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Pietro Archisopere

cover spacer PIETRO ARCHIS, ovvero:
la donna angelicata nel suo bel vestito da diavolessa.

Da sempre i volti femminili dell'intensa pittura di Pietro Archis richiamano le figurazioni angelicate, fredde quasi, dei preraffaelliti, o di certa alta pittura gotica tedesca.

L'ovale o il profilo ricordano altresì Leonardo, gli studi o le effeminate pitture di incompiuti efebi, travisati per bellezze celestiali muliebri, nel loro essere quieta effigie di rabbonite valchirie, di squisite cortigiane intente a madrigali con liuto, con il dire sonetti desunti direttamente dal Bardo albionico.

I visi di Pietro Archis attraggono subitamente per il loro disegnato magistrale, il loro sprizzare purezza e calma.

L'occhio corre al comporsi astratti, a cesure, ed innesti ancora di altre materie, informi o vagamente astratte, che intrigano il campirsi della composizione nello spazio. Spazio che è paesaggio della memoria, delle sensuali osservazioni sul corpo turgido di femmina, nella carnalità sensuosa di seni, pube, glutei opimi, sdraiati nudi con il magistero della sensualità accesa, focosa.

Paesaggi fatti di ventri diabolicamente tentanti, che invadono letterariamente l'opera in una sua lettura più complessa portandola su crinali ambigui forte, per il loro essere parte integrante del paesaggio, dei fondali misterici, gotici, facendone un tutt'uno con il volto angelicato.

Pittura alta, data per frammenti nello sdarsi del corpo femminile, in contemporaneo sabba alla Bosch , o al convivio bruegeliano ove le figure concrete, non i mostri onirici dei maestri fiamminghi, svolgono il loro recitato letterario, il loro ancorarsi allo stregonesco , alle maghelle düreriane, al gotico fiorire di novelle che, come nei preraffaelliti, sfociano poi nella cupidigia mortifera. E se le opere degli anni 70/80 ancora impaginavano autoritratti coccolati da una carezza , opponevano al centro di corpi femminili arrapati la biblica mela; oggi, le sue storie, il suo depistarti dalla emblematica scavità dei volti, si dipana per velature di figurazioni affollanti, come certi fumetti heavy metal, per affabulazioni iconiche di positure corporali, del loro comporsi con fasciature, dense di pittura trasparente, in un campire lo spazio come strutturato strumento salvifico più che dannata perversione cupulistica. Le recenti opere dell'Archis indugiano più nel calibro sapiente di un magistero disegnativo alto, a presentare diavolesse chetate, a streghette appagate nel loro femmineo ancestrale potere emblematico.

Se prima l'uomo non figurava ma si intuiva guardone presente, oggi la fiaba nordica dell'Archis sembra alludere ad un ormai affermato celibato femminile, quieto e solare come il suo recente registro timbrico, lontano dall'imbrunirsi dell'ocra/bruciati di molti precedenti paesaggi, per testimoniare la raggiunta supremazia illibata e manageriale. Sempre diavolessa, ma angelicata da un livido gessato da boss in carriera. Giorgio Sebastiano Brizio


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