimitabile dosatura di segno e cromia, di quel fare messaggio solenne - a specchio di un semplice gesto, di uno sguardo - del mondo che ci ignora e che amiamo profondamente; di cui l'artista riesce a dare, nella solitudine, una così ottimistica e poetica testimonianza. Segni di Klee intersecano gli spazi rosa dorati de "La tua luce brilla" (cm 70x100), segni di vertiginose strutture cui presiede in alto, nel mezzo, il volto della Caser; cose di un paradiso che l'artista assomma nella sua frequentazione azzurra di cortei di foglie, di geometrie arlecchinate, tra fili di sagomature e aloni verticali di luci, dalla profonda musicalità, in "Ultimo sole" (cm 60x120). E che dire della coppia di volti levitanti come lune su un orizzonte in "Reti di musica" (cm 70x100) o in "Il giorno è vicino" (cm 25x120) come di un grande avviso, di un accattivante amuleto, di un misterioso oggetto, l'ennesimo alter ego di Anna Caser, testa luna ed occhi di spillo contornato di scoppiettanti antenne, in un panorama dolcissimo di varie prospettive orizzontali, a persuaderci del sogno?
(Marcello Venturoli)


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